Ricostruire un sogno

Buffalo, 27 Settembre 20xx

Cara xxxxx,
so che non dovrei scriverti, soprattutto dopo quello che mi ha detto il tuo avvocato tramite la meticolosa lettera, dai toni tanto formali quanto minacciosi, inviatami qualche mese fa. Ammetto che il mio atteggiamento in passato potrebbe averti offeso, anche se continuo a ritenere che delle attenzioni prive di qualsiasi contatto fisico non desiderato, come erano le mie, avrebbero dovuto solo farti piacere. A parti invertite io mi sarei sentito onorato se tu avessi fatto di tutto (ripeto: di tutto) per starmi il più vicino possibile, in qualsiasi momento, sia fisicamente che moralmente. Non penso che una cosa del genere potesse essere ritenuta una limitazione delle tue libertà, come invece ha voluto sottolineare il tribunale. Potevi tranquillamente fare qualsiasi cosa tu volessi fare, io non ti avrei mai impedito niente. Ti avrei solo guardato. Mi sarebbe bastato anche da lontano se non avessi potuto farlo da vicino.
Un comportamento del genere però non è socialmente rispettabile, a quanto pare, e non mi sembra qui il caso di tirare di nuovo in ballo vecchie discussioni che abbiamo già fatto fino alla noia, sia da soli che accompagnati da legali di rito. Spero solo che tu sia finalmente felice adesso che ti ho lasciato in pace. Sotto questo aspetto sono migliorato, non puoi negarlo. La mia decisione di trasferirmi qui in America depone a mio favore. Credo che ormai tu sappia di questa cosa. Nonostante quanto successo, penso che un minimo tu sia al corrente di quello che mi accade, anche se sono allo stesso modo sicuro che non sarai interessata a sapere come me la stia passando e cosa faccio e tutta la solita solfa di cordialità reciproche. Diciamo semplicemente che per tenermi sotto controllo sei costretta a sapere di me molte più cose di quelle che vorresti in realtà sapere. Ma non ti preoccupare, sono troppo lontano (fisicamente) per darti fastidio. Dovrei attraversare un oceano intero per arrivare da te. È per questo che ho deciso di mandarti questa lettera con il vecchio metodo della posta ordinaria e non tramite mail elettronica: per farti capire all’istante dove mi trovo mentre scrivo queste parole.
Non sto bluffando, sono davvero a Buffalo. Vedi? Basta controllare il timbro postale. Ti puoi fidare, stai tranquilla. Non voglio tornare a infastidirti. Comporterebbe tutta una serie di strascichi legali che non sono disposto a vivere di nuovo. Che tu ci creda o no alcune conseguenze della nostra storia non sono state delle passeggiate. La perizia psichiatrica, per esempio, è stata una bella batosta. Non voglio dire che le conclusione a cui è arrivato l’egregio dottore (di cui non ricordo il nome) che mi ha analizzato siano giuste o sbagliate, anzi. Alcune parti della sua relazione (si, l’ho letta tutta quanta, per intero, anche più di una volta) mi trovano completamente d’accordo e non mi offendono minimamente. Quando dice che il mio comportamento non doveva essere visto come un comportamento dettato da un sentimento di amore, bensì da una mania nei tuoi confronti, lo trovo molto gratificante. Tutti dovrebbero avere rapporti con persone delle quali sono le fissazioni principali. L’amore è molto sopravvalutato sotto questo aspetto. Sono convinto che una mania sia molto più forte dell’amore. Quest’ultimo può esaurirsi, mentre di un’ossessione si finisce sempre per morirci. Quello che mi ha dato fastidio è il processo attraverso il quale sono state “estratte” queste conclusioni. La lunga seduta a cui sono stato sottoposto è stata una vera e propria tortura. Sentirsi analizzati, controllati, come se un macellaio con la sua bella laurea in psicologia mi avesse infilato un braccio in bocca e avesse tirato fuori tutto quanto avessi dentro. Un foie-gras al contrario. Ho vissuto il processo come un violento stupro autorizzato. No, grazie. Non sono in trepidante attesa di rivivere un’esperienza del genere.
Ti scrivo perché alcune notti fa ho fatto un sogno. Ovviamente in questo sogno c’eravamo noi, come qualsiasi altro sogno di cui abbia memoria. Se solo tu volessi potremmo trascorrere la nostra vecchiaia seduti su una panchina a disquisire su come mai da sveglio io riesca a ricordare solo i sogni nei quali ci sei tu. Comunque, ho fatto questo sogno, e per una serie di motivi che capirai una volta arrivata alla fine te lo volevo raccontare.
All’inizio c’ero solo io, non eravamo insieme. Stavo salendo una rampa di scale posta al centro di un condominio. Enormi vetrate su di una parete si aprivano sul cortile e lasciavano entrare la luce del giorno. Era primo pomeriggio. Non ho nessuno indizio in base al quale possa dire si trattasse davvero del primo pomeriggio, tipo le due o non più tardi delle tre, ma ne sono certo in base a quella inspiegabile sicurezza che ti prende quando cerchi di rivivere da sveglio un sogno fatto durante la notte. Credo tu sappia di cosa sto parlando. Hai questo piccolo nucleo di sogno che ti è rimasto in testa, un qualcosa i cui elementi secondari sono sfocati, e ci appiccichi le sensazioni che hai provato mentre dormivi con l’unica speranza di farlo diventare più grande di un semplice pugno, di rendere il quadro generale più netto e definito quel tanto da poterlo custodire da qualche parte nella tua mente, al sicuro, senza paura di poterlo perdere. Di solito si rischia di perdere sempre le cose più piccole, tipo le chiavi, ed è per questo che si raggruppano con dei portachiavi enormi nei quali ci attacchi quelle di casa, del garage, del lucchetto della bicicletta, etc etc, non solo per averle tutte insieme ma anche per rendere l’oggetto chiave più grosso e per questo meno perdibile. Ecco cosa facciamo quando la mattina cerchiamo di riorganizzare un sogno fatto durante la notte, gli mettiamo un portachiavi.
Il condominio nel quale mi trovavo era molto simile all’edificio nel quale sono andato alle elementari. La mia scuola aveva solo due piani, e le scale erano tanto ampie da permettere a un branco di bambini iperattivi di scendere in gruppo verso il pianterreno non appena suonava la campanella di fine lezioni, mentre quello del sogno aveva più piani e le scale erano più strette. Per il resto era identico. Gli scalini in marmo bianco erano gli stessi, le mattonelle con fantasie floreali celesti nei pianerottoli erano le stesse, così come il corrimano in legno e la ringhiera a maglie strette verniciata di una tonalità talmente chiara di indaco da risultare quasi bianca. Chissà per quali processi mentali un luogo della mia infanzia così distante dalla mia vita quotidiana di adesso è finito in un sogno dai temi tanto attuali come te.
Stavo salendo le scale, di primo pomeriggio. Il palazzo sembrava deserto. Non incontravo nessuno. Non c’erano persone che scendevano, né altre che salivano con me. Eppure le persone esistevano. Non mi trovavo in un mondo post apocalittico nel quale era rimasta solo una manciata di individui. Ero in un mondo normale, proprio come potrebbe essere quello di adesso. Era tutto così realistico, a parte l’assenza delle persone. Molto probabilmente erano chiuse in casa a finire di pranzare, oppure erano ancora a lavoro (un altro pezzo di portachiavi che non avrei potuto cogliere durante il sonno).
Io ero vestito con un completo scuro, giacca e pantaloni neri su camicia bianca. Nella vita vera non mi vestirei mai così, soprattutto in un giorno lavorativo (si, era un giorno lavorativo, altro pezzo di portachiavi). Una cosa strana, lo so, ma i sogni in fondo non sono tutti strani? Le scarpe, per esempio, mi avrebbero dovuto fare male. Erano di quelle eleganti con un piccolo tacco a rialzare la parte posteriore della pianta del piede. Un modello che di solito mi preme contro il tallone e dopo pochi passi mi fa bestemmiare dal dolore. Invece nel sogno sembravano non darmi fastidio. Salivo le scale in scioltezza, uno scalino alla volta, senza neppure appoggiarmi al corrimano. Non ricordare neppure di avere avuto l’affanno per il continuo salire.
Le scale sembravano interminabili, erano una spirale che si spingeva verso l’alto fino a non vederne la fine. Il sogno era iniziato da poco ma avevo comunque la sensazione di trovarmi su quelle scale da già molto tempo.
Poi a un tratto mi è suonato il cellulare. Non era una chiamata, si trattava solo di un messaggio. Mi sono fermato e ho controllato chi fosse. Eri tu, ovviamente. Mi avevi mandato un messaggio il cui contenuto era solo una foto. E quella foto mi ha trafitto il cuore.
Si trattava di un tuo autoscatto. Ti si vedeva da metà busto, come se il tuo corpo iniziasse dalla pancia. Non eri truccata, ma avevi i capelli sciolti e pettinati allo stesso modo di quando di solito vai ai matrimoni. Molto probabilmente eri stata a una cerimonia, in chiesa o in comune, così come molto probabilmente lo ero stato anche io, magari pure la stessa. Eri vestita elegantemente. Indossavi un tubino nero, di quelli con i lacci che si annodano dietro il collo e lasciano le spalle scoperte. Non portavi il reggiseno. Lo so perché con una mano tenevi scostato un lembo del vestito lasciando in vista il seno sinistro. Il tuo piccolo, delicato, grazioso seno sinistro.
La foto aveva il suo epicentro nel capezzolo, anche se questo in realtà si trovava nell’angolo in basso a destra dello schermo. Era come se l’immagine fosse leggermente concava e spingesse lo sguardo a puntare sul tuo seno scoperto. Era inutile tentare di opporsi, io lo sapevo bene mentre la guardavo. Non c’era punto alcuno oltre a quello dove desiderassi poggiare gli occhi. Era una calamita. Ed era troppo potente. Aveva poca importanza che tu nella foto mi guardassi con aria ammiccante: appena visto il seno io non riuscivo più a vedere materialmente la tua faccia, era stata cancellata dal display del cellulare.
Non so dire per quanto tempo sia rimasto lì imbambolato fermo sulle scale. Il tempo nei sogni si dilata e si contrae continuamente. Un sogno lo si vive sempre su più livelli, è una cosa totalmente diversa dalla realtà cognitiva che siamo abituati a percepire. Nella vita vera si deve obbedire a determinate regole ferree alle quali non si può sgarrare, tipo: puoi concentrarti seriamente soltanto su una cosa alla volta e allo stesso tempo puoi vivere solo quella singola cosa in un determinato momento. Invece nei sogni è possibile staccarsi e moltiplicarsi all’infinito, si dispone di più io contemporaneamente. Puoi essere fermo sulle scale a guardare una foto sul cellulare e allo stesso tempo riprendere in modo forsennato a salire più scalini per volta. Nessuna delle due azioni esclude l’altra. Nella vita vera non sarebbe possibile, invece nei sogni è ordinaria amministrazione. Io stavo guardando la foto, è vero, ipnotizzato dal tuo seno, ma stavo anche salendo le scale, con una nuova energia dettata dall’urgenza.
In quel momento, per la prima volta, mi sono reso conto di non trovarmi in un palazzo a caso. Se stavo salendo quelle scale era perché in cima, o da qualche parte a metà strada tra dove mi trovavo e l’ultimo piano del palazzo, c’era un pianerottolo sul quale si affacciava il tuo appartamento. Quella foto, quel tuo messaggio, assumeva tutto un altro significato. Sembrava essere una specie di incoraggiamento a farmi arrivare il prima possibile. Sembrava dire: sbrigati, sono qui che ti aspetto. Per questo salivo le scale più in fretta, sempre più in fretta, mentre da una parte ero comunque fermo a guardare la foto e a farmi incantare dal canto muto delle sirene del tuo seno scoperto.
Tutto questo fino a quando, in un balzo in avanti di secondi minuti e forse addirittura ore trascorse in un battito di ciglia, non mi sono trovato davanti a una porta chiusa. Di punto in bianco, così, senza sapere come avessi fatto ad arrivarci né quanti piani avessi salito. Ero lì, davanti a una massiccia porta in legno chiusa, con lo spioncino che pareva guardarmi come l’occhio minuscolo di un ciclope sproporzionato. Non c’erano targhe con su scritto il tuo nome o il tuo cognome. E anche se sul lato destro, appena oltre lo stipite della porta, c’era il campanello con una etichetta lasciata bianca, ero sicuro al cento per cento che quella porta era la porta del tuo appartamento. E tu mi stavi aspettando al di là di questa.
Ho bussato, perché io preferisco bussare come ben sai. Non mi piace delegare a un freddo rumore metallico, quale quello di un comune campanello, l’annuncio del mio arrivo. Ho bussato perché l’ho sempre ritenuto un gesto più personale e caldo, capace di produrre un suono corposo attraverso il quale poter comunicare un messaggio. Una specie di codice morse: colpo, riposo, colpo, riposo, colpo colpo, con il quale fare capire chi è, cosa si ha intenzione di fare, in che stato ci si presenta. Ciao, sono io. Ciao, sono triste. Ciao, ho appena visto la tua foto e sono talmente eccitato che se non apri presto questa dannata porta giuro che la butto giù come il lupo cattivo nella favola dei tre porcellini.
C’è chi riesce a capire un sacco di cose da come bussa una persona. Qualcuno è capace di intuire il carattere in base a una bussata, se timida o decisa, fugace o continua. A seconda di come si bussa a una porta chiusa ci sono individui che possono indovinare in che stato d’animo si trova la persona che sta bussando. Non è magia, né scienza. È un dato di fatto confutabile solo da chi ha il dono di vedere attraverso il suono di un semplice toc toc.
Nel sogno tu avevi questo potere. Hai capito al volo come mi sentissi, o sono stato tanto bravo io a suggerirtelo tramite il mio bussare, o una via di mezzo. Sei venuta ad aprirmi quasi all’istante, e non appena lo hai fatto io mi sono fermato. Avevo il braccio destro ancora alzato pronto a battere di nuovo contro la porta, a mezz’aria. Ho sentito le forze abbandonare quella parte del mio corpo. Le ho sentite proprio defluire via. Il braccio mi è diventato morto e si è arreso alla gravità.
Eri al di là della soglia e mi guardavi, mentre io guardavo te. C’era questa potente carica sessuale tra noi due, un’energia in gabbia molto simile a quella che è possibile avvertire quando si accostano due calamite: una continua attrazione reciproca che però qualcosa tiene a bada e frena.
Alla fine ti sei fatta leggermente da parte e in modo silenzioso mi hai invitato a entrare. L’appartamento era soleggiato. La luce proveniente dalle finestre davanti alle quali erano tirate delle tende molto anni ottanta illuminava un arredamento attento all’ordine e alla pulizia.
Non era l’immagine del tuo vero appartamento, lo sappiamo bene. Rischierei di essere troppo eufemistico, al limite del grottesco, se dicessi che nella vita reale non sei certo la regina dell’ordine. È più facile, e veritiero, definirti come una rappresentante ufficiale dell’anarchia declinata in tutte le sfumature della confusione. Sei il disordine fatto persona, non ho paura a dirtelo. In cuor tuo lo sai anche tu. Non puoi nasconderti di fronte a un fatto talmente evidente.
Non indossavi più il vestito elegante della foto. Ti eri spogliata. Avevi indosso solo un paio di culottes nere di pizzo, solo quelle. Eri nuda per il resto. Sui seni avevi dei copri capezzoli rosa shocking che ti stavano larghissimi. Superavano entrambe le tue areole e coprivano gran parte del tuo petto: due piccoli coni rovesciati che sembrano essere appoggiati sopra la sommità di basse colline che potevano essere intraviste solo di lato, sbirciando sotto la copertura.
Una volta entrato ho chiuso subito la porta dietro di me. Ero infuocato, in preda a un’eccitazione incontrollabile. Tu mi precedevi di qualche passo, avanzando verso il salotto con passo sinuoso. Portavi i piedi a seguire un’immaginaria linea dritta disegnata lungo il pavimento. Eri scalza, e il tuo culo, cristo, il tuo culo ondeggiava armonico da una parte all’altra davanti ai miei occhi.
Quando ti sei voltata avevi un sorriso soddisfatto, come se il tuo abbigliamento, o meglio il tuo non abbigliamento, e quella passerella svestita e pure la foto inviata al cellulare, non fossero altro che un modo per portarmi al limite estremo dell’eccitazione. Ero sul punto di esplodere, e sembrava che a te piacesse vedermi in quello stato.
Mi sono avvicinato togliendomi la giacca, lasciandola cadere per terra incurante. Tu hai iniziato a lavorare con la cintura e i bottoni dei miei pantaloni, tutto questo senza smettere per un secondo di guardarmi, dal basso verso l’altro, dritto negli occhi.
Io ero impaziente, fremevo. Non avevo nulla da fare. Tu eri già nuda, non avevo niente da sganciare o slacciare o sfilare. Ero soltanto in attesa, aspettavo che tu finissi di sbottonarmi i pantaloni per potermeli finalmente togliere. Nell’attesa avevo appoggiato una mano su un tuo seno, passando sotto il copri capezzolo. Un gesto tutto sommato casto, niente di particolare. Non ho memoria di questo contatto perché i sogni non hanno tatto, ma ricordo la sensazione di leggera soddisfazione, come se avessi alleggerito la tensione. Sentivo di essere a un passo dall’appagamento completo. Ero vicino al traguardo.
All’improvviso la porta d’ingresso si è aperta. Noi eravamo proprio davanti a essa, in salotto ma ben visibili da chiunque stesse entrando.
Il tempo si è congelato. Gli istanti nei quali abbiamo voltato la testa per guardare chi fosse sono durati per sempre, sono diventati eterni. Tu avevi interrotto il tuo forsennato lavoro sui miei pantaloni, mentre io ero rimasto bloccato con la mano ancora appoggiata sul tuo seno.
Sulla soglia dell’appartamento c’era tua madre. Ci guardava con un’espressione incredula, con un piede in casa e l’altro ancora sul pianerottolo. Era stata colta di sorpresa. Certo non poteva immaginarsi di trovarci in casa, né tantomeno in quelle circostanze.
Nessuno aveva il coraggio di dire niente. Qualsiasi parola avrebbe potuto essere fuori luogo. Tutti restavamo nelle nostre posizioni, come se stessimo giocando a un-due-tre-stella e il muoverci avesse potuto squalificarci. Ci trovavamo in una situazione di impasse difficile da risolvere. Se non fosse stato per te credo che saremmo ancora lì, fermi dentro il mio sogno, senza via d’uscita. Io non mi sarei mai svegliato e l’immagine tua e di tua madre mi avrebbero tenuto compagnia per il resto dei miei giorni in una specie di coma affollato.
Alla fine tu hai avuto un sussulto. Sei uscita dalla stanza senza voltarti, andando a chiuderti in quella che presumibilmente era camera tua. Sei fuggita. Si potrebbe dire che hai abbandonato la battaglia proprio quando la battaglia entrava nel vivo. Ma almeno hai fatto qualcosa, hai rotto la stasi che ci aveva preso in ostaggio.
Io sono rimasto lì, con la mano alzata là dove poco prima c’era il tuo seno. Non sapevo assolutamente cosa dire, cosa fare. Non sapevo niente. Mi sono sentito catapultato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza, quando in effetti essere beccati dai propri genitori mentre si cercava di capire cosa fosse davvero il sesso, poteva far sorgere un forte senso di colpa. Il problema era che nel sogno non ero un adolescente, non ero un ragazzo, e neppure tu. Avevamo un’età nella quale fare quello che stavamo facendo è del tutto normale. E lecito. Non c’era motivo di sentirsi in colpa. Sarebbe stato normale sentirsi in imbarazzo, ma non in colpa. Nonostante questo io mi sentivo in quel modo, come se fossimo stati colti in flagrante a fare una cosa proibita, qualcosa che ci era stato vietato. Una sensazione strana alla quale non ero più abituato.
Poi tua madre ha chiuso la porta dietro di lei e io mi sono svegliato.
Il sogno aveva lasciato qualche strascico fastidioso. Mi sono messo a sedere sul letto, con la camera immersa nel buio delle quattro del mattino. Non avevo il fiato ansimante che si ha di solito quando ci si sveglia da un incubo. Ero tranquillo. Respiravo con calma mantenendo i battiti cardiaci regolari. Non ero impaurito, ero disturbato. Svegliandomi mi ero portato appresso nel mondo reale il senso di colpa che avevo provato quando tua madre ci aveva visto. Mi era rimasto attaccato addosso e non pareva volersene andare. Mi sentivo il torace costretto, imprigionato.
Nelle mutande la mia eccitazione premeva con forza per essere sfogata. Lì per lì mi è sembrato naturale associare l’erezione, il desiderio represso dall’arrivo di tua madre nel sogno, e il senso di colpa che mi aveva afferrato. Ho pensato che se avessi portato a termine quanto il sogno sembrava promettere mi sarei finalmente liberato da quella sensazione tanto opprimente quanto ingiusta.
Mi sono alzato dal letto e sono andato in bagno. Non ho acceso nessuna luce per preservare la sensazione di non essermi davvero svegliato. Ho fatto tutto in modo automatico, tenendo gli occhi chiusi. Dentro di me cercavo di ricreare l’immagine di te nuda con solo i copri capezzoli rosa shocking. Tentavo di rientrare a forza dentro il sogno, mentre con la mano destra avevo scalzato le mutande e cominciavo il lavoro che tu non avevi avuto il tempo di fare.
Sono andato avanti per qualche minuto convinto sul serio di potercela fare. Ti immaginavo davanti a me, dentro quell’appartamento che non sapevo neppure se fosse veramente il tuo. Tentavo di richiamare alla mente ogni minimo dettaglio, ma alla fine ho dovuto desistere. In mano non mi rimaneva altro che un floscio ricordo di tutta la frenesia di cui era farcito il sogno. Tu che mi sbottonavi i pantaloni, tu che dandomi le spalle mi invitavi a entrare dentro casa, il tuo culo che mi diceva di seguirti, la foto che mi avevi mandato sul cellulare mentre stavo salendo le scale: ogni cosa trasudava una prorompente sessualità, impossibile da ricreare da sveglio.
Non avevo altra scelta se non quella di tornare a letto, cercare di dimenticare tutto e provare a riprendere sonno. Erano le quattro del mattino, sarebbero trascorse altre tre ore prima che la sveglia suonasse. Avevo tutto il tempo necessario per potermi riaddormentare. Prima di farlo ho acceso la luce del bagno e mi sono guardato allo specchio. Avevo un’espressione triste e stanca, come se il senso di colpa del sogno avesse lentamente scavato delle ferite sul mio volto.
Quando mi sono sdraiato di nuovo sotto le lenzuola ero in preda a un’agitazione sorda. Mi giravo da una parte all’altra del letto, abbracciando il cuscino e mettendomi in posizione fetale.
Quella notte non sono più riuscito a dormire. Sono andato a lavorare senza essermi riposato neppure un minuto dopo il sogno. Per tutto il giorno mi sono sentito uno straccio, come se la testa mi fosse passata dentro un tritacarne. Ma non era la testa a preoccuparmi, era il petto. Provavo un vuoto incolmabile proprio appena sotto il collo, là dove inizia lo sterno. Questo vuoto mi bloccava il respiro, mi creava affanno, qualsiasi cosa facessi.
È stato un disturbo momentaneo. Il giorno dopo stavo già bene, non avevo più niente. Non sarebbe stato niente di particolare se non fosse ricapitato dopo poco meno di una settimana. Ho rifatto il sogno, lo stesso identico. Tua madre è entrata nel medesimo istante con un tempismo perfetto e io mi sono svegliato non appena tu sei scappata in camera tua.
Sono corso in bagno senza perdere tempo. Ho cercato di masturbarmi per espellere via il senso di colpa, ma non è servito a niente. Sono dovuto tornare a letto e anche questa volta non sono riuscito a riprendere sonno. Il giorno seguente ero di nuovo uno straccio e non essendo stato in grado di masturbarmi il senso di colpa era sempre lì, intatto, a cercare di prendere spazio dentro il mio petto.
La cosa è capitata per quattro o cinque volte, ormai non le conto neppure più. Non puoi capire quanto sia frustante e deprimente. E allo stesso tempo incredibilmente stancante. Se non lo fosse non mi sarei mai permesso di scriverti questa lettera, soprattutto ripensando a cosa potrei andare incontro. Per questo ti prego di non dire niente ai tuoi avvocati. Alzerebbero un polverone per una sciocchezza come questa. In fondo il motivo ultimo per cui ti scrivo è semplicemente per chiederti un piacere. Te lo chiedo con profonda umiltà e, credimi, lo faccio solo perché mi sento davvero messo alle corde, non so più cosa fare. Ho provato di tutto, ma alla fine mi sono reso conto che, come dicevo all’inizio, per cercare di ricordare un sogno si aggiungono tutta una serie di particolari che in realtà durante il sogno non riesci a cogliere a pieno. Non li vedi, non li senti: li percepisci, ed è una cosa ben diversa. Per quanto ogni volta che mi sveglio io mi sforzi di ricreare il sogno, non sarà mai come nel sogno perché nel sogno c’è tutto e allo stesso tempo non c’è niente. Nel sogno ci siamo solo io e te. Nel sogno vedo soltanto i tuoi seni con sopra i copri capezzoli rosa, non vedo davvero l’appartamento o le mattonelle del pavimento, mentre quando sono in bagno, con il cazzo in mano (scusa la volgarità, ma è così) cerco di ricordare tutto, tutto quanto e anche oltre, finendo però per snaturare il sogno. Arricchendo il mio ricordo di tutti i particolari che nel sogno percepisco appena, materializzando in un certo senso ciò che nel sogno è incorporeo, finisco per appesantire il sogno e trasformarlo in una semplice fantasia. È per questo che, a mio avviso, non riesco a masturbarmi. A forza di appendere portachiavi al mio sogno ho perso di vista il sogno, ovvero le chiavi. Questo mi blocca, in realtà non ho le chiavi. È per questo che ti chiederei con tutto il cuore di mandarmi una tua foto con indosso solo dei copri capezzoli rosa shocking. Te ne sarei veramente grato. Questa foto mi servirebbe per riuscire finalmente a masturbarmi e scacciare via il senso di colpa che mi prende appena mi sveglio dal sonno. Ne ho bisogno, sul serio. Non so per quanto ancora potrò andare avanti così senza impazzire, portandomi appresso questo desiderio informe suggerito dal sogno e sostituito poi da un senso di colpa che pare volermi ingoiare da dentro.
Mi rendo conto che è una richiesta bizzarra, soprattutto dopo quello è successo tra noi, l’ingiunzione e tutto il resto, ma te lo chiedo dal profondo del cuore. Ti supplico.
Se non vuoi mandarmi una tua foto potrebbero andare bene anche delle tue mutandine usate. Magari un paio che non indossi più. Te ne sarei davvero grato.
Tuo per sempre, G.

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