Scatole

Sauro decise di fare fermare Ernest solo dopo cinque pagine. Avrebbe potuto concedere una pausa molto tempo prima, tanto per spezzare il racconto e introdurre i vari personaggi, ma dovette aspettare di trovare lungo la sua narrazione una stazione di servizio dove ci fosse un McDonald. Per ovvie ragioni Ernest e la sua compagnia non avrebbero potuto fermarsi in un autogrill qualsiasi.
Ernest era stanco già da una pagina e mezzo quando l’insegna luminosa con la grande M gialla su sfondo rosso cominciò a brillare all’orizzonte. Prima di lui aveva guidato Paul per circa quattro pagine, appena partiti, mentre Cloe aveva guidato per una sola pagina prima di lamentarsi della strada e chiedere con la sua voce carica di sfumature sensuali se qualche cordiale gentiluomo le avesse potuto dare il cambio. Si era offerto Martin, ma soltanto per due pagine, dopo le quali aveva lasciato la guida a Ernest, appunto, tornando a dormire sui sedili posteriori dell’auto con la testa appoggiata al finestrino. In totale avevano percorso appena dodici pagine, ne rimanevano ancora oltre cinquanta prima di arrivare a destinazione.
Alle spalle di Sauro una voce si fece largo tra il silenzio della stanza. Elena lo aveva spiato da dietro muovendo impercettibilmente le labbra mentre leggeva sullo schermo quanto lui andava scrivendo con il suo computer portatile.
“Non capisco come mai la distanza sia espressa in pagine e non in chilometri.”
Sauro si voltò ruotando sulla sedia girevole senza dire una parola. Non gli piaceva essere interrotto mentre lavorava, Elena lo sapeva, le aveva chiesto mille volte di non farlo. Lei però aveva sempre dei modi tutt’altro che spiacevoli per evitare di essere rimproverata. Indossava solo una maglia a maniche corte, lunga abbastanza da coprirle giusto la zona inguinale e lasciarle scoperte le lunghe gambe affusolate. Poteva non capire la maggior parte di quanto lui scriveva, ma era innegabilmente una vera delizia per gli occhi.
“I protagonisti stanno andando a uno spettacolo teatrale basato su un racconto di metafiction.”
Lo sguardo di Elena rimase vacuo in attesa di ulteriori dettagli. Sauro non pretendeva che lei capisse tutte le sfumature sottointese che lui cercava di inserire in quel racconto, ma non poteva permettersi neppure di perdere tempo spiegandole ogni singolo dettaglio. In fondo la lettura stessa lascia un’ampia libertà di manovra al lettore, e la scrittura spesso incita il lettore a prendersi delle libertà, lo spinge ad andare oltre la pagina che sta leggendo e a cercare altrove elementi magari non presenti nella narrazione. Non stava a lui indicare a Elena gli appigli a cui aggrapparsi per procedere nella lettura o per goderne appieno. Era lei a doversi informare, se davvero le interessava.
Chissà come avrebbe reagito se le avesse detto la verità, ovvero che lei doveva sapere già dove i quattro personaggi stavano andando. Lo sapeva perché era una dei quattro personaggi. Cloe era la sua gemella letteraria, trasportata sulla pagina prendendo lei come modello. Aveva gli stessi capelli rossi ondulati fino alle spalle, gli stessi occhi azzurri e la stessa espressione sempre incerta di chi non sa mai se prendere sul serio quanto gli viene detto o riderci su. Come lei anche Cloe era di una bellezza disarmante che le permetteva di ottenere qualsiasi cosa volesse con la semplice inclinazione della testa, uno sguardo dolce e la fantasia di una ipotetica deviazione sessuale.
Sauro doveva ancora risolvere una piccola incongruenza, ma era speranzoso di farlo in una delle revisioni successive. Se Cloe era davvero uguale in tutto e per tutto a Elena, e non solo a livello fisico, il problema era giustificare come una persona priva di interesse letterario si potesse imbarcare in un viaggio lungo cinquanta pagine per andare a vedere uno spettacolo teatrale basato su un racconto che era ispirato a un altro racconto con il quale condivideva l’intenzione di smascherare l’artificio narrativo della scrittura. La soluzione poteva essere quella di introdurre una relazione tra il personaggio di Cloe e quello di Martin, ipotesi che Sauro cullava già da qualche tempo senza però approfondire troppo. Ancora non aveva deciso se dovesse trattarsi di un rapporto dichiarato o invece di una semplice infatuazione di Cloe nei confronti di Martin. L’unica cosa certa, almeno fino a quel momento, era che sarebbe stato Martin il personaggio più letterato della storia. Era lui il vero motivo per cui Cloe aveva deciso di mettere piede per la prima volta in vita sua in un teatro: voleva fare colpo su di lui.
Martin aveva saputo dello spettacolo da Paul quando quest’ultimo, mentre erano seduti in un pub a bere una birra, gli aveva confidato di progettare un viaggio con il suo amico Ernest per andare a vederlo. L’unica città nella quale la rappresentazione era in cartellone distava capitoli e capitoli dal loro paese e Paul aveva bisogno di qualcuno con cui fare a turno alla guida dell’auto scassata di sua madre.
Martin si era subito mostrato interessato. Adorava il racconto al quale era ispirato lo spettacolo e non vedeva l’ora di capire come gli autori avessero deciso di portarlo in scena. Era curioso di scoprire quali tecniche potevano essere utilizzate per tradurre nel linguaggio teatrale lo stile del racconto. Aveva chiesto subito a Paul di aggregarsi, promettendo di contribuire sia alla guida che alle spese di benzina. A ruota si era unita Cloe, per ovvi motivi sentimentali, e così la compagnia poteva dirsi completa: Paul, Ernest, Martin e Cloe.
I suoi personaggi ancora non lo sapevano, ma Sauro aveva preparato per loro una bella sorpresa. Gli spalti del teatro dove sarebbe andato in scena lo spettacolo, così come l’ingresso e i corridoi che avrebbero accompagnato gli spettatori ai propri posti, sarebbero stati arredati in modo tale da riprodurre l’interno di una casa stregata. Un’operazione mastodontica che se fatta nella realtà avrebbe imposto allo spettacolo di fare il pieno tutte le sere per rientrare nei costi, ma che per Sauro non implicava altro se non una descrizione più attenta e dettagliata da fare quando la compagnia sarebbe giunta a destinazione. La scenografia del palco avrebbe accolto e mischiato l’interno di un McDonald, appunto, e l’abitacolo di un’auto.
Era questa l’idea che aveva appassionato Sauro tanto da convincerlo a scrivere quel racconto. L’intero lavoro sarebbe stato una successione di scatole cinesi, ognuna delle quali avrebbe contenuto una versione rimpicciolita, ricca di citazioni e omaggi, di se stessa. Paul, Ernest, Martin e Cloe avrebbero intrapreso un viaggio in auto, proprio come facevano i protagonisti del racconto a cui era ispirato lo spettacolo che stavano andando a vedere; si sarebbero fermati in un McDonald per mangiare in quanto i protagonisti di cui sopra, nel loro racconto, andavano a una riunione di ex attori di pubblicità della catena di fast food; e il teatro sarebbe stato allestito come l’ingresso di una casa stregata perché il racconto da cui era tratto lo spettacolo che i suoi protagonisti stavano andando a vedere era a sua volta ispirato a un altro racconto ancora, con il quale condivideva un personaggio, e che aveva come ambientazione proprio una casa stregata.
Quello che Sauro ancora non aveva deciso era quale parte prendere nella discussione a distanza che i due racconti, non suoi, portavano avanti durante la narrazione. Era un dubbio di non poco conto che avrebbe dovuto sciogliere il prima possibile. In base a quella scelta il tono del suo racconto sarebbe dovuto cambiare per indicare al lettore quale fosse la sua opinione.
In entrambi i racconti c’era un grande spirito che aleggiava sulle pagine, e questo spirito era la metafiction. Ma se il racconto originale, quello che aveva dato inizio a tutto, poteva essere visto come l’esempio più elegante dell’intera produzione mondiale di metafiction, il secondo, quello da cui era tratto lo spettacolo teatrale, era il tentativo di uccidere la metafiction usando la metafiction stessa, una specie di suicidio assistito. Lui quale parte avrebbe preso?
Questo devo ancora capirlo. In un racconto, o nella narrativa in generale, è necessario che i personaggi siano ben delineati. Se li si tratteggia con troppi dubbi c’è il rischio di renderli irreali, oppure delle banali macchiette. Il carattere deve essere deciso, in modo da aiutare il lettore a capire il personaggio a cui è riferito. Come Elisa, dietro di me. È sdraiata sul divano, in posizione fetale, e sta dormendo. Non sta quasi dormendo, o forse dorme o forse no. Dorme, punto e basta. Lei è vera, i suoi contorni, non solo quelli fisici, sono precisi, non lasciano spazio a incertezze. È gentile, sempre. Disposta in qualsiasi momento a darti una mano, a renderti felice. Non si ferma a pensare a cosa potrebbe avere in cambio, cerca solo di aiutarti, senza nessuna aspettativa. Lo fa sempre, il suo atteggiamento non è altalenante, è costante. Quando ho bisogno del suo aiuto io so che lei sarà sempre disponibile. È il suo carattere a imporle un comportamento del genere. È questo a renderla reale.
Lei adesso dorme. È così bella. Quando la guardo non riesco a liberarmi dal suo fascino. È attraente, nel senso più stretto del termine: attrae e non permette di liberarsi della sua attrazione. È come cadere in un campo gravitazionale. Spesso mi sento proprio così, un satellite che le orbita intorno. Perdo qualsiasi libertà, se non quella di continuare a guardarla. Ora per esempio dovrei continuare a scrivere il mio racconto — il racconto che parla di uno scrittore che scrive un racconto che parla di un viaggio di quattro personaggi per andare a vedere uno spettacolo ispirato a un racconto che è il sequel di un altro racconto — invece non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Sono come impigliato dentro i suoi riccioli biondi dorati. Non mi dimeno nel tentativo di liberarmi, anzi: mi rannicchio comodo nei suoi capelli cercando di costruirmi un piccolo nido dove riposare in pace.
So che dovrei preoccuparmi del mio personaggio principale. Sauro non deciderà da solo se essere pro o contro la metafiction. Devo essere io a prendere una decisione al posto suo. Lui al momento è congelato in uno spazio bianco grande quanto una pagina vuota. Dentro la mia testa si agita facendo tutto e il contrario di tutto. Vive in una miriade di universi paralleli dentro i quali ogni sua scelta, o possibile scelta, prende vita diventando reale. C’è un Sauro che è per la metafiction, e uno che è contro la metafiction. C’è un Sauro che odia con tutto se stesso la metafiction, così come c’è un Sauro a cui la metafiction non interessa minimamente. Allo stesso tempo c’è un Sauro che ha già finito di scrivere il suo racconto, e un altro ancora che invece si è perso nel tentativo di spiegare a Elena il significato di quello che stava scrivendo. Ci sono tanti Sauro quanti è possibile immaginarne, eppure un solo Sauro è destinato a finire dentro il mio racconto: è il Sauro che verrà impresso nella pagina e che per questo diventerà reale. Fino a quando non lo scrivo Sauro rimarrà in un limbo dove tutto è possibile.
Nonostante sappia quale sia il mio dovere — devo tornare a scrivere, dare vita al mio personaggio — non riesco a smettere di guardare Elisa. Mentre dorme ha l’espressione beata di un angelo. Ha i lineamenti rilassati, la sua pelle ha il colore dell’alabastro. È il ritratto della spensieratezza. Di tanto in tanto, nel sonno, le sue labbra si stendono in un sorriso appena accennato. Chissà cosa sogna.
Vorrei che si svegliasse, ora, proprio in questo momento. Desidererei abbracciarla, toglierle i capelli dagli occhi, e fare l’amore con lei. Sarebbe un sesso dolce, concentrato nei dettagli, fatto di movimenti lenti e calibrati, attento a godere anche della più leggera sfumatura di ogni sensazione possibile. Io e lei distesi sul divano, abbracciati, stretti, avviluppati. Quanto vorrei che chi la sta scrivendo, ora, la descrivesse nell’atto di svegliarsi, magari facendola sbadigliare educatamente per poi lasciarla allungarsi in timidi movimenti con le gambe e le braccia prendendo tutto il posto disponibile sul divano. Sarebbe una gioia immensa. Te ne sarei davvero tanto grato. Non puoi capire il mio desiderio. Non puoi capire appieno un desiderio fino a quando non finisci per annegarci. Solo allora realizzi cosa significhi davvero. Le descrizioni e le similitudini sono strumenti tanto falsi quanto imperfetti, con i quali si riesce a spiegare le sensazioni che si vivono nella vita reale solo per difetto, e mai avvicinandosi abbastanza ad esse da dipingerne un quadro completo. Anche un milione dei migliori scrittori di tutta l’esperienza umana che scrivessero per un milione di anni non potrebbero descrivere come mi sento io in questo momento. Il momento durante il quale Elisa dorme e io spero che si svegli. Pagherei tutto l’oro del mondo affinché i suoi occhi si aprissero, proprio ora, mentre tu leggi, mentre io spero, mentre Sauro è indeciso se essere pro metafiction o contro la metafiction, e Elena non sa neppure cosa diavolo significhi il termine metafiction, e Paul, Ernest, Martin e Cloe sono seduti a mangiare un hamburger a un tavolo di un McDonald in una stazione di servizio lungo la strada che li porterà alla fine del loro racconto, e mentre qualcuno al di fuori di tutte le scatole cinesi immaginate da Sauro e da me ci sta scrivendo tutti quanti, adesso.