E comunque non è lo sportello antigender

Si conclude così la chiamata di ieri pomeriggio al numero della Regione Lombardia presentato come centro antigender dall’assessore alle Culture, Cappellini, chiamato ufficialmente sportello per le famiglie.
(Qui http://bit.ly/2d2ZBZJ la puntata precedente)
Esordisco spiegando le mie perplessità sui nomi scelti per le sezioni della scuola materna, chiedendo se il fatto di chiamare tutti “coccinelle” o “tartarughe” non possa portare confusione nella mente di mio figlio. “Mi sembra una richiesta un po’ sui generis”, dice l’operatrice. Gentile, tono professionale. “A lei dà fastidio?”, mi chiede. Rispondo che sì, mi sembra strano che non ci siano nomi maschili. “Il bambino ha espresso disagio?”. Questo no, non mi sembra. Però staremo attenti a cogliere ogni piccolo segno.
Domando se si possono fare incontri con i genitori con il loro supporto e mi risponde che mi potrebbero mettere in contatto con associazioni che si occupano di formazione. Quando però aggiungo che voglio capire se ci siano in programma assemblee che spieghino i rischi della teoria gender si irrigidisce e mi chiede come mi sia venuto in mente. Spiego che lo sportello era stato presentato in questo modo.
- Mi sembra una strumentalizzazione del servizio
- L’ha detto proprio l’assessore
- Si riferisca a Regione Lombardia, allora. Ma perché mi chiede queste informazioni?
- Perché pensavo che organizzaste incontri sul tema. È stato scritto ovunque così
- Mi dica dove?
- Ovunque, internet, facebook
- Mi può citare la pagina?
- Quella dell’Ansa, per esempio. E tutte le altre
Prosegue dicendo che loro si occupano di formazione ad ampio spettro. “Lo sportello dà consigli alle famiglie, si occupa di quelli che possono essere disagi, problemi nelle relazioni tra i ragazzi, di aiutare i genitori”.
Poi, appunto, il chiarimento.
- E comunque questo non è lo sportello antigender. Arrivederci.
Scandito bene, in modo che fosse chiaro. Probabilmente non sono il primo a chiamare.
Mi pare di capire che sul tema sia stata fatta un po’ di propaganda. Il che non mi stupisce, ma dato che ci sono comunque di mezzo finanze pubbliche (30.000 euro), e dato che genitori e alunni possono davvero avere bisogno di un supporto, perché non farlo funzionare come sportello vero, senza spacciarlo per altro? Una volta che si fa qualcosa per le famiglie, dico io, non si può fare e basta? Farlo bene, magari? A parte la mia domanda strampalata, non riesco cogliere in che modo, da un numero di telefono di Milano, attivo il lunedì e il giovedì dalle 14 alle 18, si possa coordinare un servizio di sostegno che per sua natura dovrebbe essere capillare, territoriale.
Poi noi siamo bravi a rispettare i meccanismi pavloviani che fanno sì che un giorno ci sia il fertility day, l’altro c’è il fatto di cronaca nera, un giorno c’è l’antigender, poi arriva Di Canio, seguito dal papà che non fa fare i compiti al figlio e da Alberto Angela. Tutto così, mescolato, senza che ci si capisca niente. Un enorme frullato che, dopo essere stato digerito alla svelta, finisce sapete dove. Online. Mi limito ad aggiungere che la responsabilità è condivisa ad ampio raggio, compreso chi scrive.
Se poi volete partecipare alla raccolta firme per introdurre la sezione triceratopo nella scuola di mio figlio, fatevi avanti. Anche se in realtà quella stessa materna comunale ha il cancello da aggiustare, è rotto da giugno. Forse è più urgente. E chissà quanti cancelli si aggiustano con 30.000 euro.