OCSE Digital Outlook 2015: come procede l’economia digitale? In Italia non bene

Quali sono le strade da percorrere per massimizzare il potenziale dell’economia digitale come motore per l’innovazione e la crescita inclusiva? Quali sono le evoluzioni di Internet che la politica deve prendere in considerazione per tracciare la rotta delle future norme sulla governance digitale? Qual è lo stato attuale e da dove partire per migliorare?

Sono queste le principali domande che si è posta l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nella nuova versione della sua ricerca annuale sull’economia digitale, l’ “OECD Digital Economy Outlook 2015” analizzando l’andamento dei vari paesi nel settore ICT grazie al confronto tra diversi parametri. (Link al mio pezzo precedente)

Ma qual è, nel dettaglio, l’andamento complessivo della Ue e dell’Italia in particolare?

Lo stato attuale: cresce la connettività

L’analisi fotografa, complessivamente, una situazione positiva per il reparto ICT e, secondo l’OCSE, gli investimenti in crescita nei reparti di ricerca e sviluppo e il recente aumento del tasso di brevetti registrati rivelano quanto il settore dell’Information Technology sia di vitale importanza per l’innovazione nei vari paesi. Il mercato della banda larga, infatti, è in forte espansione e un miliardo di sottoscrizioni a Internet veloce via WiFi nell’area interessata lascia ben sperare per i prossimi sviluppi (si tratta di un dato che comunque compensa un calo nella telefonia fissa).

Inoltre, le reti di comunicazione stanno migliorando le proprie prestazioni con la rapida diffusione delle tecnologie legate alla fibra ottica e al 4G in concomitanza con un forte calo dei prezzi per gli utenti, in particolar modo nella telefonia mobile. Esistono, però, ancora notevoli opportunità per aumentare la copertura e migliorare la qualità delle infrastrutture della banda larga, sia fissa sia mobile e la nuova metodologia per misurare la velocità di trasmissione dei dati, diffusa dall’OCSE ai Governi, faciliterà la penetrazione nei mercati di alcuni settori ancora ai primi passi, come l’Internet of Things.

Analiticamente, però, mentre la maggior parte delle imprese nei paesi OCSE possiede effettivamente una connessione a banda larga (circa il 95% di tutte le imprese con più di 10 dipendenti), in pochi ne fanno un uso virtuoso: volendo citare due esempi, solo il 31% delle imprese utilizza software per la gestione delle risorse aziendali e solo il 22% dispone di servizi di cloud computing (con notevoli differenze tra le grandi e le piccole imprese).

Infine, l’OCSE sottolinea anche alcuni problemi di governance che i paesi avranno il compito di risolvere a breve: uno su tutti, dovranno sbrogliare la matassa delle difficoltà che stanno portando i nuovi modelli di business basati sui metodi collaborativi, quali le piattaforme di crowdfunding e la “sharing economy”, che rappresentano una sfida per i mercati consolidati in termini legislativi. In sostanza, la politica dovrà trovare delle risposte normative importanti per favorire lo sviluppo di nuovi modelli senza danneggiare altri settori più tradizionali.

La situazione italiana: siamo il fanalino di coda

L’Italia rientra tra gli “esaminati” e, va detto, non brilla particolarmente e in alcuni settori determinanti (come quello su ricerca e sviluppo) rappresenta addirittura il fanalino di coda dell’OCSE.
Incoraggiare una maggiore adozione del digitale è essenziale, in particolare da parte del governo e delle imprese, comprese quelle piccole e medie”, ammonisce l’OCSE in una delle pagine della ricerca, ma l’Italia, come detto, non si trova in posizioni di particolare leadership. Negli investimenti in ricerca e sviluppo (uno dei parametri di misura per comprendere il grado di innovazione di una nazione insieme al numero di brevetti depositati) l’Italia è in 26esima posizione (subito dopo il Canada e immediatamente prima del Portogallo e della Spagna) e la percentuale di investimento specifico per l’ICT è minima.

Altri paesi più lungimiranti come la Finlandia, Israele e la Corea (che non a caso dominano la classifica) hanno destinato al settore ICT oltre il 40% del loro investimento complessivo in ricerca e sviluppo, una cifra che oscilla tra l’1,2% e l’1,8% del PIL dei paesi considerati.

A questi dati si potrebbe tranquillamente rispondere affermando che gli investimenti in ricerca e sviluppo rappresentano soltanto “l’ingresso” nel mondo dell’innovazione, un tentativo di aumentare una posizione di svantaggio di cui l’Italia potrebbe anche fare a meno. Purtroppo però, tra i parametri dell’OCSE, troviamo anche i brevetti e i progetti registrati che misurano invece lo stato attuale di ogni paese in termini di innovazione. Anche qui, come si vede, la situazione non è delle migliori: in sostanza, riusciamo a superare tra tutti i Paesi OCSE solo Slovenia, Brasile, Messico, Turchia e Cile (ben al di sotto di tutte le medie mondiali).

Non è possibile ignorare anche che, sia per quanto riguarda gli investimenti di R&S sia per i brevetti registrati, a far la parte del leone nelle classifiche sono l’Asia e i paesi del Nord Europa.

Un ulteriore parametro scelto dall’OCSE è la percentuale di occupazione nel settore ICT che, complessivamente, ha coinvolto oltre 14 milioni di persone, quasi il 3% dell’occupazione totale: la quota è rimasta relativamente stabile anche durante la crisi finanziaria, ma anche qui come si vede l’Italia occupa una posizione alquanto bassa.

Le conclusioni: bisognerà ragionare sui processi di governance

I Governi nei paesi OCSE, complessivamente, mostrano di essere sempre più consapevoli della necessità di sviluppare l’economia digitale in modo strategico per rispondere alle sfide fondamentali che si presenteranno negli anni a venire, tra i quali la necessità di ridurre la disoccupazione, le disuguaglianze e aiutare le persone ad uscire al di sotto della soglia minima del livello di povertà.

Le agende digitali di oggi riguardano questioni che vanno dalla creazione di imprese all’incremento della produttività per la pubblica amministrazione, dall’aumento del tasso di occupazione fino a un miglioramento complessivo del livello di istruzione delle popolazioni, senza dimenticare però la sanità e l’ambiente: l’Italia in primis, così come anche gli altri paesi dell’OCSE, dovranno interrogarsi seriamente sulla governance di Internet per raggiungere questi obiettivi.

I vantaggi e i rischi di un Internet più aperto saranno discussi dai ministri e dalle altre parti interessate nella prossima riunione dell’OCSE fissata nel 2016, insieme ad altre questioni fondamentali relative alla connettività globale, l’Internet of Things e alla promozione della fiducia nell’economia digitale: l’Italia, stavolta, risponderà all’appello?