Pittsburgh: se i social network dimenticano il principio di Popper

Conoscete il paradosso della tolleranza di Karl Popper? Si tratta di un enunciato del 1945 in cui si stabilisce che una società basata sulla tolleranza indiscriminata non funziona perché gruppi di intolleranti presenti al suo interno prenderebbero abbastanza potere da stravolgerla. In sintesi, una società aperta e tollerante deve quindi mantenere un’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa come condizione necessaria per la sua sopravvivenza.

Social Network come GAB oppure 8Chan sembrano aver “dimenticato” il paradosso di Popper fondando tutta la loro offerta sul “free speech” indiscriminato, ovvero sulla libertà di espressione totale dove qualsiasi tipo di discussione, post, frase, teoria del complotto, dichiarazioni naziste e razziste sono “tollerate”. Va tenuto presente anche che negli Stati Uniti d’America, l’odio online e l’hate speech è tutelato da un’estensione (messa in atto nei primi anni ’90) del Primo Emendamento della Costituzione USA: c’è quindi un retroterra filosofico-giuridico che non andrebbe mai a limitare gruppi di estremisti che inneggiano a stermini e pulizie etniche senza che vi sia l’incombenza di una reale minaccia. Ma come possono fare le piattaforme a capire se vi è una “reale minaccia”?

Pare che non ci si riesca affatto: è proprio su GAB infatti (come riporta Andy Campbell su HuffPost USA) che Robert Bowers, l’uomo che ha commesso la strage ieri a Pittsburgh nella Tree of Life Congregation, postava continuamente il suo disprezzo verso gli ebrei grazie a un’ecosistema che ha permesso la creazione di un palcoscenico online fondato sull’intolleranza, sull’odio e su teorie deviate, nascondendo le proprie responsabilità dietro il comodo sipario del ‘free-speech’ e del Primo Emendamento.

Prima di entrare nella sinagoga per commettere la strage, Bowers ha infatti scritto su GAB: “HIAS likes to bring invaders in that kill our people. I can’t sit by and watch my people get slaughtered. Screw your optics, I’m going in” che tradotto al volo sarebbe: “HIAS (Ong che fornisce assistenza ai rifugiati e agli immigrati di origine ebraica, ndr) adora portare invasori che uccidono il nostro popolo. Non posso stare a guardare mentre il mio popolo viene massacrato. Prestate attenzione, sto entrando.”

Fonte: HuffPost USA

Prima di questo post ce ne erano decine, e ancora oggi (mi sono iscritto e ci sono andato poco fa) i post contro i musulmani e contro gli ebrei postati da altri utenti non sembrano diminuire. Bowers in particolare, il cui account è stato sospeso ma i cui screenshot stanno comparendo ovunque su Twitter, ha postato e condiviso diversi contenuti che dichiarano il suo odio verso i musulmani e gli ebrei, con tanto di simboli nazisti e incitamenti all’odio.

Considerata la tempesta che si stava per abbattere, GAB è corsa ai ripari rilasciando una dichiarazione su Medium che dice: “Gab unequivocally disavows and condemns all acts of terrorism and violence. This has always been our policy”. Certo, come no, quindi questo screenshot pescato da Christopher Mathias come si spiega? Ma soprattutto, come fare a determinare che questa sia una “reale minaccia”?

Anche l’attentatore delle missive contro Obama, Clinton e altri di qualche giorno fa è da ricondursi a teorie complottiste che nascono e si sedimentano su alcune piattaforme online come 8Chan (mai sentito parlare di Q-Anon? Qui Wu Ming 1 lo spiega bene). Anche in quel caso, non si tratta di mettersi a censurare i contenuti online ma di comprenderne la vera portata sulla realtà fisica e materiale che ci circonda.

Come affrontare il tema? Il discorso è controverso e le posizioni variano da chi sostiene che la “censura sia inutile” (su cui concordo) a chi osserva preoccupato l’esistenza di uno schema ricorrente:

  • Già nel 2016 Nicole Ellison, professoressa di informazione all’University of Michigan interpellata da Wired proprio su GAB e sulla censura disse che “non venire a conoscenza del comportamento negativo delle persone online non migliora il loro comportamento (in altri luoghi, ndr)”. In sintesi la sua posizione è che andare verso la direzione che persone di ideologie diverse non possano nemmeno condividere i propri pensieri su un sito web è un filtro molto vicino alla censura e potrebbe essere controproducente.
  • Le grandi corporazioni tecnologiche hanno una linea molto più dura. Ad esempio PayPal ha deciso di bannare GAB proprio poche ore fa, in seguito alla strage commessa da Bower. Come dichiarato dalla società su The Vergequando un sito consente esplicitamente di perpetrare l’odio, la violenza o l’intolleranza discriminatoria, intraprendiamo un’azione immediata e decisiva”. Paypal è solo l’ultima grande piattaforma a sospendere Gab. Apple ha fin dal principio rifiutato di ospitare l’app del sito nel suo store iOS e, ad agosto 2017, Google ha rimosso l’app dal Google Play Store proprio per aver violato la politica di incitamento all’odio della società.
  • Louise Matsakis su Wired scrive addirittura di un “pattern ricorrente”, uno schema che parte dall’aumento dei messaggi di odio online fino al compimento di azioni fisiche come questa. “Anche se è impossibile mettere direttamente in relazione i post online di Sayoc (l’attentatore delle missive contro Obama di cui sopra, ndr) e Bowers con i loro successivi attacchi violenti ma il pattern è preoccupante. Le community digitali forniscono un fertile terreno per incitamento all’odio e all’organizzazione. Non sarebbe la prima volta che questi ecosistemi online trasformano quell’odio in violenza nel mondo reale

In conclusione, se è vero che il primo emendamento della costituzione USA tutela l’hate speech, è anche vero che, come scrive il prof. Giovanni Ziccardi nel suo “L’odio online”, tale emendamento non si applica al settore privato ma solo a quello pubblico: è quindi possibile per le società come Facebook, Reddit, GAB e 8Chan applicare politiche censorie senza incorrere nella violazione dei principi costituzionali del proprio paese. Il problema è che per GAB (e simili) la non moderazione è una scelta precisa: è quella che in termini di marketing si chiama UVP (unique value proposition), il valore aggiunto dichiarato rispetto agli altri social competitor e che quindi attira proprio un certo tipo di utenti che non vuole sottostare a nessun principio di moderazione. Proprio quelli che vogliono scrivere “l’Islam è il diavolo” senza doversi preoccupare delle conseguenze.

A mio avviso il punto non è censurare dall’alto le piattaforme o agire come se l’hate speech si traducesse automaticamente in azioni violente “offline”. Non è così, e aggiungerei per fortuna. Piuttosto ci tocca fare uno sforzo maggiore: bisogna cominciare a comprendere e analizzare come certi messaggi finiscano per diventare propaganda persuasiva di un’estrema destra del terrore che si auto-alimenta fino a trovare persone disposte a entrare nelle sinagoghe e sparare a caso. Fino a costruire cioè una minaccia reale con conseguenze tragiche in termini di vittime e anche di tenuta democratica. Una volta compreso e analizzato (se esiste come ritiene Matsakis) il pattern, tocca provare a disinnescarlo e riscoprire nuovamente il principio (ahimé, tutto europeo) della tolleranza di Popper, accantonare eticamente le pretese di UVP e riaprire il dibattito sulla validità attuale di alcune norme che, forse, non riescono più a interpretare il nostro presente.