Torte, ciliegie e Senza Dimora
Raccontare il mondo con i dati a Piazza Grande.
Utilizzare i dati per raccontare il mondo in cui viviamo è una pratica diffusa. Tutti, enti statistici, ricercatori, le associazioni, i partiti politici, la donna o l’uomo della strada, sanno che non ne possiamo più fare a meno. I numeri fanno parte delle nostre vite, ci riguardano da vicino, li incontriamo al supermercato, nelle statistiche dei social, impressi su un biglietto dell’autobus e, se da un lato sembrano aridi e freddi, possono essere molto loquaci se li sappiamo interrogare. Usati correttamente i dati possono aiutarci a descrivere fenomeni complessi e tendenze del mondo che ci circonda, possono essere una fonte giornalistica o fornirci punti di vista diversi dai quali partire per analizzare la realtà.
Con questo incipit si riparte con il giovedì pomeriggio della redazione estesa di Piazza Grande. Alla quarta puntata del Laboratorio di Giornalismo Sociale, il 28 aprile all’Happy Center nella multietnica Bolognina, sono intervenuti due relatori che di dati se ne intendono: il data journalist Jacopo Ottaviani e la ricercatrice Caterina Cortese della direzione Politiche Sociali della fio.PSD.
Che cos’è e come funziona il Data Journalism?
Secondo Ottaviani, il giornalismo dei dati “non è nulla di nuovo, il termine descrive piuttosto una metodologia di indagine e non una forma nuova di giornalismo”. I suoi lavori si distinguono per l’uso massiccio di dati numerici, di mappe contestuali e grafici interattivi. Ha pubblicato articoli per Internazionale, The Guardian e Al-Jazeera e ha prodotto reportage come The Migrants Files e E-Waste Republic. Per lui, il termine Data Journalism è una semplice etichetta destinata a sparire con il tempo quando per fare giornalismo non si potrà fare a meno di ricorrere ai numeri. Parafrasando Nanni Moretti potremmo gridare: “I numeri sono importanti” ma bisogna fare attenzione: i numeri servono a raccontare una storia ma non sono la storia e, soprattutto, non raccontano sempre la verità. Tutto dipende da come li trattiamo.
Occhio a torte e ciliegie
Il rischio di fare disinformazione è sempre in agguato.
L’errore potrebbe nascondersi in una ciliegia. La pratica del Cherry Picking consiste nello scegliere i dati più funzionali alla teoria che si vuole dimostrare finendo così per descrivere un fenomeno senza però rispecchiare la realtà. Raccolgo solo la cigliegina piu bella.
Anche le torte (grafiche si intente) a volte sono ingannevoli, in particolare quelle 3D che falsano le proporzioni e la percezione del lettore e non andrebbero mai usate. Rappresentare graficamente l’informazione non è banale e può essere fuorviante.
Pericoli “gastronomici” a parte, quello che non si dovrebbe mai dimenticare è che dietro ai dati ci sono le persone, le loro abitudini e comportamenti. Dentro una percentuale stanno “accovacciati” donne e uomini in carne ed ossa con veri problemi e necessità che un giornalista non può ignorare. Calarsi dall’analisi al caso concreto, dai dati alla storia personale, librarsi a volo d’uccello dall’alto verso il basso e viceversa (è la tecnica del Bird Side View e si usa nelle mappe di google ad esempio) rimane sempre e comunque una buona pratica.
I dati per il sociale. Cosa possono fare gli uni per l’atro.
Anche la ricercatrice Caterina Cortese va a braccetto con i dati. È responsabile, per la Fio.PSD del progetto Housing First ed è venuta a illustrare l’Indagine Nazionale sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, realizzata nel 2014 in convenzione con Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Caritas.
Obiettivo del focus è stato quello di misurare e mappare il fenomeno delle persone senza fissa dimora in Italia, determinarne le cause e trovare soluzioni.
Più di mille volontari hanno intervistato 5.000 persone in 158 comuni italiani. Sono state individuate anche 229 UdS (Unità di Strada) che offrono servizi di supporto relazionale e assistenza. Quello che è emerso aiuta a capire meglio il fenomeno: sono 50.724 le persone senza dimora in Italia, uomini per l’85,7%. Il 60% è straniero e più della metà vive al Nord, dove l’offerta dei servizi è maggiore. Rispetto a quanto emerso nella precedente indagine del 2011, il numero dei senza dimora aumenta ma di poco (1.000 poveri all’anno in più che si aggiungono ai marginali di sempre). Peggiorano però le loro condizioni. Chi è povero è sempre più povero e sta più a lungo in strada. Le separazioni e i divorzi, un lavoro instabile, poco sicuro e mal retribuito o la mancanza di qualsiasi reddito sono tra i principali fattori della homelessness oggi in Italia.
Attraverso la realizzazione dell’Indagine Nazionale, un fenomeno prima solo “emergente” è stato quantificato e descritto attraverso l’uso di dati che in questo caso non erano reperibili in rete ma erano “nascosti dentro la realtà”. Forse ora sarà meno difficile trovare soluzioni che abbiano un impatto reale sulla condizione di vita di chi una casa non ce l’ha, degli operatori sociali e che possano servire a rendere più efficienti gli aiuti che provengono dallo Stato e delle istituzioni.
Caterina ha la stessa visione “ornitologica” del data journalist. Parte dal basso (dalla strada), vola in alto (fino a scoprire e raccontare tutto di un fenomeno analizzando e elaborando i dati raccolti) e di nuovo torna giù fino a calarsi nella realtà (tra le persone).
Che cosa possiamo concludere?
I due approcci differiscono soltanto per le finalità.
Per il data journalist, si tratta di diffondere e raccontare storie partendo dai dati, rendendoli comprensibili per chi legge; per la fio.PSD di fare emergere un fenomeno, portarlo sotto gli occhi della gente, partendo da un bisogno che si vuole soddisfare (ad esempio migliorare le condizioni dei senza dimora in Italia), per comprenderlo e trovare soluzioni più accurate.
Che sia descrivere la realtà con l’aiuto dei dati o trasformare in dati la realtà non possiamo dimenticare che i dati servono ma da soli non bastano.
di Francesco Polacchini
(pubblicato il 7 maggio 2016 su Piazza Grande)