Scarpa d’oro 2016: tra Cenerentola e l'Uomo Tigre.

La “Scarpa d’oro” premia ogni anno il giocatore che realizza più reti all'interno dei campionati europei. Dal 1997, il numero dei goal è rapportato al coefficiente di difficoltà del campionato in cui viene realizzato — il che rappresenta l’unico motivo plausibile per cui io non l’abbia ancora vinta, purtroppo.

La Scarpa d’oro è, in effetti, d’oro.

Ma cos'è la Scarpa d’oro nel mio immaginario? L’anno scorso forse non avrei risposto come oggi, ma l’anno scorso non è stato come questo.

Se la Scarpa d’oro fosse una fiaba, sarebbe Cenerentola, ma con molta meno poesia. Per esempio, cambierebbe l’anatomia nella storia: non più i piedi delicati di una principessa promessa dal destino e dal tocco della magia; piuttosto numeri oltre il 40 con cicatrici, dorsi venosi e unghie annerite dal peso di pestoni e agonismo.

E non sarebbe la favola classica che riscatta il debole portandolo dove la sua condizione naturale e sociale mai avrebbe permesso. 
La Scarpa d’oro è, infatti, più simile a una giostra medievale tra cavalieri che a un ballo reale vista mezzanotte.

Ecco, se la Scarpa d’oro fosse un cartone, di quelli classici della Disney, sarebbe forse più La Spada nella Roccia che Cenerentola. Ma neanche.

Perché l’impresa non guarda allo spirito nobile dei cavalieri, non scruta il loro animo, non cerca purezza e nobiltà. La Scarpa d’oro non la vince quasi mai il Vardy di turno, una specie di Semola del pallone che passa dai panni di garzone operaio a quello di bomber dei bomber
La Scarpa d’oro è un premio per soli Ercole, ha più a che fare con i giochi tra i giardini dell’Olimpo che con il calcio sull'asfalto polveroso degli uomini.

C’è una scarpa ma non è per Cenerentole. C’è una spada, ma non è per Semola. La Scarpa d’oro è fuori dal modello Disney, è più una cosa alla torneo di Dragon Ball. Anzi, è una cosa alla Uomo Tigre: una corsa lunga, estenuante, senza esclusione di colpi, dove i colpi sono goal.

È la vittoria finale per cui viene versato ogni partita del sangue: quello dei portieri e delle difese. È un deja-vù costante. Il loop infinito di un nome alla voce marcatori. Il bonifico permanente e puntuale per fortunati fantacalciatori; per contro, il mutuo che soffoca i loro sfidanti.

Volendo immaginarla visivamente, la Scarpa d’oro è una scalinata vertiginosa, che parte dall'erba di un campo per perdersi nell'aria rarefatta delle nuvole. 
Si parte tutti da zero metri sul livello dell’erba: la linea bianca di gesso che, come un orizzonte, separa il “goal” dal “non goal”. E si procede, poi, gradino dopo gradino, metro dopo metro, sino a creare il solco con gli altri, sino a vedere pochi dietro di sé e quasi nessuno avanti, sino a giocarsi la vetta himalayana sull'assist generoso di un compagno di squadra, su un palo benevolo, su una deviazione da Millennium bug del regolamento. 
Sino a riconoscersi: i soliti noti, gli dei rimasti nel giardino, i lottatori ancora sul ring.

A stringerla con i lacci della storia, la Scarpa d’oro calza i piedi dei bomber europei da quasi cinquantanni. Il primo a vincerla è stato il grande Eusebio, con i 42 goal realizzati nella stagione 1967–1968 con la maglia del suo Benfica e preconizzando quella che è tutt'ora la scarpiera nazionale dove il premio è più di casa: il Portogallo (2 volte Eusebio, 2 volte Fernando Gomes, 4 volte Cristiano Ronaldo) — ma il Portogallo non era l’eterna nazione senza grandi bomber?.

L’hanno vinta, tra gli altri, Gerd Muller (2 volte), Ian Rush (stagione ‘83-’84) come anche van Basten e Stoickov. Tra il 1992 e il 1996 la Scarpa d’oro è rimasta appesa al chiodo, prima di tornare dal 1997 lustrata a nuovo e pronta per il primo piede della sua nuova vita: di un certo Ronaldo, detto “il fenomeno”, autore di 34 goal nel Barcellona stagione 1996–1997.

Ronaldo, senza Cristiano. Alias: il Fenomeno.

La nuova Scarpa d’oro è per pochi. È più aristocratica e pesa, con la qualità, la quantità. Al totale dei goal realizzati somma il coefficiente di difficoltà attribuito a ciascun campionato: 2 punti per i campionati di prima fascia, 1,5 per quelli di seconda e 1 punto per tutti gli altri.

Gli dei si danno regole nuove per tenere lontani gli uomini, e con il tempo la gara diventa una questione di pochi: si gioca tra Spagna, Inghilterra e Italia (è rimasta nel campionato spagnolo ben otto volte negli ultimi nove anni). 
La geografia della Scarpa d’oro recente riflette il potere calcistico in Europa ma sottende anche la forbice sempre più larga venutasi a creare in certi campionati: Barcellona e Real fanno in Spagna quello che vogliono, collezionando goleade. Non si può dire lo stesso in Italia con la Juventus, che pure ha dominato negli ultimi cinque anni. È un piccolo cortocircuito quello per cui gli alieni vengono ancora valutati dai goal sulla Terra, ma è forse un limite inarginabile del sistema.

Ma questi sono numeri e riflessioni razionali e per quanto il me adulto possa cercare spiegazioni alle domande esistenziali del mondo, tipo: “Messi o Cristiano Ronaldo?” Il me bambino procede per immaginari ed è sempre lì, sotto il ring dell’Uomo Tigre, a chiedersi se la Scarpa d’oro di quest’anno non rappresenti, forse, quanto di meglio Tana delle Tigri potesse mettere sul piatto del calcio europeo: Suarez, Higuain, Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic.

SUAREZ- L’UOMO VAMPIRO

Luis Suarez

Nel primo Uomo Tigre è un campione dei pesi massimi thailandese. 
Usa i suoi denti per mordere i rivali e iniettare loro un potente anestetico che ne atrofizza i muscoli. Lotta con i denti, proprio come Luis, ragazzo affamato che viene dall'Uruguay più povero. Istintivo sotto porta come nella vita. Irrequieto. Sleale. Letale.

HIGUAIN- L’Uomo Gorilla

Gonzalo Higuain.

Il gigante del cartone è una forza della natura. Indomabile. 
Viaggia in nave perché non entra sugli aerei. 
Arriva sul mare, proprio come Higuain: il giocatore che tutti sanno essere caduto di faccia su uno scoglio ed essersi ferito al volto. 
Ma pochi sanno quello che è successo allo scoglio: pare essere diventato sabbia e polvere per lettiere di gatti.

CRISTIANO RONALDO - L’Uomo Pantera

Cristiano Ronaldo.

Elegante. Veloce. Dominante e solitario. Vanitoso e felino. Insegue la Scarpa attirato dal luccichio del suo oro. È avido di lusso e apparenza. È black. È moda. È arrogante e superiore: il gatto di Zeus.

IBRAHIMOVIC - L’Uomo Spaziale

Zlatan Ibrahimovic.

Disclaimer: tecnicamente non sarebbe nei primi quattro della classifica, penalizzato dal coefficiente UEFA assegnato al campionato francese e nonostante i suoi 38 goal in campionato con il PSG. Ma lui è Ibrahimovic e con Ibrahimovic i coefficienti non reggono.

Nel secondo Uomo Tigre, l’Uomo Spaziale guarda Tigre con ammirazione e gli dice: “Devo riconoscere che sei bravo, ma c’è sempre una certa differenza tra noi: tu vieni dalla Terra, e io dallo spazio!”
Zlatan, detto Ibra, il giocatore convinto di non far parte della federazione terrestre. Mai.

Non serve che ci sia un Uomo Tigre, ma se ci fosse un Mr X con abbastanza budget per uno spot di quelli che si fondono con l’immaginario di un tifoso, oggi li metterebbe insieme e darebbe immagine alla loro corsa a quattro per quella Scarpa che Cenerentola non potrà avere, per quella Spada che Semola non avrà la forza di estrarre, per quella fatica che forse neanche Ercole potrebbe compiere.

Perché la Scarpa d’oro non ha voto se non le tacche segnate sulla spada. Non è il Pallone d’oro, non è giudizio: è fatto. È chi rimane in piedi al gong, chi è un gradino avanti al triplice fischio della scalinata.

Quella di quest’anno è stata una Royal Rumble tra le migliori mai viste. 
Il tutti contro tutti tra quattro lottatori di razza purissima. 
L’ha vinta l’Uomo Vampiro (40 goal e 80 punti) forse il più affamato, probabilmente il più uomo tra gli alieni. Nei fatti, il più incisivo. 
Ma questa è una tautologia.

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