UNA RIFLESSIONE NON RICHIESTA SUL MODO DI RACCONTARE IL CALCIO UNDER IN ITALIA.

C’è una cosa che mi sembra mancare nella declinazione del racconto sportivo in Italia ed è la distinzione tra piani, categorie, età. 
L’epica, per esempio, viene usata per raccontare il mondiale della Nazionale A, tanto quanto una finale tra club under 17, o una semifinale under 21 come quella di ieri.

Come se un registro possa essere indifferentemente usato per situazioni tra loro gerarchicamente separate.

Come se il montaggio classico con la musica de “Il Gladiatore” possa essere sempre e comunque utilizzato per raccontare tanto le grandi battaglie della storia quanto le risse fuori dal bar.
I risultati di questo mancato distinguo tra piani sono due. 
Da una parte si creano rappresentazioni fuori scala e si tenta di trasformare — invano — un europeo under 21 in un mondiale, scambiando l’interesse per una forte squadra di giovani talenti nel tifo identitario per la Nazionale durante le grandi manifestazioni.

Se l’Italia di Di Biagio avesse vinto l’Europeo non ci sarebbero stati caroselli in strada, non ci sarebbero stati bagni nelle fontane, non ci sarebbe stata crescita del PIL — dicono che vincere un mondiale fa sempre alzare il PIL.

Ci sarebbe stata fiducia, speranza, spensieratezza, convinzione di avere davanti un bel futuro per la Nazionale — convinzione che peraltro rimane, magari depotenziata a sensazione.
Ecco, davvero queste sensazioni evocano l’arena dei leoni e degli schiavi combattenti? O gli armageddon in arrivo? O le sfide tra buoni e cattivi della Marvel? Solo a me si crea, alla prima nota epica assegnata a un contenuto cui sono interessato ma che non rappresenta un apice emozionale per me, una sorta di distanza o senso di fastidio? Come se dall'altra parte qualcuno mi stia vendendo l’imitazione di un prodotto che invece so benissimo come è fatto e di cui conosco le emozioni che sa provocarmi?
Perché un Under non può essere raccontata con un pezzo rock, qualcosa di fresco, di giovane, che sia coerente con l’età dei protagonisti e con un immaginario che richiami futuro, spavalderia, sfrontatezza?

L’epica per diventare tale ha bisogno della solennità o della storia.

Un campionato under 21 non può essere solenne come un mondiale ed è troppo legato al presente per poter già godere della patina dorata del passato.

Avevo parlato di due risultati. Il secondo, che per certi versi mi fa ancora più specie, è l’omologazione. Si vedono video di introduzione a finali under 17, 15 o 14 in cui si abusa di slow motion, effetti speciali tesi a rallentare, fermare il tempo, costruire anche lì un immaginario da cinema d’azione: il pullman che arriva allo stadio, il tunnel, i giocatori al centro del campo nel prepartita, serissimi, concentratissimi, solenni, come tante versioni young dei big professionisti. Adulti senza esserlo. Incastrati a un immaginario che è dieci anni, centinaia di partite, parecchi milioni e, soprattutto, infinite pressioni distante da loro. 
La domanda è: perché bruciare i passaggi? Perché confondere livelli e immaginari. Perché appiattire i racconti?
Cosa ci distingue, in questa incapacità di cogliere il peso e le sfumature del Calcio che guardiamo e raccontiamo, da quei genitori che affrontano le partite dei loro figli ancora piccolissimi come tifosi rissosi, scontrosi, pressanti e convinti di aver davanti una finale di coppa del mondo?

ps. fanno eccezione le storie. Le storie non hanno bisogno di solennità. Le storie non hanno bisogno di effetti speciali. Le storie sono contenuto puro. Quelle si possono pescare a qualsiasi età, in qualsiasi categoria o in qualsiasi campo. Sempre.

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