Apple, il terrorista e la privacy

Un Giudice americano ha ordinato ad Apple di collaborare con l’FBI per accedere all’iPhone 5C di un terrorista della strage di San Bernardino, al fine di

  1. bypassare la funzione di auto — cancellazione dei dati;
  2. permettere all’FBI di inserire (tentativi di) password;
  3. impedire che il software del telefono inserisca pause tra un tentativo e l’altro di password (pause che impedirebbero di accedere al telefono in tempi rapidi)

In pratica, Apple dovrebbe creare un software, una sorta di nuova versione del proprio sistema operativo, che permetta di accedere all’iPhone del terrorista e leggere i dati in esso contenuti.

Apple si è opposta a questa richiesta con una lettera aperta che è possibile leggere qui.

Si sta discutendo molto su questa decisione. Chi evidenzia l’importanza della privacy degli utenti, chi sottolinea che Apple sta difendendo più la propria immagine che la privacy degli utenti, chi — infine — vede la scelta di Apple come contraria alla lotta al terrorismo.

In realtà, le problematiche sollevate da questa decisione di Apple vanno ben oltre la singola questione dell’accesso al telefono del terrorista.

Oggi discutiamo di questa decisione di Apple e vi sono opinioni contrapposte, perché si tratta del telefono di un terrorista, di qualcuno che può essere definito “cattivo”, che si può identificare col male, mentre tutto quello che si fa per contrastare questo “male” viene percepito come “bene”.

Ed entrare nel telefono di un terrorista non viene percepito come violazione della privacy, dato che serve per raggiungere uno scopo “buono” (in realtà delle generiche indagini) e tanto… è la privacy di un terrorista.

E se Apple si rifiuta passa quasi automaticamente dalla parte dei cattivi, di quelli che non vogliono opporsi in ogni modo al “male” del terrorismo.

Apple si rende conto di questo rischio e ci tiene a precisare che è contraria agli atti di terrorismo e che ha già collaborato con le autorità e nel passato ha fornito le informazioni che gli venivano richieste.

Ma questo caso è diverso. Qui non si tratta di fornire informazioni su un terrorista. Qui si tratta di creare un software che permetta di accedere al quel singolo iPhone ed a tutti gli iPhone. Apple rifiuta la propria collaborazione in difesa dei diritti dei prorpi utenti.

Il problema però riguarda tutti e non solo gli utenti Apple. Snowden ci ha fatto conoscere le intercettazioni di massa compiute dall’NSA, e le tecniche di criptazione dei dati dei telefoni sono anche la reazione a questa indiscriminata e generalizzata violazione della privacy.

Appoggiare la scelta di Apple, significa appoggiare una scelta a favore della nostra privacy.

Come la prenderemmo se non parlassimo del telefono di un terrorista, ma del nostro telefono?

E non pensiamo di non avere nulla da nascondere. Forse che facciamo entrare degli sconosciuti in casa nostra? Forse che gli mostriamo i nostri documenti, le nostre foto, quelle dei nostri figli?

Qualcuno ha detto che si dovrebbe cercare di rendere più sicuri i telefoni dalle intrusioni degli hacker e dei terroristi, piuttosto che preoccuparsi della privacy dei telefoni dei terroristi.

Ma il problema è lo stesso. Una volta che si è reso disponibile un software che permette di accedere al telefono del terrorista, lo stesso software può essere utilizzato per accedere al nostro telefono. La tecnologia non distinge tra bene e male.

Non cadiamo quindi nel “trucco” dell’FBI che ci mostra i diritti del terrorista come qualcosa di diverso dai nostri diritti perché il terrorista è “cattivo”. I diritti non sono buoni o cattivi, non sono di serie A o di serie B a seconda delle persone cui si riferiscono. Ed il diritto del terorista — per quanto possa non farci piacere — è esattamente identico al nostro diritto ed ogni diminuzione dei diritti del terrorista è una diminuzione dei nostri diritti.

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