Post-Referendum e Post-Verità: l’accozzaglia che ci fa male

Grillo — Salvini — Meloni

Il 4 Dicembre è passato e con lui anche il referendum costituzionale. Ha vinto il “no”, in maniera netta e ampia. La Costituzione è salva, diranno alcuni; un’occasione persa diranno altri.

Matteo Renzi, tenendo fede a parte delle sue parole, si è dimesso, sono iniziate le consultazioni del presidente della Repubblica Mattarella che ha infine deciso di affidare l’incarico di governo all’ex ministro Gentiloni. Nei prossimi giorni vedremo chi guiderà l’Italia nei prossimi mesi, non oltre la scadenza della legislatura nel 2018. Ovviamente la scelta di Mattarella è stata immediatamente contestata da alcune forze politiche, nello specifico Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle. Questi soggetti politici chiedono un voto immediato, ben enfatizzato dall’uso smodato dell’hashtag #votosubito.

È importante sottolineare alcune cose. Non opinioni, pareri personali o elucubrazioni, ma fatti. L’ex premier Renzi ha dato le sue dimissioni dando indicazioni che fossero anche le forze politiche schierate con la parte uscita vincitrice dal referendum, ad assumersi la responsibilità di occuparsi del dopo-voto. Nessuna di queste però ha voluto l’onere di farlo, lasciando di fatto il tutto nelle mani del Partito Democratico e della sua maggioranza di governo. Lamentarsi che questi poi decidano per conto loro è abbastanza ipocrita.

Tra le incombenze del “nuovo” governo ci sono tre grandi priorità: il post-terremoto, la fragilità di alcune banche e legge elettorale. Sono tre temi non di poco conto che il presidente della Repubblica ha voluto si tenessero ben presenti. Per questo motivo ha voluto che il neo governo fosse con pieni poteri, per poter agire nella pienezza delle competenze. Inoltre questo è un passaggio (con tutte le sue modalità) presente nella Costituzione, la stessa che veniva difesa a spada tratta la settimana scorsa. Chi sta alzando le barricate e urlando al “colpo di Stato” dovrebbe saperlo e, probabilmente, lo sa benissimo, ma ne approfitta per propaganda e interessi personali. Quando un ex studente di giurisprudenza (Di Maio) indica come illegittima la scelta di un professore ordinario di Diritto e membro della Consulta (il Presidente Mattarella) si scade nel ridicolo.

Dove si arriva alla farsa è con la questione elezioni. In particolare la realizzazione di una nuova legge elettorale. Quella approvata recentemente — il cosiddetto Italicum — non è attuabile senza le modifiche della Costituzione sconfitte dal voto popolare del referendum. Inoltre la stessa legge elettorale deve anccora aspettare il parere della Corte Costituzionale Italiana che potrebbe richiedere specifici cambiamenti.

In questi giorni abbiamo assistito a repentini cambi di opinioni, spesso a 360°. Il Movimento 5 Stelle ha per mesi contestato l’Italicum salvo poi, un’ora dopo la chiusura dei seggi, chiedere di andare a votare con quel sistema. Il motivo è semplice: sfruttare la debolezza del momento del PD e vincere le elezioni. È un motivo assolutamente legittimo ma che implica poca coerenza. Non a caso, dopo i primi malumori della “base” ha depositato un proposta di modifica della legge elettorale.

Chi ha fatto peggio è stata la Lega di Salvini. Nell’arco di 48 ore ha chiesto di: aspettare che la consulta si esprimesse a fine gennaio per fare una legge e voto a marzo, cambiare comunque legge prima della consulta, fare le primarie nel centro-destra a gennaio e votare a febbraio, non fare le primarie e votare a gennaio con l’Italicum. Alla fine ha optato per un “ci tolgono la democrazia, scendiamo in piazza e obblighiamoli ad andare al voto”. Come sia possibile che obbligare al voto sia una difesa della democrazia non lo capisco, ma cerchiamo di entrare nel merito delle questioni.

Chi chiede il “voto subito” cerca di fare leva sulle emozioni della gente. L’utilizzo del “subito” è scorretto perché fa intendere una immediatezza che non ci sarà. Non solo per motivi tecnici e organizzativi — un’elezione va comunque organizzata, non si improvvisa — ma anche perché, come già detto, non c’è una legge elettorale comune tra Camera e Senato. Infatti se si votasse con una doppia legge sarebbe incostituzionale, meglio aspettare che si esprima la Corte Costituzionale in modo da elaborare una legge “fatta bene”. Piccola nota a margine: la Consulta si esprime a fine gennaio (anticipando da metà febbraio) non per vezzo ma perché gli ultimi ricorsi gli sono arrivati a Novembre. Ricorsi fatti dagli stessi che adesso gli chiedono maggiore velocità.

Inoltre a seconda della legge elettorale si capirà se sarà necessario creare delle alleanze prima dell’elezione o si potrà correre in solitario, vincendo un eventuale premio di maggioranza. Cosa non da poco. Molti ritengono che il chiedere elezioni presto sia un abile modo per “perdere vincendo”: con una legge elettorale pasticciata servono quasi sicuramente alleanze post-voto che sia Lega che M5S non sono disponibili ad accettare nel caso di loro vittoria. Questo rafforzerebbe l’idea di un governo deciso da altri. C’è poi la questione che sono entrambe forze politiche che da sempre chiedono o attuano delle primarie (interne per i pentastellati, di coalizione per la Lega) e anche questo richiede del tempo, seppur meno di altre incombenze.

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Mi piace ricordare anche come entrambi, nei mesi di campagna elettorale sul referendum, hanno sempre sostenuto che con l’attuale sistema a doppia camera, era comunque possibile realizzare una qualunque legge, anche elettorale, in due settimane o poco meno. Perchè non farlo anche adesso?

Alla luce di tutto questo penso si possa ritenere il “ricorso alle piazze” abbastanza pretestuale e, forse, pure scorretto. Come scorretto è dire di essere la rappresentazione politica dei milioni di votanti per il “no” allo scorso referendum. Le motivazioni per cui uno votava al referendum e quelle che lo porteranno a votare alle politiche, sono molto diverse.

Mi preme, però, esaminare ancora un punto. Quando si parla di Presidente del Consiglio non eletto da nessuno, si sta facendo della cattiva politica/informazione. Con le elezioni si sceglie il Parlamento, non il governo. La Costituzione prevede che i rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento possano decidere di votare la fiducia ad un governo. Il presidente della Repubblica sente i rappresentanti dei gruppi parlamentari, eletti dai cittadini, per capire chi possa guidare un governo in grado di avere la fiducia della maggioranza dei parlamentari. Quando pensa di aver trovato la persona, gli affida l’incarico di formare un governo. Quel soggetto dovrà poi presentare al presidente della Repubblica una lista di ministri sulla quale verrà chiesta la fiducia in Parlamento. Tutto questo seguendo l’articolo 92 della Costituzione. Quella difesa per 6 mesi dagli stessi che si inventano il premier imposto.

Si può quindi dire che tecnicamente non sono mai esistiti, in Italia, “governi eletti dai cittadini”. Qui entriamo in un contesto più ampio e totalmente politico, spesso saltato a piè pari dalla faciloneria della bassa politica a cui siamo abituati. Dagli anni novanta, con la formazione di due grossi schieramenti (centro-sinistra e centro-destra) i vari partiti dichiaravano, senza essere obbligati a farlo, prima delle elezioni chi sarebbe stato il loro candidato premier. Questo ha portato a pensare che il presidente del Consiglio fosse effettivamente “scelto” dalla volontà popolare. Una volontà, meglio ricordarlo, che nei fatti non è mai davvero pienamente rappresentata e non è nemmeno rappresentabile. Innanzitutto perché non vota mai il 100% dell’elettorato, la coalizione o partito vincente solitamente si ferma intorno al 35–40 %, e poi perché la volontà popolare può cambiare e cambia spesso, il governo invece rimane in carica 4 anni.

Che tutto questo sia normale e fisiologico in un paese moderno, non lo so. Gli stessi giornali e media che dovrebbero affrontare con imparzialità e onestà i vari temi, non lo fanno. Anzi. Non entro nemmeno nel campo dei social, in questi casi un viscido pantano di idiozia e analfabetismo funzionale. Certo è che la qualità del dibattito deve migliorare. Ma deve migliorare dal basso, dai militanti e da noi. Dobbiamo pretendere che si parli correttamente, dei fatti veri e senza strumentalizzazioni. Per scendere più in basso bisogna iniziare a scavare.

Articolo pubblicato anche su Idealmentre.it