Ammazza, Mussolini! — Storia di un romanzo storico

Federico Del Prete
Nov 8 · 17 min read

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La foto che ho scelto per lanciare la campagna su bookabook, l’editore in crowdfunding che ha selezionato il manoscritto di Ammazza, Mussolini! Non c’entra quasi nulla con il libro, a parte una possibile identificazione del soggetto con il personaggio di Elvira Mancini. In realtà, l’ho scelta perché una donna sorridente è sempre meglio di qualsiasi altra cosa, e spero quindi che mi faccia arrivare alla quota di preordini necessari per andare in libreria. Questo sorriso, per quanto gioioso e spontaneo, è al tempo stesso un po’ inquietante. Come il romanzo che ho scritto.

Ammazza, Mussolini! è un romanzo di Federico Del Prete. Si può prenotare in versione cartacea e digitale su bookabook.it. Chi prenota riceve subito le bozze, cioè il libro, in .pdf. Vedete di prenotarlo, se non volete essere responsabili dell’ennesimo capolavoro incompreso. Mettete anche un bel like alla pagina Facebook del libro, se credete.

Ammazza, Mussolini! è opera della fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della mia fantasia o, se reali, sono utilizzati in modo fittizio. Ogni riferimento a fatti o persone viventi è puramente casuale.

Eva Persichetti, uno dei personaggi del romanzo (Alida Valli negli anni Quaranta). L’immagine è stata colorata dall'originale in bianco e nero.

Il titolo originario era Venite con me. Ci ero arrivato dopo la seconda o terza revisione — o stesura, proprio? Chi si ricorda più— accorgendomi della mole di storie, personaggi e ambienti capitati nel frattempo tra le pagine del romanzo. Venite con me, quindi: mi sembrava il titolo giusto per qualcosa che riguardasse la mia voglia di raccontare e la trama inverosimile e sopra le righe che ne era venuta fuori. Vieni con me, ti prendo per mano, andiamo non so bene dove, ma andiamoci insieme. Il titolo di lavoro, tenuto lì per tanto tempo, era stato Pratica di Mare, dal luogo dov'è ambientata gran parte della vicenda: il litorale romano.

La foce del Fosso di Pratica, l’antico Numicus, in un’immagine ampiamente idealizzata. Non saprei dire esattamente perché e soprattutto in che modo, però.

Continuando a lavorarci, capii meglio la verità sul Mussolini della trama, che continuavo a rimuginare scrivendo. Era Mussolini Benito o qualcos'altro? Quale che fosse, la trama girava tutto intorno al personaggio storico, o meglio a un complotto per farlo fuori. Quindi pensai al titolo attuale: non Ammazza Mussolini! in quanto incitamento al delitto, bensì Ammazza, Mussolini! con una virgola che separasse l’esclamazione tipicamente romana, nel senso di caspita, dal nome del personaggio, reale o fittizio che fosse, cui si riferisce l’esclamazione, per salvare un po’ anche l’idea di Venite con me.

Il busto di Mussolini di Adolfo Wildt (ca. 1923), commissionato all'artista da Margherita Sarfatti, nell'esemplare bronzeo poi collocato nella Casa del Fascio di Milano. Gli squarci sul volto sono picconate risalenti al 1945. Il busto è andato all'asta nel 1994, e oggi è in una collezione privata. Milanese, credo.

Il confronto con il Mussolini storico mi aveva un po’ intimidito, devo confessare. Non credo di essere stato irrispettoso, ma ho subito immaginato, pavido come sono, tremende ritorsioni da parte degli ambienti della destra nostalgica; o anche semplicemente di essere frainteso, magari additato come fascista io stesso — ci vuole poco, di questi tempi. Me ne frego, avevo infine pensato, facendo mio per un fatale momento il motto degli Arditi, adottato in seguito a Fiume e infine dai fascisti della prima ora. Avevo finalmente capito perché Mussolini era tanto importante nella vicenda che avevo inventato e perché valeva la pena farlo entrare di prepotenza anche nel titolo. È un Mussolini metaforico, non secolare, quello che prende vita tra le pagine del romanzo.

Biglietto autografo di Gabriele D’Annunzio. C’era anche la variante “Me ne strafotto”, ma ebbe meno successo. C’è poi la versione contemporanea “Non me ne po frega’ de meno” che conferma come, fascismo o meno, fregarsene sia un gesto tipicamente italiano. Tutt'altro dal kennediano “I care” (mi frega, ci tengo) aristocraticamente raccolto da Don Milani e poi pezzottato da Walter Veltroni, si è visto con quali risultati. In realtà, anche gli statunitensi se ne fregano abbastanza, a ben vedere (“I couldn’t care less”, e chissà se è nato prima l’uovo o la gallina). Avere a che fare con gli umani è tutto un fottìo, si dovrebbe concludere.

È quel ducetto che c’è dentro ognuno di noi, quel fascistello che ti fa fare le cose che non faresti mai, che ti rovina la vita, che si fa fatica a scacciare, ad ammazzare, finalmente. È quello strano spasmo che prende il braccio — in senso figurato: in realtà i pensieri, le azioni, i sentimenti — quando meno te l’aspetti, facendolo scattare in un bel saluto romano. Non è altro che una forzatura letteraria della banalissima “parte negativa del sé”, ma ci stava bene. Per cui, ecco la decisione di intitolarlo Ammazza, Mussolini! C’è dentro la trama, ma anche uno sguardo all’Italia così com'è da un secolo a questa parte, fascismo compreso, quindi. Un paese tragicamente immaturo, che non esita ad affidarsi a padri violenti e stupidi pur di riconoscersi ed esistere, piuttosto che pensare democraticamente con la propria testa, cioè quella di tutti.

“There would be no shocking memories, and the prevailing emotion will be one of nostalgia for those left behind, combined with a spirit of bold curiosity for the adventure ahead!” (non ci sarebbero ricordi traumatizzanti, e l’emozione prevalente sarà di nostalgia per chi è stato lasciato indietro, insieme a uno spirito di audace curiosità per l’avventura a venire!). Queste battute di Dr. Stranamore dicono molto del fascismo — in questo caso, il personaggio era un ex nazista, che alla fine fa appunto partire un inconsulto saluto romano. Non c’è come Stanley Kubrick, che ho ficcato qua e là dentro il romanzo con citazioni dai suoi film, ad aver rappresentato al meglio il sintomo più evidente di questa strana possessione e dei suoi effetti sulla società. Quella del duce che ognuno di noi si porta dentro, cioè. Se non si apre l’embed cliccate qui.

Uno stesso duce albergava sicuramente anche dentro il petto e i pensieri di Benito. Come si sa i duci sono due, nella storia d’Italia. Il secondo duce, Benito, mise in ombra l’originale, Gabriele D’Annunzio, un altro svitato mezzo delinquente, ma che come pochi ha saputo vedere — e rendere — la realtà attraverso una lente musicale, creativa, morbosamente sensuale. Letteraria, in definitiva. Con i suoi beau geste, credo, D’Annunzio volle dare la sua definizione — proiezione, desiderio, anelito addirittura — di un italiano contemporaneo, se mai ce ne fosse stato bisogno. Dico così perché una tale definizione è non solo inutile, ma anche pericolosa; ciò nonostante, il Duce primigenio ne vedeva la necessità. A lui ho affidato un onirico cameo nella vicenda, e un brano in prima persona, in appendice, dove chiarisco — faccio cioè chiarire a lui — questo concetto qui necessariamente solo accennato.

Posa plastica di Gabriele D’Annunzio sulla spiaggia di Francavilla, in un’inquadratura di Francesco Paolo Michetti. Più o meno in questo periodo D’Annunzio scrive Forse che sì forse che no, romanzo passionale di ambientazione aviatoria (1910) che cito nel romanzo.

L’idea alla base di Ammazza, Mussolini! mi arrivò da un libro. Nel 2009, brucando gli scaffali di una libreria di provincia che adesso non c’è più saltò fuori un elegante volume dalla copertina argentata, con un titolo che avrebbe stimolato la curiosità di chiunque: Ali contro Mussolini. I raid aerei antifascisti degli anni trenta. — I raid aerei antifascisti degli anni Trenta? Che è ‘sta roba? — pensai.

Franco Fucci, Ali contro Mussolini. I raid aerei antifascisti degli anni trenta, Mursia, Milano 1978. In copertina, Lauro De Bosis.

Il saggio in questione era stato appassionatamente scritto da Franco Fucci (1920–2013), ex ufficiale degli Alpini bresciano che passò praticamente tutto il periodo dopo l’8 settembre nelle galere repubblichine, fino alla Liberazione. Finita la guerra diventò giornalista e scrittore, arrivando a essere caporedattore centrale de «Il Giorno» di Milano, il quotidiano dell’ENI di Enrico Mattei, attraversando tutto il periodo della direzione di Italo Pietra (Arbasino, Bianciardi, Cederna, Emiliani, Citati, Eco, Pasolini, Rossi, Cassola, Ottieri, Soldati, Jacovitti).

In Ali contro Mussolini Fucci racconta in modo avvincente e documentatissimo le storie dimenticate di tre antifascisti che non esitarono a sfidare donchisciottescamente il regime, immaginando che il dannunziano Volo su Vienna potesse non solo essere ripetuto in Italia, ma anche efficace a dare una scossa agli italiani — che non avevano nessuna voglia di farsi scuotere, nel ‘30–’31, poi — contro il fascismo. Chi diavolo aveva mai sentito parlare di queste storie?

Questo sono io nel 1862, quando avevo più capelli (scherzo, è Baudelaire in un celebre ritratto di Carjat. Però siamo due gocce d’acqua, davvero. Comunque, tra me e Charles ci sono solo pochi mesi di differenza — lui è più giovane).

Io no di certo. Divorai quindi quel libro in men che non si dicesse. Quei tre coraggiosi — due in realtà, il terzo non riuscì— erano neanche per sogno degli aviatori, ma non esitarono a prendere lezioni di pilotaggio pur di lanciare manifestini antifascisti prima su Milano, poi addirittura su Roma, cosa che effettivamente riuscirono a fare, provocando un certo scalpore soprattutto tra i fascisti di apparato: gli altri, niente. Di quelle storie mi aveva colpito il furore e il trasporto di questi ventenni: un maestro elementare poi diventato fotografo; un poeta e traduttore, figlio di un industriale e famoso patrono della letteratura. Prima ancora delle loro incredibili e rocambolesche vicende personali e politiche.

L’M.C. 205 «Veltro», il caccia che intreccia varie vicende del romanzo, qui in un esemplare della ANR catturato nei pressi di Catania (1943).

Erano patrioti, disposti a tutto pur di veder prosperare una nazione democratica, anziché fissare il bieco volto di un fascismo arrogante e corrotto nel corso di un eterno presente. Qualcosa mi faceva friggere. A mia volta, qualcosa di irrazionale, di ingenuo. Ce n’era ancora di quella roba, dopo l’altro fiero ventennio berlusconiano, tutto tagli alla spesa pubblica, tette e culi, per non parlare della lenta putrefazione del maggiore partito comunista dell’Occidente prima e delle sinistre liberali europee pure? Dov'erano i ventenni come quelli, adesso? Cos'è che in me risuonava veramente da quelle storie?

Donne con i pantaloni. New York anni Quaranta, da quello che capisco ( Ph. © Time, Inc.). Ho la fissazione degli abiti, dei tessuti, etc. Nel libro si vede. Si legge, cioè.

Non posso dire di essere uno scrittore. Almeno, non ancora. Certo, ho pubblicato qualcosa, ma uno scrittore è altro, credo. Intanto sono di sicuro un lettore, e prima o poi chi legge deve riversare da qualche parte quello che ha visto sulle pagine degli altri, e dentro di sé. Davanti a quelle storie di passione politica e di ardimento, che penosamente non ritrovavo da nessuna parte intorno a me, fu quindi rapidissima la decisione di farne un romanzo, il mio primo. C’era bisogno, di esempi come quelli! Era già pronto! Sulla falsariga di quei libri e di appetitose ricerche da fare, si sarebbe trattato di romanzare le vite di quei tre, o dei due che fossero, e il gioco era fatto.

Una terrificante veduta della Depressione di Qattara, in Egitto (è uno dei luoghi del libro). Non ci sono mai stato, ovviamente. Ho ricavato tutte le info da internet, talvolta commettendo il peccato di salgarismo, anche a proposito di altri ambienti e situazioni.

Era l’entusiasmo del dilettante. Scrivere quattro papocchie su un qualsiasi tema è cosa da molti, pochi invece possono affrontare la narrativa, meno ancora la letteratura. Io però volevo, e ho fatto di tutto per complicarmi la vita, a costo di riuscire. Non possedevo, anzitutto, le due condizioni necessarie alla scrittura, ovvero l’isolamento e la concentrazione. Nonostante sia egoista e schivo, vivo immerso nella socialità, almeno così mi pare: quando me ne starei piuttosto ficcato nei libri, o sul computer.

Palazzina Bornigia (1938), Piazza delle Muse, Roma. È uno dei luoghi del romanzo, anche se non nella sua collocazione reale. A Roma ha sempre avuto un gran successo l’allevamento di palazzine.

Visto poi che le bollette non hanno mai smesso di accalcarsi nella mia cassetta delle lettere, devo anche lavorare. Quanto alla capacità di concentrarmi, non ne ho mai avuta. Per di più, mi ero anche messo in testa di scrivere un romanzo storico complesso, impresa palesemente al di sopra delle mie possibilità, almeno in quanto esordio. Il ghigno infame di Sisifo, un misto di fatica subita e di scherno per chi osi contemplare la sua condanna, occhieggiava dall'oscurità che avevo davanti.

Il lago di El Giof a Cufra (Libia) negli anni Trenta, un altro dei luoghi del romanzo, per essere stata una base strategica militare italiana. Oggi Cufra è sulla rotta dei migranti, e vi prosperano centri di detenzione gestiti da accoglienti bande armate.

Iniziai a mettere in ordine i fatti, la scaletta, come si dice. Feci calendari, lessi, ricercai. Nella vita ho fatto anche il montatore — non pensate cose porno, intendo il montaggio filmico-televisivo. Avevo quindi intenzione di montare in modo elegante tra loro le diverse vicende, aggiungendo un ulteriore personaggio inventato che le legasse tutte. Iniziai nel 2010. Via via che procedevo, vidi subito che quel piccolo personaggio tutto mio prendeva animo e corpo più degli altri, ingigantendosi.

Foto di scena da Amicizia, regia di Oreste Biancoli (1938). Non l’ho visto. La sceneggiatura è di Giacomo Debenedetti. La critica non lo accolse bene, da quello che ho capito. Troppo strano, grottesco. Alle persone non piacciono le cose troppo strane.

Soprattutto, andavo perdendomi in una vertigine di coincidenze e di piccole scoperte che stuzzicavano la mia passione per la storia e per le trouvaille — storiche, una cosa che forse un romanziere non dovrebbe troppo fare. Coincidenze apparentemente senza senso se prese singolarmente, ma che messe insieme avrebbero potuto dare un quadro più leggibile, e forse scatenare scatenare la mia stessa libido anche nel lettore. Provai e, come mi aspettavo, tutto rimaneva insieme, come per magia.

La Fiat 2800 CMC (Corta Militare Coloniale) sulla quale Stella e un misterioso autiere piemontese viaggiano in Cirenaica, nella prima parte del romanzo.

Le rocambolesche vicende degli aviatori antifascisti degli anni Trenta andavano progressivamente perdendo vigore. Puntai quindi tutto sulla mia, di storia. Peccato però che non sapessi ancora bene come scriverla. Era il 2013.

Completai diversi capitoli in prima persona, poi li riscrissi in terza. Andai avanti per un po’, ma mancava qualcosa. Buttai via tutto — siamo credo al 2015 — e ricominciai ancora una volta da capo, con la convinzione che tutta quell'attenzione agli eventi storici e soprattutto alla plausibilità della trama non mi stavano portando da nessuna parte: semplicemente, non ero capace di stare dentro quella prigione che avevo io stesso costruita. La mia attitudine alla fantasia più sfrenata e al cazzeggio mordevano il freno. Due linee narrative stavano nel frattempo sgomitando per entrare: l’attentato a Mussolini, e Pratica di Mare.

La duna costiera di Capocotta, il litorale di Pratica di Mare (Roma). L’ho frequentata un bel po’, fino a diventarne amico.

Non so come mi sia venuta fuori l’idea di un complotto per ammazzare Mussolini. Forse era l’ultimo retaggio dei tre personaggi che stavo abbandonando, le storie dei raid aerei antifascisti, lì. Del resto, uno degli ultimi progetti per uccidere Mussolini fu proprio un’incursione aerea su Roma, che per fortuna gli inglesi decisero di non fare più — merito di Eden, Churchill invece era convintissimo di bombardare a tappeto, pur di levarsi dalle palle Mussolini. O forse perché, come ogni altro dittatore, anche il duce si è trovato a doverne fronteggiare diversi, di attentati; fosse come fosse, mi fu subito chiaro che una delle linee narrative del romanzo sarebbe stata quella: ammazzare Mussolini.

Un esemplare di Alfa Romeo 8C 2900 B Lungo (1938), dissoluta automobile “di servizio” del romanzo. Se vi ballassero delle somme stratosferiche e veniste in possesso di uno dei dieci esemplari costruiti, sapete cosa regalarmi.

Il fatto poi che nella realtà storica Mussolini fosse stato portato in volo proprio a Pratica di Mare, appena liberato dalla sua custodia al Gran Sasso d’Italia, mi coinvolse sia per la mia grande passione per il luogo in sé, sia perché l’aeroporto “Mario De Bernardi” di Pratica è stato per molto tempo anche il luogo di custodia del relitto del DC-9 di Ustica, memoria di un altro momento storico del nostro paese, anch'esso legato al volo. Ho costruito il mondo immaginario di Ammazza, Mussolini! con l’ambizione di creare paralleli con la realtà storica contemporanea.

Il relitto del DC-9 Itavia abbattuto nel cielo di Ustica il 27 giugno del 1980 da un missile ignoto, pietosamente (?) ricostruito in un hangar dell’aeroporto di Pratica di Mare. Negli scatoloni in primo piano i frammenti di piccole dimensioni dell’aereo; nei sacchi di plastica sulla sinistra gli effetti personali delle vittime. A quanto mi consta, la foto è dell’Associazione dei Familiari delle Vittime di Ustica. Spero non me ne vogliano per averla pubblicata qui.

Stabiliti questi punti, dovevo superare la mia grande ignoranza in fatto di fascismo. Cosa ne sapevo realmente? Certo, sono italiano: e a modo loro, si potrebbe impietosamente dire, tutti gli italiani sono fascisti. Abbiamo o no tutti quanti quel ducetto dentro? Siamo cioè disposti a razzolare, oltre che a predicare?

Una foto aerea presa da un B-25 statunitense in seguito a un bombardamento su Pratica di Mare (18 settembre 1943), sei giorni dopo la fine degli eventi raccontati nel romanzo. Si vede bene la linea di costa con la duna ricca di vegetazione, la foce del Numicus che taglia la duna, l’area di decollo presa di mira dalle bombe, le strutture dell’aeroporto al margine destro, in centro. “A/C” sta per aeroplano. Ho ambientato il “Covo dei Fantasmi” in corrispondenza del cerchio verde.

Come alcuni della mia generazione, sono cresciuto in una famiglia dove i maschi — i miei nonni, mio padre — avevano fatto sia la Prima che la Seconda Guerra Mondiale (mio padre, del ’21, solo la seconda; mio nonno materno, Ragazzo del ’99, solo la prima; mio nonno paterno tutte e due). Avevo studiato la storia, ascoltato i racconti di chi il fascismo aveva vissuto in prima persona, anche se a trapelare era solo il lato folcloristico, almeno così mi pareva.

Corrado Alvaro (1895–1956). Vedi oltre.

Le adunate, le divise, il momento dello scoppio della guerra ricordato come io potrei fare a proposito del sequestro Moro, o dell’11 settembre, su scale ovviamente diverse. La cosa che ricordo di più però è la faccia di mio padre, quando un giorno gli chiesi — avevo credo dodici o tredici anni: — Papà, ma tu in guerra hai ammazzato qualcuno? — Scappò via senza rispondere.

Una vendemmia nei Castelli Romani, anni Quaranta. Nel romanzo si beve parecchio Frascati.

Durante il periodo degli Anni di Piombo e delle stragi di stato avevo visto in che modo il fascismo storico e istituzionale, mai davvero emendato dalla vita politica e civile, poteva aver influenzato la fragile crescita di uno stato recente come la Repubblica Italiana.

Corrado Alvaro, Quasi una vita. Giornale di uno scrittore, Bompiani, Milano 1951 (ristampa 1976). In copertina l’allegoria della Vigilanza, che tiene significativamente sotto controllo sia la mela sia il serpente. Il motto legge: “né con la forza, né con l’inganno”. Alvaro — o chi per lui — la trasse da una delle undici cinquecentine che la usarono come marca editoriale.

Non dovevo però scrivere un saggio, bensì un romanzo. Non volevo che fosse politico, ma letterario. Dovevo quindi trovare una chiave diversa, atmosferica, per raccontare il clima a Roma negli ultimi mesi del fascismo. Un libro che secondo me racconta il fascismo da questo punto di vista è Quasi una vita, di Corrado Alvaro. È un libro che ho molto caro, e dal quale ho imparato molto anche in fatto di scrittura. Con il sottotitolo Giornale di uno scrittore, nel 1951 vinse il Premio Strega.

Foto di scena da L’amore si fa così, regia di A.G. Bragaglia, 1939. L’attore a destra è Paolo Stoppa, per chi eventualmente si ricordi chi fosse. Il film, annoverato nel filone dei Telefoni Bianchi, non sembra aver avuto un gran successo. È su immagini di bizzarra affettazione, cinico sentimentalismo e sensuale indifferenza come questa che ho modellato le ambientazioni mondane di Ammazza, Mussolini! (sì, c’è anche della mondanità). Il cinema dei Telefoni Bianchi strizzava sì l’occhio a Frank Capra, ma il risultato è molto spesso da Fratelli Marx. Vedi anche la foto di scena di Amicizia, più sopra.

Scritto per frammenti come un diario, Quasi una vita racconta l’Italia fascista dal 1927 al 1947 attraverso gli occhi di uno scrittore. Come scrisse Alvaro nelle avvertenze, è “una raccolta di appunti che dovevano servire […] per le opere, i saggi, i racconti che avrei scritto”. Insomma, decontestualizzato dalla sua dimensione intima com’era stato dal suo stesso autore, Quasi una vita poteva da quel momento in poi fungere da materiale grezzo per chiunque, con idee, aneddoti e suggestioni, lasciati lì alle conclusioni del lettore o utilizzatore finale che fosse: e chi vuol capire capisca. Perfetto per me, sempre a mio agio con la dimensione superficialmente allusiva e spensieratamente generica dei chi vuol capire capisca e dei e ho detto tutto.

Le due distantissime copertine de I miei primi quarant’anni e di Vestivamo alla marinara. Sono due autobiografie (incomplete per motivi differenti) di due donne molto diverse tra loro. Tutte e due si chiudono con un matrimonio. La prima è una foto di Roberto Rocchi (ante 1984), la seconda un dipinto di Carlo Carrà (1927).

Un altro libro, diversamente affascinante rispetto a Quasi una vita, ma ugualmente utile al mio progetto, è stato Vestivamo alla marinara, di Susanna Agnelli, efficace racconto di una certa gioventù che attraversò il fascismo. Da Vestivamo alla marinara ho adattato di peso un episodio di guerra che combaciava perfettamente con la vicenda del personaggio principale del mio romanzo, il sottotenente pilota Francesco Stella.

Tobruk nel 1941. Nel romanzo ci arriviamo però nel 1942.

In generale, Vestivamo alla marinara descrive in modo asciutto ed efficace le rarefatte relazioni umane nei giorni immediatamente precedenti e successivi al 25 luglio del 1943, che nel romanzo vedono Stella fuggiasco dalla pirandelliana condizione in cui lo avevano precipitato gli eventi, e oltretutto anche innamorato. Vestivamo alla marinara racconta, in generale, il fascismo da un punto di osservazione diversamente coinvolto, rispetto a Quasi una vita e ad altri romanzi del filone resistenziale, ad esempio. Quindi, adatto per Ammazza, Mussolini!

Andrea Pazienza (da: Francesco Stella: 1936)

Chi è invece il Francesco Stella protagonista di Ammazza, Mussolini!? Il nome, molti l’avranno capito, arriva da una sorta di Didimo Chierico/Tristram Shandy partorito da Andrea Pazienza, non senza ipotesi di essere un alter ego del suo creatore. Quest’ultima affermazione sembra un chi vuol capire capisca, lo so. Del resto, bisogna aver letto quei fumetti. Di Stella, Pazienza dà tre versioni in tre storie diverse, una delle quali ambientata in Nord Africa durante l’ultima (?) guerra. Da lì la mia decisione di chiamare così il protagonista di Ammazza, Mussolini!, per coincidenza con l’ambientazione libica della prima parte del romanzo.

Pazienza, al quale ho avuto la fortuna di essere fugacemente esposto, era un fascio di energia pura che sgusciava tra le mani come una manichetta da pompiere mandata in pressione. Era una sindone surrealista da contemplare, un oracolo impazzito, un artista.

Una mappa con l’acropoli di Pratica, l’antica Lavinium. Ho usato questa vecchia rappresentazione per raccontare una delle passeggiate di Stella, quella dove incontrerà la scrofa gravida in modo identico a Enea, secondo il racconto delle fonti classiche.

Tutt'altro dal mio Stella, che però almeno fisicamente si ispira a quello di Pazienza. Apatico, schivo, supponente, lo Stella di Ammazza, Mussolini! si trova sempre al centro di storie più grandi di lui, che esigono oltretutto di essere vissute e guidate, da protagonista. Stella vorrebbe tirarsi indietro, ma non può. Il fatto che sia adeguato o meno al ruolo di predestinato a cambiare i destini d’Italia che la trama gli assegna è del tutto secondario. Egli sarebbe infatti il Veltro della profezia dantesca; agisce (?) durante la levata eliaca di Sirio, manco fosse la dea Hathor; si trova a vivere le identiche vicende narrate a proposito di Enea, sbarcato millenni prima a Pratica di Mare.

Andrea Pazienza, Francesco Stella (da Aficionados, 1981)

Durante le ricerche per il libro ho trovato le più assurde coincidenze di storie e personaggi, e nella stesura non ne ho voluta risparmiare neanche una al lettore. Venite con me, davvero. Povero Stella. Povero anche il lettore? Fantasmi, lemures, spettri, dei, apparizioni, prodigi. Dopo quella del complotto, quella esoterica è un’altra linea narrativa di Ammazza, Mussolini! Tralascio i dettagli, altrimenti mi do la zappa sui piedi, ma sappiate che la trama riserva emozioni in tal senso, e che tutto il côté soprannaturale darà una bella mano a Stella e ai suoi amici cospiratori.

Ferdinand Bol, Enea alla corte di Re Latino, ca. 1662 (Amsterdam, Rijksmuseum)

Ho poi voluto strafare, in termini di struttura. Concepii l’artificio del manoscritto ritrovato: cercando materiale, l’autore (che sarei io) si accorge che la storia che sta scrivendo è praticamente già stata pubblicata sul web. Decidendo di fare buon viso a cattivo gioco, l’autore acquista i diritti di sfruttamento intellettuale del manoscritto e si mette al lavoro per darne una nuova edizione.

La plaquette (1984) con le Postille a Il nome della rosa, di Umberto Eco (1983). Non le avevo ancora lette quando ho impostato Ammazza, Mussolini!, giuro. Da questo piccolo scritto ho dedotto che si è scritti dal proprio romanzo, non viceversa. Ho anche avuto un (breve) moto d’orgoglio per essermi trovato sulle stesse orme dell’esimio, anche se con risultati ovviamente più modesti. Il mio medioevo è il fascismo, e ho usato la preterizione per innescare l’ucronìa, che però il lettore non vedrà, a meno di un seguito del romanzo. Ammazza, Mussolini! sarebbe in realtà distopico, ma per meno di mezza pagina, l’ultima.

Il lavoro da compiere sul manoscritto consisteva nell'editare al meglio una sommaria trascrizione fatta dalle registrazioni vocali di uno dei protagonisti della vicenda, ormai centenario, che aveva voluto affidare alla storia ulteriori rivelazioni sull'uccisione di Mussolini e in generale sulla storia della squadriglia fantasma di Stella.

Benito Mussolini in una foto degli anni Trenta. Alle sue spalle, in divisa, potrebbe essere il Re. Secondo me la foto è stata scattata a Piazza di Siena. No, a Villa Savoia? Torlonia?

La voce di Edoardo Bianchi, il narratore del manoscritto — vi sto perdendo, lo so — contiene inaspettate rivelazioni sul vero destino di Mussolini. Come tutti sanno, Mussolini è morto a Saint Thomas delle Isole Vergini Americane nel 1953, dopo aver coscientemente assunto una massiccia dose di adrenocromo, secondo alcuni con l’intenzione di suicidarsi.

Glenn Miller e gli Stati Uniti d’America che in qualche modo rappresentò durante la guerra sono parte del romanzo.

Le circostanze della morte di Mussolini raccontate nel manoscritto non hanno invece alcun riscontro nella realtà, alzando così un velo di mistero sia su questa inaspettata versione, sia su tutta la vicenda così come la conosciamo. Quella del manoscritto ritrovato, con il narratore autorizzato a dire e a fare ciò che vuole con la storia e con il povero lettore, è di fatto la terza linea narrativa del romanzo.

Minerva, in una posa un po’ rigida, così come raffigurata sulla “Piotta”. Minerva Tritonia è un personaggio del romanzo, ma non è come questa qui.

La quarta linea narrativa è quella della storia d’amore tra Stella ed Elvira Mancini, una ragazza molto intelligente e anche un po’ carina. Elvira è figlia di due viticultori di Frascati, che producono un ottimo vino. Nel romanzo si beve parecchio, anche perché da Elvira arrivano sempre queste bottiglie quando meno te le aspetti, cioè al momento giusto.

Campo Imperatore, Gran Sasso d’Italia, 12 settembre 1943. La trama del romanzo si chiude esattamente in questa data, ma non in questo momento. Qui siamo qualche minuto prima del decollo del Fieseler Fi-156 Storch che porterà Mussolini in salvo a Pratica di Mare. In Ammazza, Mussolini! lo Storch decolla, dopodiché non succederà la stessa cosa che nella realtà storica. Le nevi che si vedono nella foto sono oggi completamente sparite per il riscaldamento globale.

Immaginatevi, in tempo di guerra, quando non si trovava quasi nulla, una bella bottiglia di vino di Frascati ben freddo. Elvira però non beve tanto. Lavora al Governatorato di Roma, sua madre è vedova di guerra, abitano in Prati. Stella invece a San Lorenzo. Si incontrano bruscamente mentre Stella stava disperatamente cercando un cesso, nella labirintica Scuola di Guerra Aerea di Roma.

Clara Calamai in una foto degli anni Cinquanta, credo. Potrebbe dare l’idea di Elvira Mancini come l’ho immaginata.

Si piacciono subito, ma quello svagato di Stella non se ne rende conto. Ci metterà un po’, ma Elvira lo avvince dal primo momento. Dopo il primo bacio, avranno modo di dirselo e non dirselo, perché la guerra non darà tregua a niente e a nessuno, nemmeno al loro amore. Il povero Stella è inoltre tormentato dalle coincidenze di cui ho detto, anche a causa di una certa ostinazione della sua bella a spiegargliele, mentre il nostro vorrebbe solo guardarla negli occhi e dirle il suo amore. Nel frattempo, il fascismo cade. È il 25 luglio del 1943.

Aurelio Tiratelli (Roma 1842–1900), La vendemmia. L’ambientazione di questo dipinto mi è servita da fonte per un’episodio del romanzo. Sotto quella tettoia Stella ed Elvira passano la notte in cui il fascismo cadde. A sinistra, sul muro, l’edicola che ho attribuito a San Cristoforo. Sarebbe interessante sapere a quale santo, o altro, fosse invece stata dedicata l’originale, se mai fosse esistita.

Stella ed Elvira si vedranno ancora, e qui arriva l’ultimo (?) libro contenuto in questo romanzo: un regalo di Elvira a Stella. Di Una storia vera, di Luciano, oltre alla bellezza del testo, ai suoi presupposti e alle conseguenze che ha avuto nella narrativa seguente, mi aveva colpito la fortuna editoriale durante la Seconda Guerra Mondiale. Bompiani, Einaudi, Gheroni — un editore torinese — poi il Regio Istituto d’Arte del Libro di Urbino. Tutte edizioni illustrate: un libro che in pratica racconta di una guerra permanente, o di un viaggio molto conflittuale, ottiene quattro edizioni in quattro anni, proprio durante una guerra altrettanto cruenta.

Il fantastico libretto di Luciano, qui nella traduzione — l’ultima in ordine di tempo, credo — di Ugo Montanari, con una bella introduzione di Gianni Toti (“100 pagine 1000 lire” Newton Compton, Roma 1994). Montanari legge un Luciano punk, molto adatto a rappresentare l’attualità di questo folgorante testo nell'era delle “fake news” (le virgolette sono d’obbligo).

Soprattutto, un libro che parla della verità, o meglio della verosimiglianza. “Scrivo dunque di cose che non vidi, né v’ebbi parte in alcun modo, né seppi da altri; aggiungi pure che non esistono assolutamente e non possono in nessun caso aver luogo. E farà bene il lettore a non crederci affatto.”, ha scritto Luciano. Niente male, per essere Una storia vera. Sembra un po’ il disclaimer che ho pudicamente messo all'inizio di questo scritto. Fine della storia.

Un ippogrifo disegnato da Alberto Savinio per l’edizione Bompiani 1944 di Una storia vera (la traduzione è quella ottocentesca di Settembrini; le note e le illustrazioni di Savinio valgono lo sbattimento di cercare i due volumetti su eBay). Ognuna delle penne sulle ali del mostro è lunga quanto l’albero maestro di un galeone.

Insomma, non so se questo trailer vi ha fatto venire o no la voglia di leggere Ammazza, Mussolini! Scriverlo mi ha divertito, e credo sarà divertente anche per chi deciderà di leggerlo.

Finita la stesura, l’ho dato in pasto alla mia compagna. Non ha il cuore tenero, non fa prigionieri. Legge per alcune case editrici italiane, da manoscritti in inglese, francese e spagnolo, che poi recensisce per l’eventuale edizione italiana. Avendo un retroterra letterario piuttosto spesso, a furia di leggere prodotti fatti in serie ha sviluppato un gusto sadico per le stroncature. Del mio primo libro — era il terzo, ma lasciamo perdere — aveva detto: — Uhm, arguto. Riuscii infatti a farlo pubblicare. Di questo disse: — Uhm, carino. Poi l’ho sentita precisare a qualcuno, che chiedeva come fosse: — Eh, molto bello. Senza i suoi Uhm ed Eh non mi sarei mosso di certo. Adesso tocca a voi. Avete voglia di leggerlo? Quanto siete disposti a fidarvi?

Badate di non credere niente, però.

La spiaggia di Capocotta nel XIII Secolo a.C. Le orme non sono le mie.

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    Federico Del Prete

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