L’importanza di essere il figlio giusto

Quando ero piccola andavo in chiesa la domenica e al catechismo in un giorno non meglio precisato della settimana. E mi piacevano le parabole, che in fondo erano delle favole che invece di iniziare con “C’era una volta” cominciavano con “In quel tempo Gesù”.

Ce n’era una che mi piaceva particolarmente, anche se ho sempre trovato che i vangeli canonici non ci abbiano raccontato tutta la verità. Io, in effetti, avrei tanto voluto sapere qualcosa in più di un comprimario rimasto troppo nell’ombra, e in mancanza di dati storiografici ho lavorato un po’ di fantasia.

La storia la conosciamo tutti, e tutti abbiamo tifato per il protagonista quando, dopo aver mangiato con i porci ed essere stato scacciato perfino dal porcile, decide di tornare dal padre a implorare pietà.

Tutti ci siamo commossi quando il padre gli ha detto Scurdamm’c o passato e ha approntato una festa e un banchetto in suo onore.

Ma a me non basta. C’è qualcun altro che merita un po’ di attenzioni. Per ogni figliol prodigo che riprende la strada della casa del padre, pentito e affranto dopo aver dissipato in sesso droga e rock’n’roll tutta l’eredità — tra l’altro ben prima che il suo vecchio schiattasse, e quindi quando a buon diritto non si poteva ancora parlare neanche di eredità — c’è un altro figlio non tanto sveglio che non fa mai una festa, non si lamenta mai di niente, ara i campi, fa pascolare le bestie e probabilmente quando torna a casa la sera neanche accende il condizionatore per risparmiare sulle bollette.

Poi, quando questo figlio un poco scemo vuole fare una festicciola in casa con quei quattro amici bifolchi che si ritrova, al massimo gli si mettono a disposizione due confezioni di wurstel di dubbio suino del discount. Ma neanche un vitello magro.

Ora, lo so che il barbecue di vitello non è proprio il must dell’estate, però, non appena il padre ordina di scannare il vitello grasso per il ritorno del figlio debosciato, apprendiamo dal risentimento che affiora nel fratello scemo che a quello pure sarebbe piaciuto scannare un vitello, perfino uno magro, pur di fare un minimo bella figura con i bifolchi.

E lì il padre tira fuori quella frase tanto caruccia ma che sa un pochino di paraculata: “Ma figliolo” dice accomodante “tutto quello che è mio è tuo, fai un po’ quel che vuoi e quando vuoi. Basta che poi pulisci tutto e che non scanni i vitelli grassi. Perché quelli li teniamo per i figli debosciati ritrovati.”

Allora il figliolo scemo ha un momento di insperata intelligenza e dice: “E se me ne andassi per un po’, scialacquassi i tuoi beni in sesso droga e rock’n’roll e appena finissi i soldi tornassi da te, potrei scannarlo il vitello grasso?”

“No, in quel caso bruceresti all’inferno.”

“Ma non è giusto! Perché due pesi e due misure?”

“Perché tu non mi hai mai dato pensieri e mica puoi cominciare ora che ho pure un’età. Non se ne parla proprio. In compenso, però, non pagherai l’Ici, l’Imu o come diavolo si chiamerà la prossima volta che la toglieranno e poi la rimetteranno.”

Il figliolo scemo acconsente e baratta baldoria e barbecue con l’esenzione dalle imposte patrimoniali.

Per la cronaca, il figliolo debosciato, debitamente rifocillato alla casa del padre, ha poi ripreso le sue vecchie abitudini, seppur ridimensionandosi un tantino per via della crisi. Però non ha più lasciato la casa del padre, che si stava meglio.

E neanche lui, che si sappia, ha mai pagato l’Ici.