Ancora parliamo di open data?

Foto di Jason Rosewell

Gli open data sembrano già vecchi vero? Qualcosa di superato, assimilato, scontato. Si parla infatti da tempo di big data, sensori, Internet of Things, smart cities, intelligenza artificiale, algoritmi e machine learning. Ma se guardo alla Pubblica Amministrazione mi rendo conto che c’è ancora tanta strada da fare verso l’apertura dei dati prima di poter andare oltre.
E allora proverei a ragionarci su.

Di open data si è cominciato a parlare circa 10 anni fa grazie all’iniziativa di alcuni volontari di Amministrazioni locali che hanno agevolato il rilascio di dati con licenza aperta per contribuire al giovane progetto OpenStreetMap dell’epoca per creare uno stradario liberamente utilizzabile. Dal 2010 arrivano poi alcuni portali open data regionali finché il 18 ottobre 2011 vede la luce il portale nazionale dati.gov.it

In termini assoluti il tempo trascorso da allora è pochissimo ma in ambito digitale rappresenta un’era geologica. Un’era non ancora assimilata, tranne rare eccezioni, dalla Pubblica Amministrazione.

La cultura dei dati e amministrazione aperti non è ancora ben radicata (o compresa). La quantità dei dati disponibili è ancora insufficiente, la qualità men che meno, l’organizzazione non adeguata, l’infrastruttura e la federazione?… lavori in corso, mentre nuovi strumenti sorgono all’orizzonte (DAF, il Data & Analytics Framework) che necessiteranno di ulteriori tempi di “maturazione”.

Oggi, in una domenica uggiosa, si presenta un’ottima occasione per starsene rintanati in casa al calduccio e, irradiati dal bagliore dello schermo, fare qualcosa di buono e utile. Provo allora, in ordine sparso, a navigare nell’ecosistema degli open data della Pubblica Amministrazione in cerca di criticità e cose da fare, buone pratiche e carenze, motivazioni e metodi, opinioni in rete e tra i miei pensieri.

Aggiornamento

Molti dati giacciono sul fondo dei laghi digitali da tempi remoti come vecchi relitti pirateschi. Obsoleti, inusabili, valore pari a zero: questa una delle criticità. Perché i dati abbiano senso vanno mantenuti aggiornati sulla base di flussi definiti. Questo uno degli indicatori che configurerebbe la P.A. come una sorgente affidabile di dati a dimostrazione del proprio buon operato.

Flussi

Ed ecco di conseguenza una seconda criticità: la mancanza di processi e metodi per garantire l’aggiornamento costante e sensato. Forse sappiamo dove vogliamo andare ma il percorso è confuso…
Qual’è la prossima fermata?

Localizzazione

Tra i vari errori quelli più noti (e diffusi) riguardano la pubblicazione di dati non direttamente utilizzabili, in file pdf o tabelle prodotte con Microsoft Excel. Ma una caratteristica che spesso manca è la geolocalizzazione. Un’informazione essenziale per il loro riuso da parte di piattaforme e app mobili. E non entro nel merito di questioni più specialistiche tipo interoperabilità e linked data… perché vorrei (spero) che questo testo fosse leggibile e comprensibile per tutti (meglio se politici, amministratori, funzionari o semplici dipendenti di P.A. e società in house).

Servizi digitali

Ritorno su quanto detto (a proposito di linked data) perché è importante anche dire che la semplice pubblicazione di un dato è ormai poca cosa. Apertura oggi (ma anche ieri, però vabbé…) significa rilasciare servizi digitali attraverso appositi “sportelli” (API) per renderli disponibili immediatamente a nuove opportunità per altri enti, università, scuole, imprese. Semplificare l’uso per spostare l’attenzione dalla tecnologia alle persone, comunità, territorio.

Semplificazione

L’aggiornamento regolare e ben codificato dei dati permetterebbe un più facile accesso agli stessi lavoratori della P.A. oltre che ridurre il “traffico” di cittadini a caccia dell’informazione perduta. Inoltre un dato affidabile faciliterebbe la produzione di nuove app, o integrazione in sistemi già esistenti, un risvolto anche questo nella direzione della semplificazione e di una migliore offerta di servizi.

Cambiamenti

Perché la Pubblica Amministrazione la si possa chiamare digitale non basta un termine quale “trasformazione”; non basta trasferire a digitale ciò che prima era analogico. Occorre cambiare il modo di lavorare, riscrivere le regole e reingegnerizzare i processi. Definire nuovi ruoli che escano fuori dalla logica a silos degli obsoleti modelli organizzativi. Imparare a comprendere i parametri di qualità e utilità, conoscere gli strumenti di estrazione e manipolazione. Fare scelte -politiche- che devolvano in questo ambito risorse, persone, investimenti. Occorre, che al di là della retorica, che si sposi un approccio organizzato, sistematico e duraturo.

Competenze e cultura

Questi sì gli ambiti in cui bisognerebbe investire, piuttosto che in costose infrastrutture, sviluppo e supporto affidati molto spesso a società esterne. Competenze digitali che ancora oggi non vanno molto oltre l’utilizzo di fogli di calcolo (spesso proprietari) utilizzati al minimo delle loro potenzialità. Cultura difensiva del dato, usato ottusamente come strumento di potere. In un’epoca in cui come cittadini doniamo i nostri dati privati alle multinazionali del profitto, la P.A. non ne comprende ancora la forza e le potenzialità e una loro gestione come bene comune digitale.
Anche un uso più integrato di risorse disponibili presso le tante società partecipate della P.A. sarebbe auspicabile piuttosto che il loro mero utilizzo alla stregua di fornitori esterni.
Insomma competenze e cultura che dovrebbero diffondersi capillarmente per evitare che i pochi incompresi “spingitori” vengano visti come moderni Don Chisciotte e perché l’uso e il riuso della conoscenza possa favorire intuizioni in grado di alimentare grandi cambiamenti.

Le persone

A proposito di cambiamenti epocali un buon progetto di open data nella P.A. oggi non può essere solo frutto di un ufficio tecnico (tecnologico) dedicato ma un insieme di persone, un progetto collettivo in cui interagiscano competenze diverse per strutturare la piattaforma, definire i processi e le regole, formare e sensibilizzare gli uffici alla pubblicazione, stimolare processi evolutivi dell’infrastruttura, verificare i dati e supportare gli uffici per migliorare la produzione e la tempistica di aggiornamento.
Ma le persone sono anche, soprattutto, i cittadini con cui la P.A. deve mantenere costantemente aperto un dialogo per migliorare il proprio lavoro.

Ma di che stiamo parlando?

Ma come? Sei arrivato fin qui nella lettura e non hai ancora ben chiara la definizione e l’utilità degli open data? Facciamo allora un rapido ripasso attingendo dalla definizione della Open Knowledge Foundation.

Con il termine open data ci si riferisce a quell’insieme di informazioni pubbliche disponibili in banche dati strutturate per l’usabilità e l’elaborazione informatica, universalmente e facilmente accessibili via rete, usabili, riusabili e ridistribuibili gratuitamente grazie ad opportune licenze d’uso.

Comunemente si intendono come di dominio dell’open government, e quindi della pubblica amministrazione (Open Government Data), quale strumento che permetta l’apertura al processo decisionale ai cittadini favorendo trasparenza e partecipazione. Non lo sono necessariamente perché possono essere prodotti e rilasciati anche grazie ad iniziative private o civiche.

Gli open data rientrano nell’ambito del concetto di openness (così come open source, open government, open innovation, open standard, open content, open file format), ovvero nell’ambito di una filosofia di trasparenza, apertura e libero accesso alla conoscenza e all’informazione, alla gestione collaborativa e cooperativa al processo decisionale.

Un principio essenziale da cui nasce la necessità di reclamare la disponibilità di dati, come diritto fondamentale, è quello di considerarli beni comuni, meglio definibili come digital commons, beni comuni digitali. Questo perché appartengono al genere umano (esemplificativi sono i dati utili alla scienza medica e alla ricerca in tutti gli ambiti, dati ambientali e meteorologici). Perché i dati prodotti dalla pubblica amministrazione con denaro pubblico devono ritornare alla collettività in formato aperto e disponibile per favorire lo sviluppo della stessa comunità e agevolare le attività umane, in particolare per accelerare e migliorare lo sviluppo scientifico perché la società ne ottenga il massimo beneficio.

Consiglio a questo punto l’ascolto dell’intervento di Tim Berners-Lee, l’inventore del Web, durante il TED del 2009 in cui lanciò il paradigma di apertura dei dati con il famoso motto “raw-data-now”.

Chiaro no?

Valore economico

A detta di una ricerca commissionata dall’Unione europea nel 2016 l’economia europea dei dati è stata pari a quasi 300 miliardi di Euro dando lavoro a oltre 6 milioni di persone. In grande crescita rispetto al passato (+600% rispetto al 2014) con un trend che si prevede inarrestabile: nel 2020 si ipotizza infatti un volume di 740 miliardi con 8 milioni di persone impiegate.

È sufficiente come motivazione per dedicarci un po’ più di attenzione? Ovviamente non solo volta alla quantità e alla qualità, ma anche a regole, tecnologie e privacy.

Valore democratico

È incontestabile il rilevante impatto della disponibilità di dati e della conoscenza anche sul versante democratico. Arrivati a questo punto del testo non penso sia necessario dire di più se non che tale valore per il governo di un paese, come di una città, ovviamente è condizionato dalla qualità e attendibilità dei dati stessi che ne permetterebbero una lettura nel suo divenire e trasformarsi, attraverso cui confrontare e aggiustare gli strumenti pianificatori gestendoli in maniera flessibile lasciandosi alle spalle la tradizionale pianificazione autoreferenziale.

Rotte di navigazione

I dati non servono solo ai cittadini, nelle variegate configurazioni aggregative, servono anche (e molto) alla classe dirigente della P.A. stessa e alla politica per conoscere meglio il proprio territorio e supportare le decisioni. Non usare oggi i dati sarebbe come navigare i mari a vista finché, o nella speranza che, non si scorga terra. Ma per poter realizzare questo ritornano basilari i concetti già espressi: competenza, volontà e cultura.

Insomma perseguire lo status di maturità per gli open data è un obiettivo importante per la crescita culturale, economica e democratica.

Questo è un momento che potrebbe essere cruciale per le grandi opportunità offerte dal digitale e da nuovi innovativi paradigmi ma per coglierne l’importanza è fondamentale volontà e impegno adeguati.

Qual’è la prossima fermata?