I semi Open Source

Chiamare “Open Source” quei semi che per millenni si sono chiamati semplicemente “semi” è surreale. “Merito” della simpatica abitudine delle varie Monsanto & Co. di brevettarli.
Negli Stati Uniti è nata la Open Source Seed Initiative, e in varie altre parti del mondo iniziative analoghe.

Se il termine “Open Source” suona come derivato dal mondo della tecnologia, più che da quello dell’agricoltura, non è un caso. La Open Source Seed Initiative (OSSI), ispirata dal “movimento del software libero e open source, che ha fornito alternative al software proprietario”, è stata creata per assicurare che alcune varietà di piante e di geni rimarranno liberi dalla proprietà intellettuale e disponibili per gli agricoltori. Per sempre.

Se vai ad un mercato contadino e vuoi acquistare verdura buona, locale, prodotta in un modo sostenibile, devi anche capire che molti vegetali sono il risultato di un prodotto di coltivazione che è esso stesso in via di estinzione. Non potrà esserci sovranità alimentare finché non ci sarà la sovranità sui semi.
Il movimento del cibo si è concentrato su dove e come esso venga prodotto, e il sistema dei semi finora non è stato molto partecipe di questo discorso” spiega. “Stiamo cercando di connetterci con le persone per dire “hey, c’è un livello ancor più profondo nel vostro cibo.

Se queste citazioni hanno incuriosito abbastanza l’occasionale lettore, consiglio di approfondire leggendo l’ottimo reportage di Rachel Cernansky in inglese: https://ensia.com/features/open-source-seeds/

Per i più pigri (come me) la traduzione curata dai Pirati nostrani: http://www.partito-pirata.it/2017/01/semi-open-source/

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