Cosa significa avere buon occhio?

In copertina: una bambina Warao raccoglie lattine di alluminio in una discarica di Ciudad Guayana, nel nordest del Venezuela.

Meridith Kohut è una delle reporter più seguite del mondo, e c’è stato un momento della sua vita in cui ha rischiato di perdere la sua chiamata.

Meridith Kohut aveva un aereo da prendere e una storia da fotografare.

Due giorni di fermo del traffico nel bel mezzo di una stretta strada di montagna, bloccata da massi e alberi caduti trascinati in quel punto dai contadini boliviani, che contestavano un politico locale.

Il taxi di Kohut si era fermato all’inizio della strada. In passato Meridith era già finita in mezzo a blocchi stradali, sapeva già cosa fare. Salutò il suo autista, raccolse la macchina fotografica e l’attrezzatura e iniziò a camminare.

Sfilò accanto ai camion e agli autoarticolati, passando a fianco di famiglie accampate lungo la strada tortuosa, intente a mangiare ananas, presi da un camioncino che una volta era stato destinato all’esportazione. Non aveva modo di contattare il suo editor del New York Times per avvisarlo che non sarebbe mai riuscita a raggiungere l’evento che, in teoria, avrebbe dovuto fotografare.

Era il tramonto e stava arrivando il freddo. Si fece dare un passaggio da un motociclista fino al punto in cui c’era il blocco stradale e si avvicinò ai contadini in sciopero.

Pensate agli anziani, ai bambini“, li pregò. “Si stanno nutrendo di ananas!“. Ma gli uomini non si mossero.

Allora, cosa fareste in una situazione del genere?“, chiede a un gruppo di studenti dell’Università del Texas, parlando a una platea di fotoreporter.

Kohut, che ha un Bachelor of Journalism e un Bachelor of Science conseguito nel 2007, collabora con i più grandi nomi dei media e, a 32 anni, è diventata una dei principali narratori visivi dell’America Latina. Cerca tra le storie più importanti di quella zona e troverai i suoi lavori.

Al dibattito, siede a fianco al professore di fotogiornalismo Eli Reed, il suo mentore, e ripete il suo motto dei tempi del college: “Non si può pubblicare una giustificazione“. Bisogna andare fino in fondo.

La demagogia retorica della giovane bionda dagli occhi verdi, espressa con accento venezuelano, allora deve aver sorpreso gli svogliati camionisti. “Tenemos que unificarnos“, disse loro Kohut, passando di camion in camion. “Se ci organizziamo e ci uniamo possiamo farli muovere“.

Tornò al blocco con circa 150 camionisti al seguito. Non ci fu alcuno scontro, erano troppi per essere affrontati.

“‘Uno, due, tre, guidai la carica“, racconta. “Iniziammo a spostare tutti quei dannati alberi e quei massi e ci passammo attraverso con le automobili. Così alla fine riuscii a prendere il mio volo“.

Manifestanti lanciano molotov durante gli scontri con la Forza Nazionale di Polizia a Caracas.

Ci sono state alcune cose che non ha potuto cambiare. “Quando ero una studentessa“, racconta al suo pubblico, “mi dicevano: ‘Meridith, sei una pessima fotografa‘”.

Nella primavera del 2005, subito prima del suo diploma, un professore, preoccupato, la prese da parte nel laboratorio fotografico per parlarle. “Non hai quello che ci vuole“, le disse.

Una piccola parte di lei ignorò quello che le era stato detto. Quel professore aveva torto, pensò. Avrebbe trovato un posto nel mondo in cui raccontare le sue storie nel modo in cui le piaceva farlo, anche se spesso le procurava pessimi voti. I professori le consigliarono di cercare di essere obiettiva.

Ma Kohut continuò a farsi coinvolgere. Andava a pranzo coi suoi soggetti, condivideva gli appartamenti. Diamine, pagava parte dell’affitto. E saltava i corsi per andare a fare surf.

Non sei pronta per lavorare“, le disse il suo professore, “Non ti diplomare“. Quella piccola parte di Kohut si zittì. E fece quel che le aveva detto.

Una passione innata per la fotografia

Prima dei blocchi stradali aveva dovuto affrontare i contenitori della Tupperware e le mensole più alte nell’armadio. I Kohut, infatti, nascondevano le loro macchine fotografiche dalla loro figlia maggiore, che consumava quantità smodate di pellicola.

Fotocamera alla mano, andava in giro a scattare decine di fotografie di viole del pensiero. Giocava con i capelli delle sue sorelle e obbligava le ragazze del vicinato a posare per i suoi scatti di moda.

Si presentavano alla sua casa di legno in Texas con morbide orecchie da dalmata e tutù recuperati da vari saggi di danza, trascinando con sè le lampade da casa che Meredith aveva richiesto per le sue sessioni fotografiche.

Durante le scuole medie oscurò la finestra del suo bagno per usarla come camera oscura. La sua prima storia da prima pagina venne pubblicata dal Tomball Magnolia Tribune: era lo scatto di un uomo che aveva salvato uno scoiattolo caduto.

La sua famiglia si chiese da dove venisse quella passione. Forse proveniva da sua nonna, agente di viaggio, che aveva riempito il frigorifero di souvenir di fronte ai quali una volta Meridith aveva affermato: “Nonna, un giorno avrò più calamite di te“.

Alla fine, nel suo ultimo anno di High School era stata votata come “studentessa più ribelle” e presidente della National Honor Society. Ma dopo quattro anni di college Kohut ne era uscita disillusa a proposito del fotogiornalismo.

Si era iscritta a un corso di comunicazione aziendale e progettava di lavorare per un’organizzazione non governativa.

Quel semestre, però, un nuovo professore stava rivoluzionando il programma che Kohut aveva abbandonato. I suoi amici riuscirono a richiamarla agli studi: “Ci dice di fare tutto quello per cui stavi prendendo brutti voti!“.

Il semestre successivo iniziò un corso con Eli Reed.

In lei, Reed vide una fotografa di talento che era stata etichettata come ‘surfista coi dreadlocks’.

Come afroamericano, sono abituato al fatto che le persone cerchino di incasellarmi in qualche classificazione, da quel che mi ricordo è sempre successo“, racconta. “Quindi di solito cerco di non etichettare gli altri a mia volta“.

Quando le chiese dei suoi obiettivi, la ragazza era esitante. “So che è davvero un progetto a lungo termine“, gli rispose, “ma mi piacerebbe lavorare nella stampa internazionale, un giorno“. Non avrebbe mai dimenticato la risposta che lui le diede. “Benissimo. Allora fallo“.

Sali su un accidenti di aereo“, le disse lui. “Non hai soldi? Siamo vicinissimi al Messico, sali su un autobus“. Questo, realizza oggi, era l’unica cosa che stava aspettando: il permesso di andare.

Con 50 dollari comprò un biglietto per il Messico e poi si spostò ancora più a sud, stabilendosi a vivere in un campo di indigeni del Guatemala che avevano perso le loro case per via di una grossa frana.

Quel primo viaggio“, racconta la sua amica Nicole Fournier-Jefferis, con un Bachelor of Arts conseguito nel 2006, “le ha dato il coraggio necessario per tutto il resto della sua carriera“.

In un rifugio di Tenosique, Messico, un murales mostra le vie più importanti che collegano il paese.

Allora il Messico era un luogo più sicuro, “Ma anche allora era una cosa pericolosa da fare, ci voleva fegato“, racconta Donna DeCesare, una professoressa che ha seguito e consigliato Kohut durante quel viaggio. Una persona che non si impressiona facilmente.

Quando Kohut tornò con le fotografie, ma senza nomi, DeCesare non si preoccupò del fatto che Kohut non sapesse parlare la lingua locale. “Chi sei?“, le chiese. “Chi sei, per fare queste fotografie?“.

Meredith tornò al campo e chiese a ogni persona il suo nome. Le loro risposte sono ancora con lei. Sono mesi che i turisti e i volontari passano dal campo, sei la prima persona che me lo chiede, le dissero. Alcuni piangendo, altri invitandola a entrare in casa.

L’esperienza riecheggia ancora dentro di lei, che tiene stretta a sé la lezione duramente imparata dalla DeCesare: “Sto facendo il mio miglior lavoro possibile presso queste persone? Stanno condividendo la loro vita con me“.

“Non si piange nel fotogiornalismo”

Qualche tempo dopo la sua laurea, Kohut ebbe un’altra possibilità di partire da sola. World News Picture la assunse per occuparsi del Venezuela.

In questo periodo sta veramente per saltare per aria“, le dissero, e non erano lontani dalla realtà. Era il 2007. Il crimine nella capitale del paese, Caracas, era tra i più alti del mondo, e il commercio di droga stava raggiungendo il suo apice.

Quell’anno il presidente Hugo Chávez nazionalizzò la società elettrica e quella petrolifera, chiudendo una stazione televisiva critica nei confronti delle sue politiche.

Kohut arrivò in Venezuela solo qualche settimana prima che il paese cambiasse il proprio fuso orario per volontà di Chávez. Atterrò verso Natale insieme a due amici, uno dei quali era tornato per far visita alla madre e ai parenti a Merida, una città dell’ovest del Venezuela. Disse a Kohut che avrebbe potuto vivere con loro.

A Meridith non importava di dover condividere una stanza con tre persone e un solo bagno con dieci. Poteva lavarsi con un secchio e mangiare ogni giorno riso e fagioli in una cucina all’aperto; le piaceva quel senso grezzo che avevano le cose.

C’erano cose che non si aspettava. Le ragazze si spogliavano in discoteca e i ragazzi erano spacciatori di bassa lega. La marijuana e la cocaina erano presenti ovunque nelle case costruite con materiali scadenti. Dietro alle porte chiuse, l’eroina si diffondeva.

Ma a Kohut non importava. Usciva di casa ogni giorno per occuparsi delle ultime notizie: una fluttuazione nei cambi, una protesta. “Ehi, facevo giornalismo vero“, dice ridendo. Stava facendo ciò che aveva sempre voluto fare.

Un mese dopo la partenza dei suoi amici, World Picture News fallì. A 25 anni, Kohut era senza soldi e lavoro e viveva in un barrio con criminali e spogliarelliste, in uno dei paesi più violenti del mondo.

Chiamò il suo mentore, in lacrime. “Eli, ho perso il lavoro. Posso tornare e farti da assistente?” Reed ricorda la conversione. “Sostanzialmente, le dissi: ‘Non si piange nel fotogiornalismo“.

Kohut ne ha un ricordo diverso. “Mi disse: ‘Ragazza, è fantastico. Sono felicissimo che non lavorì più lì. Erano storie davvero sciocche e banali’“. Sì, sarebbe tornata a casa per lavorare, ma prima doveva finire un incarico: un reportage fotografico.

Stai vivendo con una famiglia incredibile“, lui le disse, e le chiese di scattare una serie di fotografie che raccontassero le loro vite.

Kohut puntò il suo obiettivo su di loro.

Uscì con le ragazze per andare allo strip club. Andò insieme ai ragazzi nei loro giri di spaccio. Fece fotografie alle feste di compleanno e alle cene di famiglia, stringendo amicizia con il loro cugino Maximo, che lavorava in un negozio di moto e ne aveva una.

Le fece fare un giro, seduta dietro, con la macchina fotografica, lamentandosi perché stava indossando infradito su una motocicletta.

L’amico di Kohut, Maximo, 34 anni, riposa nella sua camera circondato da poster di Che Guevara e Hugo Chàvez. È stato ucciso tre mesi dopo.

Carismatico e goffo, quando Kohut gli chiese di dare un nome alla sua fotografia si fece molto serio. Pensò per settimane all’immagine che gli aveva scattato, mentre dormiva sotto i poster di Che Guevara e Hugo Chàvez. “Dormo in pace“, disse alla fine.

Perché?“, gli chiese lei. “È per via delle braccia incrociate, come fossi morto?” “No, è per via di Chàvez e Che che posso dormire tranquillo“, le rispose lui.

Qualche mese più tardi, Maximo chiese a Kohut se voleva fare un giro sulla moto. Lei prese la macchina fotografica e lo seguì fuori. Con la mano sulla maniglia, lui abbassò lo sguardo alle sue infradito, esasperato. “Maledizione, mettiti delle scarpe vere“.

Meridith tornò indietro per cambiarsi le scarpe e sentì degli spari. Era morto nel momento in cui aveva aperto la porta.

Quella fu la prima volta nella vita in cui avessi mai visto morire qualcuno in quel modo“, disse Kohut. “Fu molto duro e molto spaventoso“.

Pianse. Dopo un po’, prese in mano la fotocamera. I primi scatti che fece sono sfocati.

Le immagini in bianco e nero raccontano il resto. Il pianto della folla guidata da una banda di motociclisti, che sollevano la bara di Maximo portandola per le strada. Un cugino che grida: “Basta! Basta!” mentre la bara viene abbassata. Una donna ferma in piedi davanti alla porta, con lo sguardo fisso. La famiglia era abituata a lei, racconta Kohut.

Nessuno fece caso alla fotocamera.

La famiglia e gli amici rendono omaggio a un giovane uomo ucciso nei bassifondi di La Pastora a Caracas, Venezuela.
I vicini e i membri della famiglia ritornano alle loro case nei bassifondi di Petare dopo aver partecipato al funerale di Yanil Alexander Cemeño Figuera a Caracas.

Kohut finì il suo servizio fotografico e lo mandò a Reed, sentendosi sconfitta. Il suo tentativo di fare la giornalista internazionale era finito in un progetto di studio, pensò. Non ce l’aveva fatta. Programmò di tornare in Texas.

Quel gringo ha chiamato di nuovo chiedendo di te“. Sì, come no, pensò lei. C’è un messicano che chiama dove alloggio e danno per scontato sia per me.
 Però il gringo continuò a chiamare, e un giorno lo fece mentre c’era Kohut. Era un editor del New York Times. “Ho visto il tuo servizio fotografico“, disse. E aveva un lavoro per lei.

Era tutto ciò che le serviva. Si trasferì a Caracas. Tra un compito assegnatole e l’altro iniziò a fare servizi matrimoniali, che all’inizio erano rari. Per anni visse in un appartamento solo per donne, con una maligna signora spagnola che le rubava le calze.

Ogni nuova compagna di stanza rivelava qualche lato nuovo del Venezuela. Sandra, l’operatrice umanitaria il cui fidanzato era stato colpito da 40 colpi di pistola ed era stato seppellito in un sacco di plastica. Eileen, l’intellettuale che poi ha lasciato tutto per andare a lavorare come tata negli Stati Uniti. La compagna di stanza che è stata rapita, la fanatica di Chávez, la reginetta di bellezza.

Un medico cuce una coltellata nel petto di William Sanjuanelo in un pronto soccorso di Petare, Venezuela.

Kohut racconta le loro storie tardi, di notte. È fuori, in missione per tutto il giorno, e la sua voce è stanca attraverso la linea telefonica gracchiante.

In quei giorni il suo lavoro abbraccia la gamma di tutte le storie del continente. Alcune sono ancora violente, altre riguardano il cioccolato dei Caraibi o orchestre di bambini. Tutte emanano intimità con i suoi soggetti.

Randal Archibold, il capo dell’ufficio del New York Times per il Messico, l’America Centrale e i Caraibi, ricorda Kohut mentre attraversa a grandi passi un carcere di El Salvador.

Kohut sfilava tra i carcerati tatuati che la chiamano cercando di attirarla da dietro le sbarre, e Archibold si ricorda della lunga pausa della guardia carceraria quando lei gli chiese di entrare in una cella. “È una delle persone su cui puntiamo a occhi chiusi in America Latina“, spiega. “E per una buona ragione“.

Stanotte Meridith è a Caracas. La settimana prossima è a El Salvador. In otto anni si è presa un pugno in faccia durante un lavoro, è stata arrestata dalla polizia, morsa da un cane e inseguita da un coccodrillo.

Ma ovunque vada, la sua famiglia è con lei.

A volte direttamente: “Cerca di fare la capofamiglia dal Sud America” — scherza la sua sorella più piccola Morgan — e, a volte, attraverso le persone di cui descrive le vite.” Come le madri e i bambini che ha incontrato l’estate scorsa mentre fuggivano dalla terribile violenza dell’America Centrale.

Sono cresciuta in una casa in Texas, così sicura e piena d’amore“, racconta “ma sono ancora una bambina e ho ancora una madre, e sono ancora in grado di entrare in empatia con quel rapporto“.

Ruth Maribel Flores, 28 anni, nutre la sua bambina di due mesi, Genesis Gonzales, al rifugio per migranti 72 a Tenosique, Messico.

Nell’arco del 2014, secondo la dogana degli Stati Uniti e il Border Patrol, qualcosa come 69.000 minori non accompagnati da adulti ha passato il confine tra Stati Uniti e Messico, il numero di famiglie migranti è più che triplicato.

A quei tempi molti esperti erano convinti che fossero attratti verso nord dalle voci di politiche favorevoli agli immigrati. Ma le donne e i bambini con cui ha parlato Kohut non sapevano niente di quelle politiche, racconta.

Invece, scappavano dalla stessa violenza innescata dalla droga che aveva ucciso Maximo, una violenza che spesso prendeva di mira i bambini.

Il corpo di una ragazzina morta per i colpi di pistola in un ospedale di San Pedro Sula, in Honduras.

In un obitorio di San Pedro Sulas, in Honduras, Kohut ha visto i corpi di bambini che sono stati uccisi dalle bande criminali, e ha seguito le famiglie mentre lasciavano le loro case per sfuggire a tutto questo.

È stata in viaggio con loro sugli autobus e ha dormito al loro fianco nei rifugi, presentandosi con domande indirizzate a creare una piccola connessione tra loro. “Fa caldo qua fuori, vero? Da quanto state aspettando il treno?“.

È così che ha ottenuto lo scatto.

Aveva atteso tutta la mattina con una famiglia a Tenosique, in Messico. Una fermata comune per La Bestia, il pericoloso treno merci che trasporta la gente verso nord. Ma La Bestia quel giorno non ha rallentato.

Gli uomini hanno iniziato a correre e l’ha fatto anche Kohut, correndo e scattando fotografie mentre si lanciavano sul treno.

La foto è incorniciata da uomini in magliette intrise di sudore che si inerpicano lungo le scalette grigie del treno. Dietro di loro il cielo blu, intenso. Tra le carrozze c’è un piccolo bambino, che viene passato da un uomo all’altro.

Migranti irregolari aiutano un ragazzino a passare tra i vagoni del treno merci noto come “La Bestia” mentre attraversa Tenosique, Messico.

In quest’immagine c’è molto di ciò che Kohut ama, soprattutto il suo impatto. È stata pubblicata in prima pagina sul Times e ha contribuito a informare i politici e i lettori della crisi umanitaria in atto.

Le piace anche l’impatto artistico dell’immagine. “Vorrei poter dire che è stato merito del mio buon occhio“, racconta, ma la realtà è che stava correndo troppo velocemente. Il treno è passato in un istante e ha visto a malapena il ragazzino.

È stato solo più tardi, una volta tornata al rifugio, che, riguardando il proprio lavoro, ha trovato lo scatto che i fotografi inseguono per tutta la vita: quello che racconta in un solo sguardo una storia veramente complessa.

E forse, come sostiene Kohut, non può prendersi il merito per il gioco di luce, la composizione stratificata, la simmetria delle persone che si spostano. Però, può farlo per tutto il resto che è entrato in quello scatto.

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The Alcade, la rivista degli ex alunni dell’Università del Texas, è in pubblicazione da oltre un secolo.

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Articolo di Victoria Rossi liberamente tradotto dall’originale: https://medium.com/vantage/good-eye-3baf4f9e0872

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Originally published at www.fotocomefare.com on March 21, 2016.

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