L’architetto vestito da psicologo

Dirò una parolaccia: neuro — architettura!

Cercando il termine in internet, sul wikizionario, troviamo questo:

<<ramo dell’architettura che studia l’influsso dell’ambiente costruito sullo sviluppo del sistema nervoso>>

Credo, e questa è un’idea mia, che il concetto sia posto esattamente al contrario di quello che realmente può esprimere la neuro architettura e che quindi, la definizione possa invece porsi così:

<<ramo dell’architettura che studia l’influsso dei meccanismi neuro-psicologici sulle scelte progettuali architettoniche, urbanistiche e paesaggistiche>>.

Per architettura non s’intende semplicemente lo studio del costruito, la progettazione e la realizzazione di un interno, di un palazzo, di uno spazio da abitare. L’architettura abbraccia molti rami del vivere quotidiano, dalla progettazione di spazi, alla loro organizzazione, dalla pianificazione alla programmazione territoriale in genere.

Osservando queste sfere d’intervento lungo una timeline, con estrema semplicità, possiamo osservare che ognuna di queste ha attraversato delle profonde trasformazioni-evoluzioni negli anni e nei secoli.

Le trasformazioni sono avvenute per mezzo dell’uomo. E’ l’uomo, da sempre, l’artefice dei suoi spazi e della nascita delle architetture. E’ a partire dalla sua condizione psicologica che egli esprime i suoi desideri e i desideri si materializzano sottoforma di capitelli, ponti sospesi, grattaceli o distese del nulla.

Egli plasma quanto lo circonda della forma che più può farlo sentire a suo agio. Quest’agio, quando accolto dalla moltitudine, rappresenta e disegna l’idea di comfort anche d’altri e questi altri, attraverso la celebrazione, agevolano determinate tipologie di costruito rispetto ad altre, facilitano determinate tipologie di architettura rispetto ad altre. Queste architetture suscitano in questo popolo di individui determinati sentimenti e determinate reazioni che sono il motore di propulsione attraverso cui queste trasformazioni si susseguono e danno origine, di anno in anno, di secolo in secolo, a forme sempre diverse e sempre più vicine a quello che la società vuole vedere, il colore che più preferisce, il materiale che più l’aggrada, la forma che più asseconda e cura i desideri della massa, che raccoglie un’idea condivisibile di spazio vivibile, architettura godibile, costruito emozionale ed emozionante.

L’architettura diventa quindi lo schermo attraverso cui la Società manifesta la sua coscienza, un mondo interiore fatto di paure e desideri accumunabili e accumulabili. Una pratica di esternazione il cui studio può portare a comprendere, già nella fase d’ideazione, cosa realmente può rendere un posto “migliore”. Capire come la nostra mente elabora lo spazio in cui si muove attraverso il corpo, può renderci sensibili e portare frutti anche al termine della sua realizzazione materiale, facendo in modo che gli spazi possano rimanere, il più a lungo possibile, ciò che noi vorremmo.


Sarebbe a questo punto naturale e ineludibile pensare ad uno spazio la cui necessità intrinseca sia quella di essere via via trasformato, tale da essere capace di evolversi con l’evolversi di un fruitore il quale si rapporta, attraversando il tempo, con necessità in continuo ed impercettibile mutamento.

“Costruire non è solo realizzare qualcosa con un sufficiente senso estetico. Costruire vuol dire realizzare l’abito su di un corpo irrequieto per il quale la pratica di rilievo delle misure risulta esser più complicata che cucir tutto l’abito”.

In questo interviene la neuro architettura. Questa misteriosa scienza può farsi spazio e interpretare grandi silenzi e incomprensibili evoluzioni di stile, di tendenze, di gusti e di preferenze che spesso rimangono mascherate ma che l’occhio attento, l’occhio del neuro architetto, può catturare.

Sarebbe un lavoro nuovo. Capire in quale direzione la società si muove. Quali sono i meccanismi psicologici che guidano l’uomo. La neuro architettura ci può guidare in tutto questo a partire dal passato. Ci può guidare nella comprensione della casa dell’uomo illuminista, ci fa entrare nelle motivazioni delle azioni romantiche, ci dice il perché dell’architettura nazista, ci spiega come nasce il minimal, perché è di moda l’industry, perché narcisismo ed eclettismo architettonico non sono poi così slegati.

La neuro architettura può sfruttare l’Io di ognuno per raggiungere il Sé più profondo. Raggiungere consapevolezze e bisogni che si materializzano in un dato tempo e in un dato spazio e contestualizzare, attraverso le scelte di ognuno, la crescita e la non-crescita. In questo modo si può raggiungere un’interpretazione più verosimile — meno distorta — delle esigenze future o quelle più inconsapevoli che renderanno l’ambiente e l’habitat di domani economicamente, emotivamente e storicamente più sostenibile.


Viceversa, un’attenzione scollegata può portare alla realizzazione di tante realtà transitorie basate sulle apparenze, in cui l’individuo può momentaneamente riconoscersi ma in cui non sarà in grado, nel domani, di “progettarsi” ed identificarsi. Capire ed interpretare le modalità ed i meccanismi di reazione-adattamento può consentire di raggiungere la sostenibilità dell’evoluzione.

Leggere le scelte singole, interpretare un solo pensiero, non intraprendere un percorso ma trattare la Società con frammentazione, porta alla realizzazione di un habitat disorganico e vi sono molti esempi di questa tipologia di realtà. Sono realtà in cui non esiste una società comune, una società vissuta, in cui il vissuto rimane estraneo al costruito e al costruibile, in cui la neuro architettura è stata assente o forse, semplicemente, ancor troppo giovane e inesperta.