“Un territorio turistico completamente abbandonato”

Io sono una dalla lacrima facile. Mi commuovo davanti ai film, a volte anche leggendo un libro. Ieri, persino leggendo un comunicato stampa. 
Premesso che la formalizzazione di idee attraverso questo strumento ha (in talune circostanze), a mio avviso, un triste scopo provocatorio, da un lato ammiro questa persona che facendosi portavoce di interessi comuni, ha acceso l’ennesima lampadina sul rognoso problema del turismo nel Salento esordendo così: “un territorio turistico completamente abbandonato”. Il testo a corredo, il comunicato stampa appunto, ha aperto una ferita in tutti quelli che sono i miei ricordi e la mia infanzia in questa terra. 
Premesso che ormai risiedo altrove e che non ho alcun interesse diretto, ne voglio, in questa sede, parlare del lato politico della questione, tutto questo mi indigna e mi lascia l’amaro in bocca.
Si parla della mancata premiazione delle buone idee e dello sviluppo rivolto alla riqualificazione, valorizzazione di aree, strutture ricettive e servizi vari. 
Riqualificazione, valorizzazione e sviluppo hanno un significato bene preciso, non quello che più ci aggrada. Sono tutte azioni il cui significato non può essere equivoco. 
Studio e sono appassionata di urbanistica da anni. Si lo so, potevo fare l’architetto e avere meno problemi, avevo una mano da chirurgo e — come qualcuno diceva — un dono particolare per il disegno. Ma a me interessava andare più a fondo, a me interessava e interessa capire le dinamiche della città, i meccanismi di crescita, i criteri dei processi decisionali. Come crescere e come portare la crescita. Ecco perché quel comunicato stampa apre una ferita su una grande consapevolezza il cui contesto è tanta retorica senza la benché minima dose di persuasione. 
La città non è un ambiente in cui adattarsi. E’ l’insieme dell’urbs e della civitas. Due entità distinte ma inseparabili. L’urbs è una civitas dotata di confini definiti che non sono solo le case e le strade, ma sono i valori intrinseci di un luogo, la sua ricchezza, la sua unicità. Fattori determinanti nel qualificare l’attitudine alla vestibilità della città, vestibilità che cambia in ogni luogo ma che deve seguire e sottostare a normative e regolamenti uguali ovunque e per tutti. 
Fatte queste premesse, e sottolineando che vivendo altrove, negli ultimi anni, ho seguito con grande incostanza quanto avvenuto in relazione agli argomenti tanto lamentati nel comunicato stampa, una cosa sola tengo a dire. 
Il Salento è una terra ricca ma povera, vive, nonostante molti si sforzino di negarlo, di turismo e di agricoltura. Nient’altro. Ma non è poco. 
Lo scrivente si scaglia contro l’amministrazione comunale. Attaccare un’istituzione è semplice oltre che forse lecito (passatemi il termine), perché scopo principale di un’amministrazione è fare le veci del volere del popolo nell’interesse dello stesso, cercando di attenersi il più possibile alle norme, far si che queste vengano rispettate. 
Le regole sono scritte, invece questo popolo dov’è? 
All’ombra delle case, nel silenzio di un mondo troppo complicato per entrare nelle coscienze di generazioni tirate su con il sudore, nei campi di grano e tabacco, che sembrano aver dimenticato. 
Sale consiliari vuote, riunioni popolari deserte, gare senza partecipanti. La civitas è l’anima della città, senza di essa quello che noi costruiamo perde il suo significato, rimane una scelta fine a se stessa, rimane anonimo e non rappresenta nessuno. La civitas è la misura di questo vestito che non ci calza più, ci sta stretto e come se non potessimo permettercene un altro, ce lo teniamo, così com’è. Non abbiamo toccato il fondo per le non scelte, abbiamo toccato il fondo per aver scelto di non essere noi i cittadini del posto in cui viviamo. 
Ho un’infinità di ricordi alle “cento scale” di Porto Miggiano. La più bella discesa al mare del paese. Il sole cocente ad agosto, il bagno che segnava la fine del mio anno accademico, il mio ritorno a casa dopo un lungo viaggio in treno durato tutta la notte. Ora “cento scale” è sinonimo di inadempienza, quattro anni di sequestro, scartoffie e chilometri di nastro bianco e rosso. Tutto il Genio si è messo a pensare a come poter fare, ma tutto rimane sempre sulla strada dell’insoluto.

C’è un divario molto grande tra il sarto, il commerciante di tessuti e questo sovrano che pretende d’aver l’abito senza prestarsi per le misure.