Dall’altra parte

1.

Sto dall’altra parte dell’oceano, buttato su un divano beige, al terzo piano di un palazzo residenziale. È inizio febbraio, fuori è buio, è quasi ora di cena. Di fianco a me c’è Giuseppe Ragusa, ha il suo Mac aperto sulle gambe. Da mezz’ora guardiamo il Super Bowl.

Poco fa gli ho detto “la differenza col rugby è che qui possono lanciare la palla in avanti”, anche se me lo immaginavo che non fosse così. Gliel’ho detto solo perché sapevo che ci sarebbe cascato. Come tutti gli appassionati di America, come tutti gli appassionati di sport, e come tutti quelli che nella vita fanno i professori, mi ha prima guardato malamente e poi si è armato di santa pazienza e mi ha spiegato le regole del football americano. Immaginate che qualcuno debba spiegarvi il fuorigioco mentre guardate in diretta la finale di Coppa del Mondo. Con la differenza che il football americano è molto più complesso. “Pure qui ci sono undici giocatori per squadra”, mi ha risposto. Ma qui ogni squadra ha più allenatori che contemporaneamente danno indicazioni a diversi giocatori in diverse parti del campo.

All’inizio i Falcons sono stati strepitosi. Guadagnavano terreno, e per fortuna sono riusciti a fare due touchdown abbastanza in fretta, così ho avuto tutti i chiarimenti che volevo sulle diverse fasi del gioco. Ho capito che Ragusa sapeva davvero tutto quando ha cominciato ad anticiparmi pure quello che l’arbitro avrebbe detto dopo aver fischiato. Il quarterback — che poi è quello che riceve la palla quando gli altri sono ancora tutti dei quadrupedi curvi a terra, con le braccia che diventano due possenti zampe e le spalle alte come quelle dei bisonti americani — è il giocatore più importante di tutti. Ragusa mi dice che la differenza tra un quarterback di buon livello ed uno eccezionale è che il primo normalmente fa quello che l’allenatore gli ordina di fare attraverso la radiotrasmittente montata dentro il casco, mentre quello eccezionale ascolta ma poi fa di testa sua, e per lo più ci azzecca. Anche i quarterback più scarsi, in ogni caso, sviluppano negli anni questa capacità divinatoria di lanciare una palla a velocità elevata a decine di yard sapendo che esattamente in quel posto, esattamente in quel momento, ci sarà uno dei loro ad afferrarla.

Gli occhi di tutti, stasera, sono su Tom Brady, il quarterback dei Patriots. Anni fa ha iniziato la sua carriera per sbaglio, a seguito dell’infortunio di un giocatore titolare. È entrato in campo e non è uscito più. Se vince anche stasera, entra nella leggenda: nessuno ha mai vinto cinque Super Bowl. Noi però tifiamo per i Falcons, perché pare che i Patriots siano molto legati a Donald Trump.

Quasi alla fine del secondo quarto c’è il terzo touchdown dei Falcons: adesso conducono per 21 a 0. Prima della pausa i Patriots segnano 3 punti, ma la partita pare ormai segnata. Non lo dico a Ragusa, non ho voglia di sentire le statistiche sui cinquanta precedenti Super Bowl. Mi lamento solo che ho fame, e Francesco Galtieri mi fa eco dalla scrivania. È il proprietario di casa, siamo venuti qui a Boston a trovare lui.

Ragusa fa finta di non sentirci, mi dice solo “guarda adesso”. “Cosa?”. “Aspetta”, mi risponde. Quando le immagini tornano in diretta sembra di essere finiti in un altro stadio. Hanno montato un palco enorme, ci sono centinaia di persone che danno vita ad uno spettacolo di musica e scene pirotecniche, con Lady Gaga che scende dal cielo e infiamma tutti. Ci sono più di centomila spettatori dal vivo, e più di cento milioni collegati da tutto il mondo, che in questo momento stanno guardando lei. Lady Gaga va avanti una decina di minuti, poi parte la pubblicità, e quando torniamo in diretta il campo è di nuovo sgombro. Ragusa mi dice “e pensa che l’erba deve restare pure in buono stato per poterci tornare a giocare subito”.

Quando finì la prima guerra del Golfo avevo tredici anni e ricordo che mi colpì molto la storia — e se anche era una fakenews oggi non importa più — che c’erano solo due ingegneri al mondo in grado di spegnere i pozzi di petrolio a cui gli iracheni di Saddam avevano dato fuoco. Quando i Falcons realizzano il loro quarto touchdown sono passati diversi minuti dall’inizio del terzo quarto di gioco, ma io sto ancora pensando che devono probabilmente esserci al mondo solo due esperti di logistica in grado di montare e rimontare un palco del genere in tempi così compressi.

Nel frattempo si è capito come finirà questa finale: siamo 28–3 e Ragusa si alza dal divano, apre l’armadio, si infila la giacca. “Non avevi fame?”, mi rimprovera. Con un risultato così netto, e a partita così avanzata, c’è ormai poco di interessante da vedere.

Usciamo, attraversiamo il quartiere, optiamo per una cosa veloce e indolente. Dieci minuti dopo entriamo in questo locale che serve pizza al trancio. Si chiama Pinocchio’s e deve essere un bel localaccio italiano dato che alla colonna portante al centro della sala è affisso un grande poster della nazionale italiana di calcio che vinse i mondiali dell’82. Quando arriviamo al bancone facciamo fatica ad ordinare. Ci sono tre messicani che stanno seguendo il Super Bowl su un ipad poggiato in equilibrio precario sopra un ripiano. Uno dei tre ci chiede cosa prendiamo. Ordiniamo, aspettiamo.

Sto in piedi, provo ad allungare il collo per seguire anch’io, ma l’ipad è lontano. Mi giro, guardo le foto appese sulla parete rossa. Ce n’è una con Mark Zuckerberg e il suo compagno di classe Kang-Xing Jin, e scopro che ai tempi dell’università venivano quasi tutte le sere a mangiarsi una pizza qui dopo una giornata passata a discutere di computer science. Ci sediamo, mangiamo, da dietro il bancone ogni tanto arriva un po’ del tifo messicano: trepidazione, scoramento, giubilo. Mi immagino i Falcons che stanno vincendo per 49 a 3. O magari sono arrivati a 56. Me li immagino che stanno stracciando i Patriots di Trump in questa partita che vale molto di più di un Super Bowl. Divoriamo la pizza, lasciamo Pinocchio’s, rientriamo.

Di nuovo sul divano beige, Ragusa si mette a leggere Dissent mentre io apro Facebook e gli occhi mi cadono sul video postato da Bucarest da Dragos Pislaru. Sta al freddo in piazza, con qualche decina di migliaia di rumeni, a protestare contro il suo Governo che vuole fare una sanatoria sulla corruzione. Mi torna in mente il giorno in cui ci siamo rivisti, qualche mese fa. Ad Amatrice, nel giorno dei funerali delle vittime del terremoto. Stava in seconda fila, alle spalle del suo Primo Ministro (tra i morti c’erano anche dei rumeni). Ci conosciamo da anni, ma ci eravamo persi di vista e non mi aspettavo di trovarlo lì. Ci siamo abbracciati e ci siamo promessi di risentirci presto, per provare ad unire i puntini. Per provare ad inventarci qualcosa che aiuti a tenere l’Europa unita. Poi mi aveva scritto qualche settimana dopo per dirmi che era cambiato il Governo, che non era più lui il Ministro del Lavoro. Ed io lo riguardo adesso in questo video, leggo il suo post in rumeno. Lo leggo senza ovviamente capirlo, ma capendo comunque che è questa la piazza dall’altra parte dell’oceano che oggi dovremmo invadere tutti. Portando migliaia di cittadini dall’Italia, dalla Spagna, dalla Germania e da altri Paesi europei, a protestare e a dire che quella non è solo la piazza dei rumeni. Che non lo è più. Perché ciò che succede in quella piazza ci riguarda tutti.

Abbiamo già lasciato correre quando è successo in Ucraina, o in Turchia. Ma qui siamo dentro i nostri confini. Ciò che oggi tolleriamo a Bucarest domani potrebbe succedere a Parigi, a Vienna, a Roma. Come finirà su quella piazza avrà conseguenze su tutti noi — cittadini europei — che ancora non immaginiamo.

Chiudo Facebook e mi collego con un sito di news. Scopro che i Falcons sono rimasti a 28, mentre i Patriots sono passati da 3 a 9, da 9 a 12, da 12 a 20, e che alla fine hanno pareggiato arrivando a 28. Per la prima volta il Super Bowl si conclude ai supplementari. Con alla fine la vittoria dei Patriots, protagonisti della più importante rimonta in cinquant’anni di finali di football americano.

Ragusa non si scompone, continua a leggere Dissent. Io provo a ripassare a mente le regole del gioco che mi ha insegnato prima di andare in pizzeria, ma mi rendo conto che ho già dimenticato tutto. Ripenso ai messicani che esultavano, che mi hanno illuso che stessero vincendo i Falcons. A quei messicani che invece — incomprensibilmente — tifavano per la squadra di Donald Trump. E solo dopo parecchi minuti in cui non riesco a pensare ad altro mi rendo conto che in realtà tifavano — molto più semplicemente — per la squadra di Boston. Per la squadra che si allena a pochi chilometri da qua.

2.

Sono dentro questo piccolo ufficio in cui c’è spazio solo per un piccolo tavolino rotondo, quattro sedie, un computer su una scrivania che intralcia la porta d’ingresso. Alle pareti scaffali di legno e alluminio, qualche poster che non aggiunge colore. È il primo pomeriggio ma c’è già poca luce. Fuori dalla finestra si intravede solo l’impalcatura che hanno montato per i lavori di rifacimento di un’ala del palazzo. Me ne convinco subito, come entro: un ufficio così è un posto che ti costringe a restare curvo, a pensare in piccolo.

Il professore mi fa accomodare, mi dice che ha saputo che ero in città e che è felice che faccia un intervento davanti ai suoi studenti. Il corso si intitola The future of Europe. Non avrò tanto tempo perché i ragazzi faranno prima un focus sull’accordo tra Stati Uniti e Unione europea in materia di protezione dei dati. Lui è un ex deputato spagnolo, del partito popolare, ed io sono stato avvisato che ha organizzato il suo corso attorno ad alcune politiche pubbliche, ma senza fare grandi premesse sullo stato dell’Unione, senza inquadrarle in chissà quale prospettiva storica. Sono entrato nell’ufficio immaginandomi lezioni sul ruolo della Commissione in un’Europa senza Theresa May, o Viktor Orbán, o Marine Le Pen. Non mi chiede di cosa vorrei parlare, me lo dice direttamente lui, ed io lo lascio fare, non può che andarmi bene: “questa marcia per l’Europa, il 25 marzo a Roma, mi sembra interessante…”. Dà per scontato che io sappia di cosa sta parlando. “Ultimamente di marce in giro per l’Europa se ne fanno parecchie…”, ma non credo colleghi quello che sto dicendo con Bucarest, o con le proteste a Londra per la Brexit. Piuttosto, deve suonargli come un assenso. “È a Roma. E visto che vieni dall’Italia…”, aggiunge.

Mi aspetto di sentire da un momento all’altro “visto che sei giovane”, ma per fortuna me lo risparmia. “Dobbiamo invitare i nostri ragazzi a mobilitarsi”, e mentre lo dice una grossa nube grigia passa su quel poco di sole americano che ancora è rimasto fuori, perché la stanza diventa improvvisamente buia.

“Mi pare un ottimo proposito”, gli rispondo in mancanza di una frase intelligente. “Certo, avrebbe senso anzitutto spiegare loro perché ci siamo incartati. Irrimediabilmente. Perché non ne veniamo a capo…”. Mi guarda perplesso, ed io capisco che ho tre minuti per convincerlo che forse, la mattina dopo, agli studenti ha senso fare un discorso leggermente più articolato.

“Gli obiettivi dell’integrazione europea sono sempre gli stessi, sessant’anni fa come oggi: pace e sicurezza, prosperità, solidarietà, libertà. Solo che per i primi decenni, fino ai primi anni ’90…” e vado avanti tre, forse quattro minuti. Il professore spagnolo mi segue attento, mi pare abbastanza convinto, nel senso che se fossi un detersivo al supermercato in questo momento mi starebbe infilando nel carrello. Ma poi arrivo alla parte più secca: “…e quindi non c’è modo che l’Europa si salvi grazie ad una riforma dei Trattati. Con 28 Paesi è impossibile un sussulto in avanti. Anzi, il prossimo accordo intergovernativo servirà per fare qualche passo indietro. Non siamo in grado di cambiare le regole del gioco. Siamo in uno stallo strutturale, destinato a durare. Ci siamo fatti scacco matto da soli. Quindi inutile accanirsi con le discussioni sull’architettura istituzionale: perché è il modo migliore per aiutare i populisti che invece attaccano l’Europa parlando di disoccupati e clandestini”.

Questo spagnolo sessantenne trattiene il fiato per qualche secondo, poi si alza dalla sedia e si sposta davanti al computer. Lo avverto chiaramente, adesso si girerà e mi dirà di accomodarmi fuori dall’ufficio. “Alessandro”, mi dice curvandosi con il busto contro il computer per riuscire a leggere lo schermo, “siamo perfettamente d’accordo”.

Non ho tempo di decidere se la cosa mi rasserena o se mi agita ulteriormente. Il professore fruga nella sua posta senza successo, solo dopo qualche minuto trova la mail che stava cercando. “Te la giro, è ancora riservata”, e mi manda il testo su cui stanno raccogliendo firme di intellettuali a sostegno dell’appello che uscirà nel giro di pochi giorni invitando a partecipare alla marcia del 25 marzo a Roma.

“Dobbiamo mobilitare i giovani, siamo perfettamente d’accordo”. A lui la richiesta di sottoscrivere l’appello è arrivata da un altro spagnolo — un filosofo e saggista famoso — ma l’iniziativa è partita da un italiano. Me lo cita, ed io faccio finta di sapere chi sia. Poi mi legge a voce alta i nomi di coloro che avrebbero promosso l’appello, o che comunque avrebbero già deciso di aderire: quasi tutti accademici, alcuni particolarmente noti; più di uno lo conosco pure relativamente bene di persona. E non sono affatto sicuro che la cosa mi rassereni.

Torniamo a discutere della mattina dopo, ma dura poco. A quanto pare ci siamo già intesi su praticamente tutto, la sintonia è perfetta. Mi chiede solo se andrò direttamente alle 8.45, con l’inizio della lezione sull’accordo transatlantico sulla protezione dei dati. Annuisco, gli dico che sarà una buona maniera per studiare gli studenti. Stavolta annuisce lui, è molto d’accordo con questa mia affermazione. È proprio così, ci siamo intesi su tutto.

Quando esco dall’ufficio ho solo voglia di qualcosa di caldo e di leggere la mail che mi ha girato. Cammino veloce lungo il corridoio, riempio un grosso bicchiere di carta di caffè americano, mi siedo ad uno dei tavolini nella hall, recupero la connessione ad internet, scarico la posta sul cellulare.

L’appello comincia parlando di un’Unione inadeguata, dotata di un bilancio ridicolo e di competenze obsolete per rispondere ai bisogni dei cittadini. Molto bene, penso. Ma leggo piano, non per gustare meglio ma per ritardare il momento. Non mi illudo, so quello che mi aspetta.

L’appello diventa subito un progetto di revisione istituzionale: chiede che le decisioni in materia di politica estera, difesa e riforma dei trattati vengano prese a doppia maggioranza, degli Stati e dei cittadini; chiede una Commissione che si trasformi in un vero governo europeo grazie ad un passaggio elettorale e — se proprio non si può — chiede almeno un presidente unico a capo della Commissione e del Consiglio europeo.

Dove ho già sentito tutto ciò? Per una volta non ci metto molto a recuperare le informazioni nella mia scatola nera. L’appello chiede esattamente tutto quello che era già stato chiesto una quindicina di anni fa, al momento in cui la Convenzione presieduta da Valéry Giscard d’Estaing aveva elaborato la Costituzione per l’Europa. Lo chiede dopo quasi quindici anni di lento ed irreversibile declino, in cui è diventato chiaro che con 28 primi uomini e prime donne che intorno a un tavolo devono mettersi d’accordo all’unanimità per cambiare le regole del gioco non c’è speranza di uscire dallo stallo. In cui è diventato chiaro che possiamo solo continuare a scivolare. E lo chiede ai Capi di Stato e di governo che il 25 marzo si ritroveranno a Roma per i 60 anni dei Trattati di Roma.

Prendo il caffè in mano, lo stringo, brucia ancora. L’appello cade nella stessa tentazione di sempre: del miracolo istituzionale, della speranza nell’impazzimento collettivo di tutti i governanti europei che d’un tratto decidono di abdicare al loro sovrano potere nazionale. Sono quindici anni che non leggo altro. Possibile che sia tutto ciò che sappiamo opporre alla famiglia Le Pen che propaganda che uscire dall’Europa sia il modo di proteggere i giovani poveri della Francia, o ai Salvini che vogliono costruire muri sulla sabbia per proteggerci contro gli sbarchi dal Nordafrica, o ai Di Battista e ai Di Maio che vogliono disfarsi dell’euro perché finalmente un litro di latte possa costare qualche decina di migliaia di lire?

Lo so che scotta, che non devo farlo. Ma ultimamente mi capita sempre più spesso di fare cose che non vanno fatte. Guardo il caffè fumante, è di un nero scolorito. Ma davvero pensiamo di mobilitare i giovani europei con questa ingegneria istituzionale? Ingollo un sorso tutto d’un fiato. Ho la gola in fiamme.

3.

Quando Ursula gli toglie la benda è più di un’ora che Ernesto non vede niente. Li ha lasciati fare — Altiero e lei — senza essere sicuro che si trattasse di un gioco innocuo. Gli hanno legato questo fazzoletto scuro sugli occhi, lo hanno caricato in macchina, hanno corso per chilometri attraversando la città, prima di finire per strade di periferia, meno rumorose. I finestrini posteriori erano aperti, ha respirato l’aria del mare.

“Ma dove diavolo siamo?”, ed Ursula lo rimprovera subito, senza dire una parola, solo con lo sguardo duro e l’indice sulle labbra chiuse ad ordinargli di fare silenzio.

“Non mi sto divertendo”, continua Ernesto.

“Volevamo dirtelo qui”, risponde Ursula a voce bassa.

“Ma qui dove?”, insiste Ernesto. Sono dentro un grande salone, con macchinari enormi. Ci sono acciaio e ferri ovunque. Tutte le luci sono spente, c’è solo un fioco riflesso di luna a consentirgli di vedere intorno.

“Lo hai mai visto il motore di una nave?”, gli chiede Altiero. È a pochi metri da lui, ha entrambe le mani poggiate contro un’enorme lastra che pende in verticale, appesa ad un gancio mobile che reggerebbe il peso di una casa.

Ernesto si avvicina, mette a fuoco faticosamente, capisce che quella che ha davanti è appena una delle valvole. Solo adesso si rende conto che si sono introdotti abusivamente in una fabbrica.

“Ci serve una nave”, prosegue Altiero senza voltarsi. Ursula gli si avvicina, lo abbraccia da dietro. “Dobbiamo andare sull’isola”, aggiunge Altiero.

“Sull’isola?”, Ernesto è perplesso. Tra pochi mesi compirà quarant’anni. Fino a questa sera — fino a questa benda sugli occhi che ha digerito solo perché si trattava di uno scherzo, solo perché glielo ha chiesto Ursula con quei suoi occhi che hanno ancora il ricordo dell’adolescenza — Ernesto ha sempre programmato tutto, giorno dopo giorno, e gli è sempre andata bene. Poco sorprendentemente, si aspetta ancora molto dalla vita.

“Sì”, risponde Altiero. Si libera dall’abbraccio di Ursula e si volta verso Ernesto. “Prima che sia troppo tardi”. Ha dieci anni meno di Ernesto ma si sente maturo abbastanza per tentare una follia. “Siamo nel 1936. Ho un presentimento strano”, dice.

“Anch’io”, Ursula si è avvicinata a Ernesto. “In Italia. In giro per l’Europa. Siamo tutti dei sonnambuli”.

“Ma cosa possiamo fare noi?”, Ernesto inspira profondamente, un lontano odore di ruggine gli sale lungo le narici.

“Se tutto va male, rischiamo di essere noi l’ultima cosa che resta”. Altiero respira affannato. Non si è mosso, ma è come se avesse appena finito di compiere uno sforzo enorme.

“Dobbiamo andare sull’isola, ripartire da lì”.

4.

Sto appollaiato su uno sgabello alto, con davanti il computer aperto e una tazza di caffè ormai freddo. Sono al primo piano di una enorme libreria, sistemato su questa specie di davanzale interno che affaccia sul piano terra: una corte interna con le pareti tappezzate di libri, con al centro banchetti con gli ultimi volumi usciti, le casse a metà salone, e sotto ai miei piedi — se mi sporgo — la postazione coi ragazzi che rispondono alle domande dei clienti. Dal soffitto, a distanza regolare, scendono più drappi tutti uguali: è la bandiera di Harvard con al centro la parola VERITAS.

Giuseppe Ragusa alterna la lettura di un volumetto su machine learning ad alcuni esercizi incomprensibili. Ha lo schermo del computer pieno zeppo di formule: programma e sviluppa grafici, ma non devo osservarlo attentamente per sapere che neppure lui è al massimo della concentrazione. Io sto finendo la presentazione che farò più tardi agli studenti dell’Harvard Italian Students’ Society. Sono curioso di conoscerli, di capire come sono arrivati qui. Di sapere cosa studiano, in quali province italiane sono cresciuti, che racconto si sono costruiti su tutto quello che hanno lasciato. Ma anch’io sono particolarmente distratto e svogliato. È come se stessimo aspettando qualcosa. Mi sento come se avessi finito i compiti a casa, senza avere tuttavia imparato granché. Con la coscienza a posto, ma infastidito.

Pure io poco fa, attraversando al piano terra il salone, ho sostato presso alcuni dei banchetti; pure io un libro l’ho afferrato al volo e me lo sono portato fin quassù. Lo apro, comincio a leggere. «Possiamo guardare lo stesso tratto di acqua ogni giorno, per un anno intero, e non vedere mai la stessa cosa due volte». Sembra una metafora, ma non lo è. Il libro si intitola How to read water, e sono 370 pagine di allenamento all’osservazione. Vado avanti a leggere le prime tre pagine, ma non mi aiuta a trovare la concentrazione. Alla fine decido di alternare un paragrafo con una slide, e di rassegnarmi all’indolenza di questo pomeriggio. E sto ancora pensando al Super Bowl di ieri sera quando mi arriva un messaggio su whatsapp. Dice: “Alessandro, siete rientrati? Secondo me bisogna fare una riflessione su questo tema dell’Europa a due velocità”. Mi dice di ragionarci a valle delle riflessioni che stiamo facendo in questi giorni; di scriverci qualcosa. Poco dopo mi manda un secondo messaggio: “questo tema sarà al centro del dibattito sull’Europa. Può essere la salvezza, o la fossa definitiva”.

La mia prima reazione è ancora una volta la stessa, sono ancora fresco dell’incontro che ho avuto con il professore spagnolo poche ore fa. Ingegneria istituzionale. Ma poi mi fermo e provo ad accantonare la mia ossessione. Dovremo pure provare, in un modo o nell’altro, ad uscire da questo stallo. Così chiudo gli occhi e mi creo una piccola finzione: sono in diretta ad una radio, ho trenta secondi per rispondere, che ne penso dell’Europa a due velocità?

Mi rendo conto che ho pensieri fermi ad anni prima. È un dibattito che ritorna con regolarità ed è probabile che l’ultima volta che ci ho ragionato sopra fossi ancora a Bruxelles, che non fossi ancora tornato in Italia. O magari era addirittura prima, stavo finendo il mio dottorato. Hollande non era ancora arrivato in Francia, Tsipras in Grecia, Renzi in Italia; e il Regno Unito metteva come sempre i veti ma ancora non si sognava di fare harakiri.

Sono passati i trenta secondi ed io sto cercando di capire cosa ne penso oggi dell’Europa a due velocità, quando mi rendo conto che non so neppure perché questa cosa sia tornata adesso nel dibattito pubblico. Riapro gli occhi, cerco su google. Tre giorni fa Angela Merkel ha dichiarato da Malta che non è più un’ipotesi oscena. Che il 25 marzo, in occasione delle celebrazioni a Roma per i 60 anni dei Trattati, potrebbero pure accordarsi su una frase del genere da inserire nella dichiarazione comune.

Mi rendo conto che da almeno tre giorni sono fuori dal mondo. E che Angela Merkel c’era già. Quando tutti gli altri dovevano ancora arrivare, lei era già al suo posto. C’era già quando altri, anni fa, avevano provato ad alzare la palla. Quando lei l’aveva afferrata e rimessa nuovamente a terra. Ma tutto quello accadeva prima del Brexit, prima di Trump. Si potrebbe fare senza rivedere i Trattati? E poi, perché no? In fondo l’euro, o Schengen, non sono già l’Europa a due velocità? E con le istituzioni europee, come facciamo? Ci inventiamo un altro Parlamento con i deputati soltanto dei Paesi che viaggiano alla velocità più elevata?

Afferro il libro sull’acqua e lo apro ad una pagina a caso. Mi leggo tutta una lunga spiegazione su cosa accade quando una massa d’acqua in movimento, tipo quella di un ruscello, incontra un ostacolo importante — un grande masso, ad esempio. Non ci credo che Angela Merkel stia cominciano a pensare fuori dal box. Che stia cominciando a pensare non più al margine, come direbbe l’econometrista che continua a fare esercizi astrusi qui di fianco a me, ma per alternative radicali. Per fortuna in quel momento Galtieri sbuca alle nostre spalle. È venuto a recuperarci in libreria al termine della sua lezione. “L’hai finita la presentazione?”, mi chiede togliendosi la sciarpa. Io annuisco frettolosamente, poi guardo lo schermo e mi ricordo che non è vero.

Un’ora dopo siamo in classe con gli studenti italiani che sono qui ad Harvard. Cominciamo con una constatazione amara: saranno una ventina e sono tutti maschi. Passiamo in fretta ad un giro di presentazioni: ci sono medici, economisti, giuristi, ingegneri. Si occupano di cose di frontiera. Racconto loro la mia esperienza: come funziona lo Stato visto da dentro; come mantenersi in bilico sul precipizio senza scivolare; come nessuno sciolga mai un nodo; come le leggi siano collezioni di piccoli interessi sotto forma di tanti emendamenti; come a quel punto l’amministrazione sia restìa ad attuare, perché per farlo deve interpretare, deve decidere, deve scontentare; come ci sia sempre un TAR pronto ad intervenire, visto che a queste condizioni è sempre facile dimostrare che c’era anche un’altra interpretazione che si sarebbe potuta dare. Racconto loro della policy sulle startup di qualche anno fa, e della legge sulla buona scuola. Ma non mi interessa trasferire loro i contenuti né chissà quale dettaglio. Mi interessa spiegare la meccanica terrena che sta dietro ad ogni decisione. Non ci siamo chiusi per due ore in una stanza per raccontarci la favola di Cappuccetto Rosso. Ho intenzione di deprimerli ancora un poco, ma so pure di dover dosare bene le parole. Perché non voglio che gettino la spugna. Al contrario, voglio che tra poco mi restituiscano il pugno in faccia.

Quando finisco parte una raffica di domande. Convergono tutte pressappoco nella stessa direzione. “Ma se le cose stanno così, noi che cosa mai possiamo fare?”

Ci penso da parecchie settimane. Anche oggi pomeriggio ci ho pensato a lungo.

Se con Ragusa abbiamo abbandonato mogli e figlie piccole, e per una settimana siamo venuti qui — a stare dall’altra parte, a stare con Galtieri — è solo perché speriamo in questo modo di cominciare ad abbozzare una risposta.

Mi chiedono “va bene, abbiamo capito che così non si può più andare avanti. Ma noi, che cosa mai possiamo fare?”.

Ci siamo chiusi in una stanza e in meno di due ore siamo diventati un branco. Sto in piedi con i pugni chiusi contro il primo lungo banco, li ascolto e mi torna in mente che le onde — quando incontrano un ostacolo — più è ripida la superficie contro cui si scontrano e più è profonda l’acqua, più vengono riflesse bene. Mi dico che dobbiamo anzitutto smettere di pensare al margine; che dobbiamo smettere di pensare a noi stessi e alle nostre vite in termini di piccoli aggiustamenti progressivi; che dobbiamo inventarci un modo per instradare tutti insieme la nostra irrequietezza; che dobbiamo alzarci in piedi e dire che ci sentiamo corazzati a sufficienza per affrontare questo momento storico; perché ciascuno di noi è abbastanza forte per prendersi cura della sua comunità: per consolare i suoi vicini, per guidarli, per trasformarli a loro volta in un esercito di volontari del riscatto.

Per fortuna non rispondo niente di tutto questo. Tiro solo un bel respiro e alla fine dico: “dobbiamo assolutamente procurarci una nave”.

5.

“Gli obiettivi dell’integrazione europea sono sempre stati gli stessi, sessant’anni fa come oggi: pace e sicurezza, prosperità, solidarietà, libertà. Solo che nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione non da poco. Per i primi decenni, infatti — diciamo fino all’inizio degli anni ’90 — pace e sicurezza hanno significato sostanzialmente ricostruire sulle macerie della guerra, mettere in comune il carbone francese e l’acciaio tedesco; prosperità ha significato dotarsi di un mercato comune; solidarietà ha coinciso con una politica di coesione che puntava a redistribuire risorse a favore delle regioni più povere d’Europa; e libertà, infine, è stata anzitutto abbattimento delle frontiere interne: libertà di viaggiare, di studiare, di lavorare in un altro Paese europeo.

Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, le cose sono cambiate. Se vogliamo un momento spartiacque, prendiamo il Trattato di Maastricht. Anzi — per essere ancora più precisi — prendiamo l’incontro dei Capi di Stato e di governo del 9 e 10 dicembre 1991 che chiude il negoziato e che porterà, di lì a poche settimane, alla firma del Trattato di Maastricht.

Da allora, gli obiettivi dell’integrazione europea sono rimasti gli stessi, ma per continuare a raggiungerli abbiamo dovuto concentrarci su nuove priorità. Con la caduta del muro di Berlino abbiamo scoperto che pace e sicurezza significavano assicurare una transizione democratica ai Paesi dell’Europa centrale e orientale; passato qualche altro anno, abbiamo capito che significavano impedire l’implosione di Stati in Nordafrica o in Medio Oriente, la loro trasformazione in serbatoi di terroristi. La prosperità — la crescita economica — ha iniziato a dipendere sempre di più da accordi commerciali di libero scambio, multilaterali o con altre aree del mondo; mentre la qualità del nostro sviluppo ha cominciato a dipendere da accordi internazionali sul clima. Se prendiamo la solidarietà, abbiamo sotto gli occhi l’impatto che negli ultimi anni hanno assunto i flussi migratori. E se infine pensiamo alla libertà, ci accorgiamo di quanto sia oggi legata alla privacy, a come vengono gestiti i nostri dati personali. Avete passato tutta la prima ora di lezione a discutere di questo”.

Guardo uno dei ragazzi che pochi minuti prima ha fatto la presentazione sull’accordo sulla protezione dei dati tra Stati Uniti e Unione europea. Ci sono una quarantina di studenti in classe, clicco di nuovo sul telecomando, cambio la slide.

“Il problema però è questo: che mentre fino ai primi anni ’90, per raggiungere gli obiettivi dell’integrazione europea, era sufficiente mettersi d’accordo tra europei e potevamo anche disinteressarci di cosa succedesse nel mondo, da almeno una ventina d’anni non è più così. Che si tratti di impedire il fallimento di alcuni Stati africani, di lottare contro i terroristi che arrivano dall’Asia, di firmare un accordo commerciale coi cinesi per provare a limitare la contraffazione, o di gestire i flussi migratori, non c’è praticamente più niente che possiamo fare da soli, senza avere a che fare con chi sta oltre i confini dell’Unione europea.

Solo che non siamo attrezzati: perché abbiamo costruito istituzioni e regole del gioco che andavano bene per negoziare e decidere tra di noi, non per farlo tra noi e il resto del mondo. Ci siamo affezionati a quest’idea della governance, in cui tutti decidono ma in cui nessuno alla fine è responsabile, rinunciando a costruire a livello europeo una democrazia che funzioni come quelle che conosciamo a livello nazionale. E siamo finiti in un vicolo cieco. Con un Parlamento europeo che non si può sciogliere prima del tempo ma che non esprime nemmeno un Governo”.

Lascio che deglutiscano, e ne approfitto per riprendere fiato.

“Pensateci un momento: separati, gli europei hanno costruito la democrazia sul principio no taxation without representation; mentre poi, tutti insieme, abbiamo pensato di poter costruire una democrazia alternativa basata sul principio opposto, con rappresentanti eletti che non possono mettere o togliere le tasse. Ci siamo illusi che le politiche potessero sostituire la politica. Mentre intanto le scelte da fare — e da fare su scala europea — diventavano sempre più nette, sempre più divisive, sempre più irriconciliabili con accordi al ribasso, con i minimi comuni denominatori. Abbiamo avuto talmente paura di noi stessi da decidere di ingessare tutto. Abbiamo attribuito a percentuali fissate decenni fa un rango quasi costituzionale, e da allora siamo riusciti solo ad accalorarci e a litigare per difendere il nostro “zero virgola”. Siamo cresciuti — parlo della mia generazione — assuefatti all’idea che si potesse solo intervenire con aggiustamenti al margine. Quando invece i nostri bisnonni hanno inventato il suffragio universale, i nostri nonni sono andati sulla luna, i nostri genitori hanno sconfitto l’analfabetismo di massa. Ogni giorno abbiamo davanti sfide epocali — pensate solo all’impatto che la tecnologia sta avendo sul mondo del lavoro, o alla sempre più alta concentrazione di risorse nelle mani di un numero di persone che potrebbero comodamente entrare in questa stanza — ma noi continuiamo a dare soltanto risposte che sono troppo piccole, che arrivano troppo tardi. Ed ecco che tornano di moda coloro che semplificano, coloro che propongono di costruire muri”.

Mi fermo e li guardo, sono tutti con la spugna in mano, stanno per gettarla. Adesso proviamo a rialzarci, proviamo a darlo questo pugno in faccia.

“E tuttavia una speranza ce l’abbiamo”, riprendo. “Ma dobbiamo partire dai quasi quattro milioni di studenti Erasmus, dalla facilità con cui oggi possiamo muoverci in Europa, dall’abolizione del roaming. Dobbiamo partire dal fatto che si sta sviluppando una sfera pubblica europea: che sia l’attentato terroristico, o la crisi della Grecia, o il barcone di immigrati, o il referendum nel Regno Unito — succede sempre più frequentemente che singoli eventi diventino la notizia principale in più Paesi europei. Ne discutono in contemporanea i francesi, gli spagnoli, gli italiani, i tedeschi, i greci — anche se non necessariamente sanno che quel giorno non ne stanno discutendo solo loro. Dobbiamo ripartire da questo: dal fatto che abbiamo gli stessi problemi e che non troveremo soluzioni continuando a cercarle da soli. Non fidatevi dell’ingegneria istituzionale. Non c’è riforma dei Trattati che tenga. È ora, invece, che i millennials europei si mobilitino insieme. L’unica speranza è aggregare comunità diverse, creare un grande movimento”.

A quel punto faccio partire il corto: le prime immagini sono di una riunione in cui i Capi di Stato e di governo decidono di chiudere le frontiere interne dell’Unione. Siamo nel futuro. Nel maggio del 2018.

Dura poco, finisce, guardo l’orologio. Mancano due minuti alle ore 10:00. C’è un’altra lezione subito dopo, in questa stessa classe. Non possiamo assolutamente sforare.

So che mi basterebbe dire un’altra frase qualsiasi per far passare questi cento secondi che ormai mi restano e fermarmi lì. Ma ho promesso al professore spagnolo che ne avrei parlato. Che dopo aver spiegato agli studenti perché siamo finiti in un imbuto, avrei dato loro un esempio pratico di come potrebbero mobilitarsi.

“A Roma, ad esempio”, sento che mi esce dalla bocca. “Il prossimo 25 marzo. Ci sarà una marcia per l’Europa”.

Il professore spagnolo si avvicina, mi sorride. “Mi dispiace che non ci sia stato tempo per le domande”. Gli stringo la mano ed esco. Non gli do il tempo di dirmi: “ci vediamo a Roma”.

6.

Una grande sala rotonda, lastricata di parquet chiaro. Un lungo tavolo di compensato che forma un’enorme circonferenza di qualche decina di metri e attorno al quale sono sedute le delegazioni dei dodici Paesi e della Commissione europea. Un giorno di dicembre. E una sala buia, che il grande lampadario di sottili filamenti di vetro che scendono in verticale non riesce ad illuminare più di tanto.

Il primo ministro olandese è Ruud Lubbers. Alto, una massa significativa di capelli, il naso importante. Ha da poco compiuto cinquant’anni. Presiede lui la riunione.

Alla sua destra, lungo la parete, ci sono le cabine degli interpreti. Dalla parte opposta della sala, alle spalle di una delle delegazioni, sono piantate tredici bandiere, a distanza ravvicinata l’una dall’altra. Siamo al chiuso, non sono fatte per sventolare. La prima bandiera è quella con dodici stelle su sfondo blu. A seguire c’è quella belga, poi ce n’è un’altra che non riesce a distinguere bene, mentre invece subito dopo riconosce facilmente la bandiera tedesca, seguita da quella greca, seguita a sua volta da quella spagnola. L’ultima sulla destra è la bandiera del Regno Unito.

Da questa mattina il freddo è pungente a Maastricht. Lubbers ascolta gli interventi dei suoi colleghi, ma ogni tanto si distrae. Deve esserci un ordine per queste bandiere, anche se non ha ancora capito quale. Perché il Belgio viene prima di tutti? Perché il Regno Unito per ultimo? Gli piacerebbe che fosse per anno di adesione: i sei Paesi fondatori per primi, e a seguire tutti gli altri. Ma si accorge che non è così. E poi sa bene che non sarebbe accettabile: una volta dentro i Paesi sono tutti uguali.

Sono ore che discutono e si è convinto che ormai sia fatta. Glielo ha detto anche Mitterrand durante una delle pause caffè. Si sono messi d’accordo su tutto, sarà una giornata storica per l’Europa. Come corrono veloci le cose, pensa. Sembra un secolo. Quando invece sono passati appena due anni dal crollo del muro di Berlino.

Eppure ancora non ci siamo. Ancora non è fatta.

John Major resiste. Continua a fare richieste inaccettabili per gli altri: ha la stessa rigidità di Margaret Thatcher, ma senza avere lo stesso senso della storia, la stessa capacità di decisione autonoma. Nel corso delle ore è diventato chiaro che ripete solo quello che gli dice il suo ambasciatore a Bruxelles. John Kerr, seduto al suo fianco. Un John vicino all’altro.

Gli altri hanno smesso di intervenire, e ormai è pressoché soltanto Major a chiedere in continuazione di parlare. Ascolta quello che dice Kerr, o legge quello che Kerr gli ha appena scritto su un foglietto, e ripete praticamente a pappagallo. Lubbers dà la parola alla delegazione inglese dicendo semplicemente “John, prego”, e tutti intorno al tavolo si accorgono della sua ironia. Se non fosse drammatica, sarebbe una situazione quasi divertente. Ma Lubbers non sottovaluta niente. Non sarebbe la prima volta che i sudditi di Sua Maestà fanno saltare tutto all’ultimo minuto.

Il nodo che resta da sciogliere riguarda una questione apparentemente minore, legata ad aspetti finanziari e risorse da redistribuire con i fondi strutturali. La discussione prosegue, ma non sembra evolvere in alcun modo. Così alla fine Lubbers decide di fare una mossa imprevista. È disposto a tentare qualsiasi cosa pur di sbloccare l’impasse.

Guarda i suoi colleghi. Guarda Helmut Kohl e Felipe González. Quando si gira verso la delegazione italiana, si accorge che Giulio Andreotti sta già guardando nella sua direzione. Da ultimo incrocia lo sguardo di Jacques Delors. E decide di farlo. Come presidente della riunione, chiede di proseguire in formato ristretto, solo con i capi delegazione, senza gli ambasciatori. Sta correndo un rischio, ma è convinto che i leader intorno al tavolo siano migliori dei loro accompagnatori. In pressoché tutti i casi dei Paesi che in questo momento contano per chiudere la trattativa. Con una sola, enorme eccezione: il Regno Unito.

I numeri due cominciano ad alzarsi, bisbigliano un’ultima parola ai loro rispettivi capi, si allontanano lentamente. Ed è in quel momento che Major va nel pallone. Sa che senza il suo Kerr è perso, che non è in grado di capire cosa accettare e cosa no, cosa assolutamente difendere, su cosa alla fine potrebbe anche cedere. Capisce al volo che deve scegliere. Se rischiare la propria faccia dentro quella sala, o se rischiarla con un intero Paese quando sarà di ritorno a Londra. Tra i due rischi, non ha un minimo di esitazione.

Quando John Kerr si alza e gli si avvicina per dirgli qualcosa, Major gli mette una mano sulla spalla, lo guarda minaccioso attraverso i suoi occhiali spessi, e lo spinge energico verso il basso. Kerr non capisce, non può credere che gli stia veramente chiedendo di farlo. Ma si rende conto che non c’è modo di discutere, né tanto meno di disobbedire. Piega le ginocchia, si accuccia, finisce sotto il tavolo.

Non se ne accorgono tutti, ma alcuni sì. C’è un momento di generale sospensione e Lubbers fa l’anatomia di quell’istante. Tocca a lui prendere la decisione più importante di tutto il summit. Quella che determinerà se tutto finirà in un grande successo, se lui sarà ricordato per aver fatto un pezzo di storia europea, o se tutto finirà con un nulla di fatto, se sarà ricordato come il protagonista di una grande occasione sprecata. Inspira profondamente e fa la cosa più giusta: niente. Non protesta con Major, non lo richiama. Gli fa solo capire di aver visto cosa ha appena fatto; gli fa capire di sapere che l’altro John non è uscito dalla sala ed è adesso nascosto sotto il tavolo.

Lubbers fa ripartire la discussione, ma lo schema non cambia. Chiede a Major chiarimenti, parlando direttamente in inglese. E ogni volta Major si abbassa leggermente di lato e tende l’orecchio a John Kerr, che non ha più le cuffiette ma che riesce comunque a sentire le domande di Lubbers grazie ai microfoni e all’amplificazione in sala.

Major tiene botta, ma Lubbers non è disposto ad accettare tutto quello. Sta perdendo la pazienza, sa che deve inventarsi qualcos’altro subito, o è tutto morto. Avverte la tensione intorno al tavolo, sente che anche gli altri stanno perdendo la pazienza. Solo in quel momento si rende conto che sono tutti uomini. Non sa neppure perché stia facendo questo pensiero adesso. Chissà se con una donna avrebbe avvertito la stessa tensione. Il corpo magnetico di Mitterrand richiama a quel punto la sua attenzione. Si gira a guardarlo, Mitterrand sta scuotendo leggermente il capo in segno di disapprovazione. Ed è in quel momento che Lubbers ha l’intuizione che stava disperatamente cercando.

Interrompe Major per fargli una nuova domanda, ma questa volta parla in francese. Mitterrand lo guarda, stupito. Ma ci mette pochi secondi a capire. Anche i capi di Stato e di governo che fino a quel momento avevano seguito la discussione senza bisogno del servizio di interpretariato portano adesso le cuffiette alla testa.

Major impiega qualche secondo per trovare il canale giusto per la traduzione simultanea dal francese, Lubbers ripete la domanda, Major ascolta la traduzione e poi si gira verso Kerr. Da sotto al tavolo, Kerr ha sentito la domanda. Capisce bene il francese, bisbiglia una risposta a Major, e Major la ripete al microfono. Poi sorride a Lubbers, il trucchetto non ha funzionato. Ma il sorriso svanisce in un attimo.

Nelle cuffie Major sente arrivare adesso qualcosa in una lingua che non gli pare il francese. In una lingua dura, irriconoscibile. È di nuovo Lubbers che sta parlando. Ma questa volta è passato alla sua lingua madre: il neerlandese. Se ne rende conto solo ora. Come ha fatto a non pensarci prima? Ecco in che ordine hanno messo le bandiere. Alfabetico, ma dove il nome di ogni Paese è scritto nella lingua ufficiale del Paese stesso. D di Deutschland, E di España.

Major ascolta la traduzione dal fiammingo, poi guarda di nuovo Kerr, ma stavolta è Kerr a non sapere cosa dire. Conosce il francese, ma non conosce il neerlandese. Non ha la più pallida idea di quello che Lubbers abbia appena detto, non sa cosa suggerire a Major, i due John si guardano ed entrambi sanno che da quel momento non potranno più continuare assieme.

Kerr capisce come andrà a finire nel momento stesso in cui Major cerca di capire cosa stia per iniziare. Accende il microfono, si avvicina, guarda Lubbers. “Non ho capito la domanda”, dice.

7.

Sono di nuovo nella hall della Kennedy School of Government. Stavolta senza caffè. Alzo lo schermo del computer, è ancora aperta la pagina di Youtube con il video di Simon Sinek sui millennials. Me lo sono visto l’altro ieri, quando l’ho trovato per caso cercando il corto girato dai millennials venuti a Siena lo scorso maggio per partecipare al laboratorio civico sull’Europa. Il primo giorno avevo detto loro di pensare a connettersi, ad inventarsi un movimento, a non diventare vecchi troppo presto; e quando ero tornato una settimana dopo, per la chiusura della residenza, avevano tirato fuori questo corto strepitoso.

Siamo nel futuro — nel maggio del 2018 — e il corto si apre con alcune persone in riunione. Si capisce subito che si tratta di un summit europeo. Il primo a parlare è Peter, un canadese esperto di democrazia partecipativa che abbiamo portato a fare il mentore e che si sta prestando adesso a fare il capo di Stato cattivo. Afferma perentorio che il sogno europeo è morto e spiega agli altri leader riuniti perché sia necessario chiudere le frontiere interne dell’Europa. Il rettore di Siena interviene: si è prestato al gioco pure lui, ma ha chiesto di fare il capo di Stato un po’ meno cattivo. Quando è chiaro che la decisione è ormai presa, uno dei partecipanti alla riunione — il capo di governo più giovane — fa partire un sms. “Stanno per chiudere le frontiere dell’UE. Condividi il messaggio. Deve diventare virale”. E a quel punto l’inquadratura è sulla piazza del palio, dopo dentro una biblioteca, dopo ancora in un vigneto. In piazza, in biblioteca, nel campo si vedono decine di millennials che ricevono il messaggio sui loro cellulari e cominciano a correre nella stessa direzione. Tutti lasciano all’istante ciò che stanno facendo, perché non c’è niente di più importante che capire cosa stia accadendo. A quel punto la telecamera torna nella sala dove si sta tenendo la riunione dei capi di Stato e di governo europei. I cellulari iniziano a squillare impazziti, vengono informati che là fuori è in corso una mobilitazione generale. Ci sono già petizioni, sono inondati dalle proteste, tutto è fuori controllo. Peter il cattivo guarda il suo collega più giovane e gli dice che è lui a dover fare qualcosa. Ma il più giovane sorride, brandisce il cellulare con cui ha fatto filtrare la notizia e dice: “non solo io. Noi”.

Mi sono chiesto se ci arriveremo mai. Se avremo questa prontezza di riflessi, il giorno in cui ci servirà.

Ho mostrato questo corto — di poco più di due minuti — alla fine dell’intervento che mi ha concesso il professore spagnolo. È successo così che l’altro giorno, quando sono andato a ricercarlo su Youtube, scrivendo “millennials” mi sono imbattuto in quest’altro video di Sinek. Anni fa avevo visto un suo TED intitolato Start with why che mi aveva fatto pensare parecchio. Così l’ho fatto partire e ho deciso di guardarmelo tutto.

Sinek parla dei genitori che crescono questi millennials convincendoli di essere speciali, fino a quando — finita la scuola o l’università — si ritrovano là fuori, nel mondo non protetto, e tutto crolla. Parla dei social media come di una dipendenza che impedisce ai millennials di sviluppare un meccanismo per gestire lo stress; parla della gratificazione istantanea di cui sono alla costante ricerca, ignari che la differenza tra lo stare bene e l’essere felici — tra lo stare bene e il provare gioia — passa da un impegno e da un sacrificio che posso prendere anche molto tempo. Una generazione che si stufa subito perché pensa che avere impatto richieda al massimo qualche giorno.

Blocco il video. Ce la facciamo a costruire qualcosa?

Continuo a chiedermelo. Fisso lo schermo con la faccia di Sinek e mi chiedo come faremo a costruire alcunché, visto che qualsiasi cosa prenderà necessariamente parecchio tempo. Quando ero giovane io, una ventina di anni fa, l’Europa era la terra delle occasioni. Ti permetteva di andare a studiare “all’estero”. Di farti un curriculum esotico con materie che nella tua università non si insegnavano nemmeno. Di imparare una lingua straniera. Se ti andava bene, perfino di farti una fidanzata straniera. Viaggiavi, conoscevi, crescevi. Era chiaro, a chiunque venisse dalla provincia italiana, che tutto quello lo dovevi all’Europa.

Ma ai millennials di oggi sono anni che andiamo ripetendo che l’Europa è solo il vincolo di bilancio, il 3% e gli zero-virgola, lo sforamento e la procedura di infrazione, la Grecia che prende diktat, il governo che per colpa di tutto questo aumenta le tasse sui tuoi genitori. Non stiamo dicendo loro come stanno veramente le cose. Non stiamo raccontando loro che hanno diritti da difendere, ed altri da conquistare; opportunità da cogliere, ed altre da costruire. Siamo diventati un continente triste.

Ce la facciamo a ricostruire qualcosa? Continuo a chiedermelo ma mi rendo conto che non è la domanda giusta; che ce n’è un’altra che ancora non ho messo a fuoco. Credo abbia a che fare con questa compulsione ad ottenere una gratificazione immediata; con questa insofferenza di fronte all’impossibilità di avere impatto in un tempo breve — che i millennials misurano in giorni ma che anche i vecchi più coriacei ormai misurano al massimo in mesi; con questo ridare valore a ciò che oggi chiamiamo offline, e che è contatto, che è presenza; che è ciò che per secoli abbiamo chiamato fisicità.

Finalmente trovo la domanda che cercavo, abbasso lo schermo, a pochi metri di distanza mi vedono due amici di Galtieri che ho conosciuto in questi giorni: una francese e un italiano. Si avvicinano, ho molta voglia di intrattenermi con loro. Se avverto un bisogno urgente di formulare la domanda, sento pure — infatti — di dovermi procurare una distrazione altrettanto in fretta.

Ce la facciamo ad andare contro la storia?

8.

“La mattina in cui mi sono svegliata e ho saputo che aveva vinto Trump. Ho sentito mia figlia piangere nell’altra stanza, ed ho capito che avevo deciso”. Mi risponde così Brune, 34 anni, giunta qui a Boston dal sud della Francia. Non ha improvvisato, perché certe decisioni si maturano col tempo. Né ha capito che doveva provare a fare qualcosa, perché il pensiero di provare non ti compromette ancora, rassicurato dall’idea che potrai girarci attorno anche per una vita intera. Le parole che mi ha detto non le ha tirate fuori a caso: quella mattina si è svegliata e ha deciso. Ha deciso di candidarsi alle elezioni in Francia con il movimento di Emmanuel Macron. Ha deciso di fare la cosa meno cool e con più controindicazioni che uno possa immaginarsi di fare oggi: politica.

Mi dice questa frase semplice ed io ho l’impressione che stia facendo la cosa giusta, proprio perché meno intuitiva. Ho le braccia conserte sul computer chiuso davanti a me, guardo Brune, e mi chiedo quanti siano i trentenni come lei che hanno capito di dover provare a fare qualcosa e che finalmente stanno per decidere, che stanno aspettando solo la loro epifania. Mi chiedo quanti ce ne siano in giro per l’Europa che si sono ripetuti a lungo “ma perché devo farlo proprio io?”, e che potrebbero arrivare presto a trasformare il punto di domanda in un punto esclamativo per finalmente dirsi “ma se non lo faccio anch’io!”

Di fronte a Brune è seduto Valerio, 32 anni, romano. Era avviato ad una brillante carriera tra banche e fondi di investimento, ma ha deciso di provare a fare una cosa più complicata che accumulare soldi: una struttura con cui aiutare giovani europei a debuttare in politica.

Valerio mi ha chiesto di poterci pensare su, quando poco fa ho chiesto a lui quale fosse stata la sua epifania. Sono passato a Brune, mi ha detto della mattina di Trump, mi ha raccontato ciò che ha provato dopo, ciò che sta provando adesso. Lo ha raccontato a entrambi, ma direi che ad ascoltarla c’ero solamente io: perché è una storia che Valerio conosceva già. E soprattutto, Valerio sa che tra poco tornerò da lui. Sa che per allora dovrà aver pensato, che per allora pretenderò una risposta vera. Dice “sono pronto”, e a quel punto inizia. Un lungo racconto che parla di un suo ritorno a casa, di come stavano sua madre, il padre, gli altri familiari. Una storia semplice e terribilmente intensa. Un epifania a forma di viaggio. Ha gli occhi lucidi quando finisce, e a me sembra di aver ottenuto così tanto. Quando Valerio termina, Brune ed io restiamo zitti, ma non c’è silenzio. Io continuo a riascoltare i due racconti, faccio ripartire la registrazione che ho fatto nel cervello, voglio essere sicuro di ricordarmi tutto. Di ricordarmene bene, tra una decina d’anni, come questo pomeriggio.

Poco dopo ci spostiamo in classe. Galtieri mi ha tenuto un posto a fianco a lui. Marshall Ganz fa lezione, spiega come ingaggiare una comunità. In aula ci sono un centinaio di persone come Valerio e come Brune. Studiano come aumentare la propria capacità toracica, come diventare più resistenti ai virus, come sottrarsi alle raffiche di vento. Ganz genera empatia ed io accetto di fare lo studente, di godermi fino in fondo quest’ora di lezione.

Finiamo a pranzo in un locale che serve cibo thai. Ordiniamo, e dopo poco ci raggiunge anche Ragusa sconvolto da quello che ha sentito poco prima al MIT. Si sono convinti che nel giro di dieci anni non esisteranno più i corsi di laurea come li abbiamo conosciuti fino ad oggi. E su questa convinzione stanno investendo centinaia di milioni. In corsi online. E del resto per quale ragione già oggi — figuriamoci tra dieci anni — uno studente dovrebbe ancora accettare di sedersi in classe a sentire un professore che non sa spiegare quando può avere, probabilmente gratis, la stessa lezione ma tenuta online dal miglior professore al mondo? Ragusa continua a parlare della sua chiacchierata al MIT, io affondo il cucchiaio nella zuppetta, e solo ora mi rendo conto che non gli ho mai chiesto di raccontarmi la sua epifania.

Un’ora dopo stiamo rientrando a casa di Galtieri per chiudere la valigia e prepararci a tornare a casa. “Decidono, va bene…”, e non devo aggiungere nient’altro, Ragusa sa già cosa sto per chiedergli, se ne accorge sempre quando mi trasferisce una sua ossessione. “Investono tutto su una scommessa, va bene”, gli concedo ancora. “Ma se sbagliano?”, gli chiedo. Ragusa mi sorride, so che anche stavolta sta attribuendo tutta la colpa alla mia scarsa conoscenza del sistema americano. “Non possono sbagliare”, mi risponde. Ma io non ci casco. Non protesto. So che manca un pezzo di risposta. “Non possono sbagliare perché quando scommettono su una cosa, a quel punto lavorano tutti in quella direzione. Fino a quando quella cosa succede”. Ed io che finalmente trovo una risposta.

Ce la facciamo, sì. Ad andare contro la storia.

Ma solo se costruiamo una profezia contagiosa.

9.

Sono in volo per tornare dall’altra parte dell’oceano. Apro il rapporto uscito qualche giorno fa su cosa pensano e provano i millennials. Lo ha realizzato la Fondazione Varkey, quella che ha inventato il premio Nobel dei docenti e che ogni anno, a metà marzo, organizza a Dubai un grosso forum sull’istruzione. Il rapporto me lo hanno anticipato il giorno prima che venisse pubblicato, accompagnato dal messaggio “guarda un po’, l’Italia”. Ma in realtà non avevo ancora guardato bene, solo adesso riesco a metterci veramente testa.

La ricerca è stata condotta in 20 Paesi in tutto il mondo. Ed è venuto fuori che la maggior parte dei giovani italiani ritiene che i governi stiano facendo troppo poco per risolvere la crisi dei rifugiati. In nessun altro Paese occidentale la percentuale di quelli che la pensano in questo modo è così elevata. I giovani italiani sono anche i più ben disposti nei confronti dell’immigrazione legale: il 38% pensa che il governo dovrebbe rendere più facile, per gli immigrati, vivere e lavorare legalmente in Italia, mentre solo il 18% pensa che il governo dovrebbe rendere tutto questo più difficile.

I millennials italiani, mi metto a pensare. Questo 38%, per chi voterebbe domani? Non so perché, ma mi vengono subito in mente due nomi. Il primo è quello di Emma Bonino. Sono stato a trovarla qualche giorno fa. Abbiamo parlato di come sia fare il papà, poi mi ha chiesto “lo hai visto il nostro dossier sull’immigrazione?”. L’ho visto, e a Boston ne abbiamo pure parlato parecchio. Così decido di mandarle una mail appena atterriamo: visti i dati di questo Rapporto?

Il secondo nome è quello di Papa Francesco. Anche di lui a Boston abbiamo parlato parecchio. Non passa giorno che non prenda posizione sulla necessità di accogliere gli immigrati.

Mi sorride la hostess, prendo un bicchiere di aranciata, lascio la testa libera di andare dove vuole.

Il 38% dei millennials non può votare Papa Francesco, e chissà se alle prossime elezioni voterebbe in massa Emma Bonino. Eppure me li immagino lì, uno di fianco all’altra: la prima immagine è di un convegno, sono seduti, svanisce in fretta. Bevo un sorso di aranciata, e la seconda immagine arriva nitida e non sparisce: siamo nell’atrio di una scuola alla periferia di Roma, adesso sono in piedi, in silenzio. C’è una professoressa di storia che parla, rivolta ai bambini assembrati. “Nessuno di noi è di qui. Veniamo tutti da un’altra terra. Da una terra lontana. Alcuni di noi sono arrivati quest’anno, altri l’anno scorso, altri una decina di anni fa. Qualcuno di noi è arrivato prima della guerra, qualcuno prima dell’Unità d’Italia. Anche quelli che c’erano già ai tempi di Napoleone, non erano sempre stati qui. Pure loro sono arrivati da qualche altro posto. Siamo stati tutti immigrati, anche se parecchio tempo fa. Anche se non ce lo ricordiamo più”.

Quando scendiamo a Zurigo ci separiamo. Io prendo una coincidenza per Milano, Ragusa per Roma. Prima di spegnere controllo whatsapp. Ragusa mi ha spedito una foto: una scala mobile, una donna di spalle ferma qualche scalino più in alto. La riconosco subito ma non ci credo. Eppure è lei, non ci sono dubbi. Il primo pensiero che faccio è che me l’abbia spedita per mandare un messaggio a me. E mi ci vuole tutto il volo fino a Milano per rendermi conto che con la foto di quell’incontro fortuito con Emma Bonino mi ha appena confessato, in diretta, la sua epifania.

Scendo le scalette dell’aereo, la professoressa di storia dice “anche se non ce lo ricordiamo più”. Fa una breve pausa e aggiunge “adesso siamo pronti per andare tutti insieme alla marcia del 25 marzo”, posa il microfono, si incammina. Apro internet, leggo l’etimologia: dal lat. tardo epiphanīa, gr. ἐπιϕάνεια, in origine agg. neutro pl., «(feste) dell’apparizione» e quindi «manifestazione (della divinità)». Quando arrivo al nastro trasportatore per recuperare il bagaglio mi dico che ci sono rivoluzioni in corso, anche se noi — magari — pensiamo ancora che sia soltanto la solita Terra che gira.

10.

“Andiamo via prima che ci scoprano”, Ernesto prende dalla tasca il cellulare e illumina per terra. Sono in piedi sopra una vasta colata di cemento imbruttito dal tempo. “Perché hai detto che siamo nel 1936? Pensi davvero che possa di nuovo scoppiare la guerra in Europa?”, chiede scettico.

“Quanti avrebbero riso, nel ’36, se qualcuno avesse detto loro che pochi anni dopo sarebbe scoppiata la guerra? Tutti, probabilmente”, Altiero prende Ursula per mano, i tre lasciano il grande salone e si incamminano verso una luce alla fine di un lungo corridoio. “Non lo so, Ernesto. Non lo so”, continua Altiero. “Ma da mesi stanno succedendo cose epocali e noi continuiamo a trattarle come se fossero cronaca”.

“Ma è per questo che dobbiamo mobilitarci, mettere insieme tanti giovani, marciare”.

“Ma marciare dove?”, Ursula era restata ad aspettare a lungo il momento migliore per intervenire. “Me lo dici dove?”

“A Roma, ad esempio. Tra un mese”, Ernesto mantiene tutta la calma che serve. L’unica cosa che lo preoccupa è riuscire a scappare da quella fabbrica prima che qualcuno li scopra. È un luogo dismesso e abbandonato da anni. Non è nemmeno sicuro che l’infrazione che hanno compiuto stasera dia luogo a un reato. Ma proverebbe comunque troppo imbarazzo se qualcuno li fermasse adesso. “A dire che vogliamo più Europa, che difendiamo l’Unione, che non ci piacciono i populisti”.

“Sai che paura?”, Ursula lo deride bonariamente. Ernesto arrossisce, ma è troppo buio perché gli altri due possano vederlo. “Dobbiamo difendere quello che abbiamo conquistato finora”, prova a reagire timidamente. “Ernesto”, reagisce Ursula, “non marci per chiedere un favore al governo. Marci per imporre qualcosa al governo”. Ernesto sente che non è questo ciò che intendeva. Sta per replicare, ma non fa in tempo.

“Ascolta”, stavolta è Altiero che lo prende per un braccio e lo arresta. “Ci serve qualcosa di forte. Procuriamoci una nave. Salpiamo dalla Sicilia con qualche centinaia di giovani italiani. Attracchiamo a Marsiglia e facciamo salire i francesi, poi a Barcellona carichiamo gli spagnoli, poi ci fermiamo a Porto e facciamo lo stesso coi portoghesi. Circumnavighiamo l’Europa fino a Dover. Lì scendiamo tutti”. Fissa Ernesto senza dargli la possibilità di sottrarsi alla presa. “Immàginati questa pacifica invasione di cittadini europei. Scendiamo e facciamo quello che dici tu: marciamo. Ma non come se fosse la scampagnata della domenica. Marciamo da Dover a Londra. E chiediamo a tutti quelli che incontriamo per strada di unirsi a noi”.

Altiero è ormai inarginabile. “Voglio che sia tu a guidare la marcia, a portare la bandiera.”

“La bandiera?”, Ernesto non riesce più a vedere la fine del racconto. Ogni volta che sembra che stia per terminare, Altiero rilancia.

“La bandiera, sì. Le dodici stelle su sfondo blu. Voglio che sia tu a piantarla sul prato davanti al Parlamento inglese. Riconquistiamo l’isola. Riportiamo gli inglesi in Europa. Nessuna storia è già scritta”. Poi alza la testa e guarda verso l’alto. A quel punto la gira prima da un lato, poi dall’altro, sempre tenendo il busto immobile. “Non lo vedi quante navi nuove ci sono qui dentro?”

È troppo per Ernesto. Vuole solo uscire da quella vecchia fabbrica abbandonata da oltre cinquant’anni, rivedere il cielo, tornare a respirare. Non lo fa nemmeno, lo sforzo di immaginarsi le navi.

“Ma non dovevamo scrivere un manifesto?”, prova a riportare tutto su un discorso più familiare. Quella del manifesto è una vecchia idea di Altiero, ad Ernesto non è mai sembrata un granché, ma a confronto della spedizione in nave gli pare adesso così pacata, così ragionevole, così azzeccata.

Fino a quel momento Ursula è rimasta leggermente indietro, ad un metro di distanza. Adesso si avvicina ed è lei ad afferrare Ernesto per un braccio. È lei a rispondere al posto del compagno.

“Abbiamo finito le parole”, dichiara. “Non dobbiamo più dire niente. Dobbiamo solo fare qualcosa”.