Esploratori urbani

Se Cristoforo Colombo fosse nato oggi

Che fosse il Nord America di Cristoforo Colombo, l’Oceania di Abel Tasman, o l’Africa nera di David Livingstone, per secoli l’esplorazione è stata associata alla scoperta di nuove terre. All’andare oltre la frontiera conosciuta. E sempre con missioni di gruppo — non solo quando salpavano caravelle per circumnavigare il globo, ma anche quando ci si avventurava a piedi, con pochi portatori, nella foresta equatoriale.

Poi è arrivato l’800, il secolo nel quale abbiamo pressoché ultimato il lavoro di mappatura del pianeta, lasciando alla prima metà del ’900 poche isolette, ignote e distanti migliaia di chilometri dalla terraferma. Per qualche decennio siamo rimasti così, con un senso di vuoto, di smarrimento. Sconsolati perché non avevamo più niente da scoprire.

Fino a quando ci siamo ricordati che in quelle terre, via via scoperte e occupate, avevamo edificato, prima di abbandonarle e dimenticarle nuovamente. Ed è in questo modo che, da fine ’900, siamo tornati ad essere esploratori. Questa volta non oltre la frontiera, ma nel cuore di terre conosciute da sempre. Non della natura incontaminata, ma delle costruzioni urbane più recenti. Ed esploratori non più in gruppo, ma quasi sempre in solitaria.

Ci siamo accorti, improvvisamente, di essere pieni di fabbriche, ospedali, caserme, stadi, palazzi, depositi, chiese, e teatri abbandonati. Con i letti rovesciati e gli armadietti aperti. Con le divise buttate in terra. Con i bracci di macchinari arrugginiti ancora stretti attorno all’ultimo ingranaggio. Con i lampadari crollati sopra i pavimenti. Con i banchi di legno fradici e le poltrone rose dai tarli.

Luoghi un tempo vivi, popolati da una civiltà urbana che ad un certo punto si è ritirata, in molti casi repentinamente, in tutti i casi pensando che un giorno sarebbe tornata a sistemare, a ripulire, a portare via anche il resto; e che invece non si è più vista e ha lasciato il tempo a mummificare tutto. Siti di archeologia contemporanea che neppure sapevamo di avere e che tuttavia erano lì, appena fuori la città, nascosti in una periferia anonima, su una collina, o ai margini di una strada che nessuno frequentava più.

Nessuno, ad eccezione degli esploratori urbani. Una comunità sempre più numerosa in tutto il mondo. Fatta di Solitari che questi siti li cercano avidamente e in cui, quando li trovano, si infiltrano (“Infiltration” è il titolo di uno dei libelli pionieristici di questo movimento), e li visitano seguendo la loro unica regola (sacra), in base alla quale niente di ciò che vi si trova può essere spostato, niente può essere portato via, tutto può essere fotografato. E che dei siti non rivelano la geografia, per evitare che comincino ad attrarre curiosi in massa, che vengano presi d’assalto, e che alla fine si alteri la loro decadenza, la loro fissità, quel senso al contempo di immanenza ed eternità che trasmettono a coloro che vi tornano per primi dopo chissà quanto tempo dall’ultima visita di qualcun altro.

Eppure molti di questi siti sono sotto i nostri occhi. Sono ciò che resta dell’opificio di Pordenone, del carcere Le Nuove di Torino, o della Snia Viscosa di Rieti che a metà del ’900 produceva fibra tessile. Mentre di molti altri non sappiamo più nemmeno che ancora esistono, eppure sono fatti di mattoni, sono imponenti, sono ai bordi di una strada secondaria frequentata solo da chi è cresciuto lì e li considera normali, quando invece sono elementi innaturali di un paesaggio che è impossibile confondere con la natura; con quella natura che si è riavvicinata, ma che avrebbe bisogno di migliaia d’anni per nasconderli del tutto (come è successo in Perù o in Cambogia con i resti di antiche civiltà). Luoghi apparentemente inaccessibili, chiusi alla gente da una manciata di decenni, e invece ancora aperti a chiunque di noi — esploratore urbano alla luce dell’alba — decida di smettere di guardare per iniziare invece a vedere, e si intrufoli attraverso un buco nella rete.