Essere gli elefanti

Incontro di MOVIMENTA, Roma — 14 ottobre 2017

A seguire il testo dell’intervento che ho fatto in apertura a “Diritti alle opportunità”, nostro primo evento pubblico come Movimenta, associazione politica radicale, organizzato a Cinecittà il 14 ottobre 2017.

Francesco ci ha raccontato com’è che succede che ad un certo punto — a quarant’anni, ma può essere a trenta o a cinquanta — ti fermi, ti guardi dentro, e senti che non puoi più prenderti in giro. Che devi assumerti una responsabilità.

Quando maturi una convinzione così, non lo fai dopo una domanda sola. Parti da una domanda, poco dopo sono diventare due, poi tre, poi dieci, poi non le conti più. E passi settimane a cercare di rispondere a tutte, fino a quando capisci che devi ricominciare da capo: lasciando perdere il piccolo bilanciamento dei pro e dei contro, e decidendo invece qual è l’unica domanda che davvero conti. Nel nostro caso è stata:

perché ci impegniamo in politica? Qual è l’ingiustizia che vogliamo combattere?

Veniamo dal nulla. Dalla piccola provincia. Da famiglie normali che si erano sempre considerate fortunate ad essere il ceto medio. Col tempo abbiamo trovato la nostra strada. Facendo tanti sacrifici; e avendo tanta fortuna. Soprattutto, non scoraggiandoci mai. Solo che ad un certo punto ci siamo fermati e abbiamo scoperto che intorno c’era il deserto. Che avevamo fatto un po’ di strada, ma che molti — che troppi, che quasi tutti gli altri — erano rimasti indietro.

La mancanza di opportunità. Quando non hai neppure la possibilità di giocartela. Quando non puoi decidere nemmeno di rischiare che vada tutto male.
Questo Paese qui.
Questa ingiustizia qui.
Non ci sta più bene.

Abbiamo deciso di impegnarci in politica perché non accettiamo più di essere stati gli ultimi a potersela giocare. A potersi cercare il proprio posto al mondo.

Noi vogliamo che tutti abbiano la possibilità di un lavoro. Perché la mancanza di lavoro non è solo la mancanza di uno stipendio a fine mese. È la mancanza di un aggancio alla società. La mancanza di lavoro mina la solidità delle persone. Mina la fiducia che una persona ha in se stessa. E senza fiducia in te stesso, come fai ad avere fiducia negli altri? Ed ecco che tutto si sfalda.

Potremmo dire che siamo per il diritto al lavoro. Ma in realtà siamo per il diritto ad un’opportunità di lavoro.

Perché a differenza delle battaglie per i diritti fatte in passato, nessuno può darti il lavoro per legge. Un tempo scendevi in piazza e facevi rumore fino a quando non ti adottavano una legge. I diritti sono stati storicamente conquistati così. Ma col lavoro non funziona. Non lo puoi creare con un decreto del governo.

Per anni abbiamo fatto volontariato e associazionismo. Alcuni di noi hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche provando ad incidere su decisioni che riguardavano moltitudini di persone. Eppure ad un certo punto abbiamo detto basta. Perché ci siamo accorti che tutto ciò era molto, ma era non abbastanza.

Guardate, non è proprio scontato che un gruppo di persone che sta più o meno serenamente conducendo la propria vita decida di lanciarsi apertamente nella cosa meno pop — e probabilmente più invisa — che ci sia in giro. Ma noi lo facciamo perché siamo consapevoli che solo la politica può fare alcune cose.

In questo mondo iper-tecnologico che corre verso l’ignoto, uno si aspetterebbe che la scienza o la finanza — o che la ribellione contro la scienza e contro la finanza — finiscano presto per governare tutto.

Ma in realtà è ancora la politica il più potente strumento che abbiamo a disposizione per anticipare e indirizzare il futuro.

Movimenta è nata attorno a 3 punti fermi.

Il primo è che non possiamo più continuare con interventi marginali.

Con piccoli emendamenti che al massimo fanno la cronaca, ma in nessun modo incidono sul corso della storia.

Da troppi anni abbiamo preso ormai a considerare naturale guardare a quello fatto un mese o un anno prima, a cercare di capire cosa non ha funzionato, e provare ad aggiustarlo con un colpetto, una volta a destra, una volta a sinistra.

Questo atteggiamento inerziale ci sta paralizzando lentamente senza che neppure ce ne accorgiamo.

Se è vero che il mondo sta conoscendo un periodo di trasformazioni profonde, noi dobbiamo cambiare il modo in cui ragioniamo sui problemi, e di conseguenza sulle soluzioni. Dobbiamo accettare di rimettere in discussione i dogmi.

Una dozzina d’anni fa ero a Bruxelles a parlare con alcuni funzionari della Commissione che si occupavano di mercato unico. A me pareva una gran cosa l’idea di trasformare l’Unione europea in uno spazio unico delle telecomunicazioni in cui uno poteva telefonare in Europa da qualsiasi posto a qualsiasi altro posto al costo di una chiamata nazionale. E loro che mi ripetevano: “impossibile”; “non succederà mai”. E quando dicevo “perché?” mi sorridevano e mi rispondevano “le Telecom di tutta Europa sono troppo potenti. Non lo permetteranno mai. Non rinunceranno mai a questi guadagni”.

Whatsapp. Poi si sono inventati whatsapp. Mica l’avevano previsto. E la gente usa whatsapp per telefonare gratis in tutto il mondo. E a Bruxelles hanno cominciato ad alzare la voce contro le Telecom di tutta Europa e almeno un primo passo col roaming lo abbiamo fatto.

Ho anche una seconda storia. Qualche mese fa tutti i cittadini romani sono diventati ostaggio dei tassisti. Ve lo ricordate? I tassisti da una parte e gli autisti di Uber dall’altra. Impossibile muoversi: scioperi selvaggi, paralisi della città. E tu dovevi decidere da che parte stare, per chi tifare — se per i tassisti o per gli autisti di Uber. Ognuno che proponeva la sua soluzione, la sua nuova regolamentazione, il prossimo divieto, le prossime regole sulle licenze. Non ce n’è stato uno che ha detto che tra dieci anni molto probabilmente le macchine si guideranno da sole.

Il nostro primo punto fermo è questo: non ci possiamo più permettere di governare e di indirizzare la società senza guardare ai prossimi dieci anni. Immaginando come potrà essere cambiato per allora il mondo, e provando a ragionare a ritroso per capire — di quel mondo — come incoraggiare ciò che ci piace, e come contrastare ciò invece che non ci piace.

Il secondo punto fermo di Movimenta ha a che vedere con la fisicità della politica.

Siamo tutti immersi nell’online. Siamo costantemente connessi e vicini. La cosa ha qualche limite ed è particolarmente stancante, ma è innegabile che questo rappresenti un enorme vantaggio nel moltiplicare le possibilità umane.

E tuttavia, se si è rotto il patto sociale, non lo ricostruiamo su Facebook.

Abbiamo tutti più possibilità di dire la nostra ma non ci siamo accorti che nel frattempo abbiamo disimparato ad ascoltare quello che hanno da dire gli altri. Per noi tornare in piazza, tornare nella provincia, vuol dire recuperare la dimensione profonda del confronto. Quella che può partire solo dalle difficoltà che stanno vivendo le persone.

Non è detto che riusciremo ad arrivare alle soluzioni. Potrebbe non dipendere solo da noi. Magari il mondo è troppo incartato perché riusciamo a venirne a capo. Ma recuperare empatia e vicinanza. Questo dipende solo da noi.

Il terzo punto fermo è l’Europa.

Perché qualcuno sta rimettendo in discussione anche le fondamenta della nostra convivenza su questo continente. Sta rimettendo in discussione la premessa di tutto quello che facciamo ogni giorno. L’integrazione europea ha molti limiti, e ogni giorno rimproveriamo all’Unione qualcosa che non ha fatto. Ma quante cose ha fatto? Quanti risultati abbiamo ottenuto in questi decenni.

L’Europa è stata per un lungo periodo una terra di opportunità. Per tutti, a partire da coloro che non uscivano mai dalla loro città, perché ha portato fondi, diffuso libertà fondamentali, espanso la base dei diritti che ciascuno di noi aveva come cittadino nazionale del proprio Paese. Così come lo è stata per milioni di europei che hanno trovato in Europa la loro casa più grande. Tutti coloro che sono andati a studiare o lavorare in un altro Paese.

Per tanti anni è stato così. Poi nell’ultimo decennio è cambiato tutto.

È arrivata la crisi, sono arrivati vincoli di bilancio e politiche di austerità e il racconto nazionale è diventato quello dell’Europa che non ti capisce, quello della terra che limita le opportunità. I giovani che vanno a scuola o all’università sono dieci anni che tutti i giorni subiscono questo martellamento. Che idea pensate si siano fatti dell’Europa? Ma se perdiamo loro alla causa europea, siamo finiti tutti.

Perché l’Europa?

Mi fanno ridere i sovranisti.

L’Europa perché è la condizione minima per poter sperare di continuare a decidere noi le regole “a casa nostra”.

Da soli siamo solo degli staterelli troppo piccoli per incidere. Secondo voi, un cinese come guarda alla lotta tra Catalogna e Spagna? La discussione sull’autonomia è fondamentale, ma va inquadrata nel mondo di oggi. Non possiamo pensare che in un mondo senza frontiere per i capitali e per i terroristi, gli unici che mettono delle barriere sono gli Stati e proprio sulle decisioni da prendere per governare questi fenomeni. Ma davvero abbiamo deciso che vogliamo perdere in partenza?

Ripensare i dogmi. La fisicità della politica. L’Europa. Sono queste le ragioni per cui abbiamo deciso di impegnarci in maniera radicale.

Per andare alla radice.

Perché battaglie nette e di avanguardia per assicurare opportunità ed emancipazione sono la storia radicale di questo Paese.

Perché la fisicità della politica è stato spesso ciò che ha consentito agli attivisti radicali di convincere sulla base dei propri argomenti, mettendoci la faccia come stiamo facendo adesso, incarnando le proprie idee.

Perché l’Europa è da sempre stato l’orizzonte minimo di coloro che si riconoscevano nella politica portata avanti dai radicali.

Ma lasciatemi aggiungere altre tre ragioni non meno importanti.

Perché i radicali potranno non stare simpatici a tutti, ma tutti riconoscono loro integrità e pulizia.

Perché studiano e si preparano, e continuano a farlo in un’Italia dove la mancanza di applicazione e di cultura sta diventando un valore, come se solo i vergini di tutto — coloro che non hanno mai fatto niente, coloro che non si son mai sporcati le mani — fossero gli unici degni di fare politica.

Per Emma Bonino. Che con gli anni più generazioni di italiani hanno imparato a stimare e rispettare, per aver dimostrato che non è vero che sono tutti uguali, che non è vero che uno vale uno, che non è vero che non si può fare diversamente, se tu per primo sei fatto diversamente.

Io ho avuto la fortuna di lavorare con Emma a più riprese. Mentre ieri ragionavo su questa giornata a Cinecittà, mi sono messo a pensare ad un istante con lei, ad un istante solo di questi anni in cui mi ha insegnato a non farmi sconti; e a non dare mai nulla per scontato.

È quasi mezzogiorno. 20 dicembre 2007. Siamo all’EUR, al Ministero del commercio internazionale, in un grande salone per gli auguri di Natale. Ci sono un po’ di panettoni e pandori sul tavolo, qualche bottiglia di spumante. Un centinaio di dipendenti.

Io me ne sto leggermente appartato e mi appresto a sentire cosa dirà il ministro. C’è tensione. Ci sono state riunioni difficili coi sindacati interni. I dipendenti del ministero non sono necessariamente ben disposti.

Emma Bonino non parla tanto, ma dice questa cosa che mi si fissa nella testa e che non scorderò più.

“So che tra noi ci sono tanti disaccordi. E alla fine ognuno si assumerà le responsabilità che gli competono. Ma vorrei che di una cosa non dubitaste mai. Non esiste una agenda nascosta, non c’è un secondo fine. Potete non essere d’accordo con me, ma quello che dico, quello che faccio, lo dico e lo faccio solo perché lo credo profondamente.”

Quello che sto per dire potrà suonare paradossale, ma abbiamo deciso di fare politica perché crediamo profondamente nelle istituzioni.

Noi crediamo che le cose si cambino attraverso le istituzioni. Che le istituzioni siano ciò che permette al cambiamento di durare oltre quello che ciascuno di noi riesce a fare. Sono ciò che ci sopravvive. Per questo noi vogliamo impegnarci in politica. Perché vogliamo candidarci per entrare nelle istituzioni e da lì cambiare radicalmente le cose.

Queste istituzioni le abbiamo viste da vicino. Le abbiamo viste da dentro. E ci siamo vaccinati.

Che cosa intendo? Voglio dirlo oggi, molto chiaramente, qui davanti a voi.

Sappiamo che corriamo il pericolo di non riuscire ad aggregare abbastanza, di non riuscire a guadagnare sufficiente consenso. Ma sappiamo anche che questo è l’unico pericolo che corriamo. Siamo pronti a farcene una ragione.

Molti ci dicono:

ma non starete rischiando troppo? Chi ve lo fa fare?

Ma io ribalto la domanda:

se non siamo noi a farlo, chi lo farà?

Non possiamo sempre aspettare che sia qualcun altro. Ci sono momenti nella vita in cui devi correre il rischio di lasciare andare le piccole sicurezze che hai meticolosamente accumulato fino a quel momento.

Alla metà degli anni ’60 dell’Ottocento, Andrew Carnegie si mette in testa di costruire il primo ponte in acciaio al mondo.

È un imprenditore visionario. L’acciaio è ancora un materiale poco usato. È terribilmente pesante. La ricerca scientifica lavora sull’acciaio per renderlo più leggero, ma solo un pazzo può immaginare di arrivare a costruire addirittura un ponte.

A Saint Louis. 2 km di ponte sul Mississipi.

Dopo studi, contro-studi, tentativi che non vanno, Carnegie riesce nell’impresa storica. Costruisce il primo ponte di acciaio della storia.

Solo che qualcosa non funziona. La gente di Saint Louis non utilizza il ponte. Non crede che il ponte reggerà. Non ha fiducia. E quindi non lo usa per attraversare il fiume.

Carnegie è disperato, non sa come fare. Visita alcune famiglie per convincerle. Mostra i dati, fa vedere cosa dicono gli ingegneri. Per un po’ non riesce a pensare a niente. Poi gli torna in mente questa convinzione popolare sugli elefanti.

Gli elefanti sono animali estremamente cauti, intuiscono il pericolo e lo scampano sempre. Non corrono mai rischi.

Carnegie non sa se questa cosa sia vera o meno, ma sa che è sicuramente vera per gli abitanti di Saint Louis.

E cosa fa?

Prende un elefante al circo e lo mette all’inizio del ponte. L’elefante annusa, e poco dopo inizia a camminare. Si incammina sul ponte di acciaio.

Lo attraversa. E la gente di Saint Louis cammina dietro di lui. Supera le proprie paure. Si fida.

Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a capire come fare nella vita qualcosa di importante come quello che aveva fatto Carnegie. Poi un giorno ci siamo fermati, ci siamo guardati dentro, e abbiamo deciso che dovevamo provare ad essere gli elefanti.
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