I goriziani

1.

Stanotte ho dormito male. Deve essere la stanchezza accumulata in questi giorni, o l’amaro che ieri sera non mi ha aiutato a digerire. Deve essere che è sabato mattina e tuttavia la settimana non è ancora terminata. Questo pomeriggio c’è il Consiglio dei Ministri più delicato dell’anno, quello che vara la legge di bilancio. È un esercizio complesso, a cui lavori per settimane, per fare proposte e stabilire priorità; e senza sapere in fondo quanto margine ci sia davvero: cosa staranno chiedendo gli altri ministeri, che indicazioni darà alla fine il Presidente del Consiglio, che spazio il Ministero dell’economia e delle finanze recupererà per nuovi investimenti. Ogni anno parte un negoziato serrato, fatto di telefonate e carte protocollate, di argomentazioni sofisticate e battaglie sui numeri. Fino a ieri abbiamo avuto rassicurazioni che le nostre misure più importanti su università e scuola sono state inserite nel disegno di legge che il governo approverà oggi pomeriggio. Ma è bene restare vigili fino all’ultimo. Anche se ormai “ci siamo” e c’è davvero poco che si possa ancora fare, questo sabato mattina. Queste sono le ore in cui nessuno invidia i colleghi della Ragioneria generale dello Stato, a cui tocca il compito di quadrare il cerchio. Per questo mi sono alzato con l’intenzione di dedicarmi una mattinata lenta, per decomprimere le corse e le tensioni della lunga maratona finita ieri sera. Mia moglie è a Brescia ed è pure per questo che alla fine, ieri pomeriggio, ho deciso di comprare il volo. L’ho fatto anche se non ho certezza di riuscire a prenderlo davvero. È tra poche ore, poco prima delle sei, per Venezia. Anche se io non devo andare a Venezia.

Mi sono alzato con le migliori intenzioni; con una gran voglia di rilassarmi. Ma squilla il cellulare e riparte il traffico su whatsapp. Oscillo. Mi dico che non è vero che se mi distraggo succede qualcosa. Controllo gli orari della piscina: sono quasi le nove e scopro che l’unica ora della mattinata non destinata al nuoto libero è proprio quella che sta per cominciare. Allora esco in balcone, la temperatura è mite, il ciclamino è in tiro. Mi vesto, scendo, e vado a correre sul lungotevere. Quando passo sotto l’arcata di Ponte Sisto, faccio il pensiero che faccio sempre ogni volta che mi capita di guardare questo fiume. Me lo immagino trasparente e pieno di trote. Poi risalgo, mi lavo, preparo il trolley, metto giacca e cravatta, vado al ministero. Devo finire una nota sulla legge di bilancio, una sorta di riepilogo di ciò che è successo e di cosa ci aspettiamo. Servirà al ministro e a tutti noi questo pomeriggio. A quel punto scendo a piazza San Cosimato, per un caffè con il mio amico Emanuele. Il cellulare continua a squillare, ma troviamo comunque il modo di parlare. Parliamo de I solitari e della sua prossima partenza per gli Stati Uniti. Gli dico che cenerò a Gorizia a distanza di vent’anni dal mio primo giorno di università.

2.

Me ne accorgerò solo giorni dopo, ma credo che Emanuele capisca in quell’istante — e che lo capisca prima di me — la potenza che sprigiona quell’incontro organizzato vent’anni dopo. Non c’è un collegamento diretto, almeno non per me, almeno non in quel momento. Ma mi dice che devo assolutamente leggere il discorso che Iosif Brodskij tenne quando gli fu assegnato il Nobel. È contenuto in un libricino pubblicato da Adelphi, si intitola Dall’esilio.

Lo saluto, torno in ufficio, raccolgo le carte, con gli altri colleghi andiamo in centro, mangiamo un panino, entro da Feltrinelli e ordino Brodskij quando mi rispondono che non lo hanno. Saliamo lo scalone di Palazzo Chigi, arriviamo nell’anticamera della sala dove si svolge il Consiglio dei Ministri, sono quasi le tre del pomeriggio, i ministri arrivano, inizia l’attesa. Ho calcolato che al massimo alle quattro e mezza devo assolutamente scappare per prendere l’aereo. Il Consiglio dei Ministri inizia in ritardo, ma è inevitabile. Noi abbiamo ancora qualche dubbio su un paio di norme e cerchiamo di capire che succede. Sto con il mio ministro, la aggiorno in diretta sulle ultime notizie che ci arrivano, lei aggiorna me, si creano capannelli di gente di governo che discute, cerca di avere una conferma, e che — in definitiva — semplicemente si rincuora e si tiene compagnia. Vado via quando si è chiusa da poco la porta del Consiglio dei Ministri e i lavori sono iniziati ufficialmente. Arrivo in aeroporto e per il rotto della cuffia riesco a salire a bordo. Fino al momento del decollo, continuo via whatsapp a seguire quello che sta succedendo a Palazzo Chigi, anche se adesso c’è solo da aspettare. Partiamo, spengo tutto, svengo. Riapro gli occhi quando il carrello tocca terra. Controllo il cellulare, da Roma nessuna brutta sorpresa. Recupero di corsa un auto a noleggio, cerco la strada con l’iPad, e viene fuori che per le otto e mezza potrei essere a Gorizia. Scatto una foto del tragitto e la mando alla chat comune che Santino e Valentina hanno creato per gli immatricolati del ’96 che si stanno ritrovando questo fine settimana. È da stamattina che ricevo una foto dopo l’altra: dei luoghi della città dove siamo cresciuti insieme, delle case che abbiamo affittato, delle aule dell’università dove abbiamo studiato. Chi doveva esserci adesso c’è. Gli ultimi sono arrivati dopo pranzo. Sono le sette di sera, e sono tutti a Gorizia, giunti da ogni parte d’Italia e molti anche da fuori, dal Perù, dalla Cina, dagli Stati Uniti, dal Congo. Stanno cenando all’Hotel Entourage, nella piazza a qualche centinaio di metri dalla sede dell’università e da via Lantieri, dove ho vissuto per quattro anni. Tra Venezia e Gorizia corro, quando entro in città rallento, conosco bene questa strada. Passo davanti al valico di Casa Rossa, quel confine che ho attraversato decine di volte finché non è caduto. Parcheggio, salgo lo scalone che mi porta nella grande sala. Sono tutti seduti, stanno mangiando l’antipasto. Quando entro scatta la festa ed io abbraccio chi per primo mi capita davanti: Letizia, che non vedevo dalla laurea e che lavora a Tirana. La abbraccio forte, come per abbracciarli tutti. E la festa me la fanno perché era un po’ insperato che ce la facessi; e perché è come se un altro di loro ce l’avesse fatta. È quasi un modo per rimettersi in pace con se stessi, essere qui stasera. Un modo di redimersi. Ci sentiamo tutti beati.

3.

Del primo giorno di università ricordo la sensazione di svegliarsi in una casa senza genitori e in una città distante centinaia di chilometri. Ricordo la prima colazione al bar, con un vecchietto in un angolo che beve grappa e il barista che mi chiede di dove sono. Ricordo la camminata fino a via Alviano, il momento in cui apro il grande portone di legno, il primo contatto con tutti quei coetanei sconosciuti — tutti poco più che maggiorenni — che si guardano, si avvicinano, fanno finta di parlare ma in realtà si annusano. Ricordo la scoperta dei cognomi, uno dopo l’altro; e soprattutto la scoperta delle province d’Italia: Cuneo, Matera, Vicenza, Como, Pescara, Catania. L’impressione che l’Italia sia piena di province dove non sono stato mai. E la frustrazione di dover sempre aggiungere qualcosa dopo Rieti. «Vicino a Roma». «No, non Chieti».

Qualcuno mi era rimasto impresso ai test di ammissione, ma la maggior parte non so chi siano e perché abbiano scelto di passare gli anni più belli della loro vita in una provincia ancora più piccola di quella da cui sono partiti; un luogo di confine, che non promette molto. Ed io? Io perché sono venuto qui? Mio padre non ha mai nascosto che mi avrebbe visto bene ad ingegneria. E se non proprio ingegneria, almeno un’altra cosa seria, come la Bocconi. Ho passato i test anche a Milano, ma non mi attira. Mi attira questa periferia gotica che termina con una frontiera. Mi attira essere nel posto più lontano in cui potessi arrivare; da qui, ogni mattina, posso sporgermi e affacciarmi sul mondo ignoto. E poi, mi sento ancora portato per tutto, ma senza un talento particolare. Non so cosa voglio fare da grande, né ho idea di come fare per capirlo. Rispetto agli altri corsi di laurea, qui a Gorizia posso continuare a studiare quasi tutto, in fondo è solo una sofisticazione del liceo. Devo rinunciare alla matematica, ma il primo esame sarà comunque di statistica; e per quanto riguarda la fisica, be’, qualcosa mi inventerò. Adesso però smettiamola, è il tuo primo giorno di università ed è utile che lo confessi: hai scelto Gorizia perché ti ha permesso di non scegliere ancora.

Siamo cento, tutti italiani ad eccezione di una decina — tra cui tre armeni, due polacchi, uno sloveno, una libanese, una montenegrina. Nessuno di noi ha un cellulare ma qualcuno già si scambia il numero fisso del proprio appartamento, anche se tutto avviene senza fretta. Sappiamo che ci rivedremo il pomeriggio, e il giorno dopo. O mercoledì, in occasione della prima festa che è già stata organizzata dai più anziani. Sarà impossibile perdersi di vista. Dovremo imparare a fare ogni cosa insieme, a convivere, a gestire i malumori. In questo posto non sarà concesso di restare soli. Abitiamo sparsi in una città dove basta mezz’ora a piedi per attraversare da una parte all’altra. Quando incrociamo gli anziani sul marciapiedi o al bar, ci guardano scettici perché si capisce subito che non siamo di queste parti. Noi siamo i forestieri. Noi siamo gli immigrati. Siamo le bestie esotiche di questa città-zoo. Lentamente entriamo in classe, prendiamo posto, inizia la prima lezione universitaria della mia vita. Lo ricordo come fosse oggi: quel senso di poter ancora diventare qualsiasi cosa.

4.

Sono ancora abbracciato a Letizia. Ci separiamo, rimango fermo in piedi vicino ad uno dei tavoli, giro la testa a grandangolo per guardare tutti gli altri e capire chi è venuto. Sono l’ultimo arrivato e mi posso illudere che siano stati tutti ad aspettare me. Alla fine questo Consiglio dei Ministri di sabato pomeriggio è stato una benedizione. Meno di quattro ore fa ero ancora nel centro di Roma, a pensare a norme e finanziamenti. Adesso sono nel luogo più remoto d’Italia, dove tutto mi pare che sia rimasto esattamente come vent’anni fa. In un attimo sono messo di fronte a tutto ciò che sono stato. Ho sempre pensato che tutto sia stato terribilmente lineare, dalla fine degli studi ad oggi. Tanti piccoli segmenti, ma alla fine la solita storia di connettere i puntini. Mentre però comincio a salutare gli altri, a salutarli uno ad uno, mi accorgo che non è così. Sto poco tempo seduto al tavolo dove mi hanno lasciato un posto. Sono con Francesco, Simone, Peppe, Paweł: gli amici di sempre, con cui ho continuato a vedermi in tutti questi anni. Ma sono gli altri che mi attraggono stasera, gli altri di cui avevo perso ogni traccia dal giorno della laurea, che poi vuol dire da almeno una quindicina d’anni. Non succede solo a me, ma anche a loro. Ci riscopriamo così, con la facilità e la velocità di chi si è già conosciuto una volta, a fondo, da giovane; ci bastano poche parole per prenderci le coordinate, per passare dalla chiacchiera alla confidenza. Ci sentiamo al sicuro, nessuno qui può farci del male. Perché nessuno gioca a capire chi abbia fatto più carriera, chi sia arrivato più lontano. Tutti vogliono sapere della vita vera. Molti di noi hanno figli, in diverse mi incoraggiano raggianti “ho saputo che stai per diventare papà”. Alcuni sono venuti con le famiglie, ma la maggior parte sono qui da soli, anche tra coloro che ne hanno messa in piedi una. Qualcuno si è già sposato e separato. Ognuno parla di sé e a me paiono tutti terribilmente saggi. Siamo i ragazzini di vent’anni fa, ma abbiamo nel frattempo vissuto, e adesso ce lo stiamo raccontando. Immaginate domani, si vive sulla terra, poi si parte per un viaggio nello spazio. Non tutti assieme, ma su tante navicelle, verso direzioni diverse di ignoto. Ognuno arriva fin dove può, fin quando resiste. Ma comunque tutti con la loro tuta da astronauta, là fuori, a chiedere più spazio. E poi rientrano sulla terra, si ritrovano, si raccontano le loro esplorazioni stellari sapendo che nessuno starà ad ascoltare per fare paragoni; ma per scoprire il viaggio che anche lui avrebbe potuto fare, e che alla fine non ha fatto, per poterne fare un altro. Chiedo che fine abbiano fatto. In molti si sono ritrovati dall’altro lato del mondo; altrettanti sono tornati nelle loro città di partenza. Passano le ore, mangiamo, beviamo, facciamo giocare i figli degli altri, balliamo, qualcuno improvvisa qualche discorso, a mezzanotte ci cacciano e finiamo sotto i portici dalla parte opposta della piazza. E poi in una vineria di fianco, dove mettono musica e continuiamo a bere, a ballare, a parlare. Siamo fuori dal tempo, e siamo ancora tutti qui (alla fine della cena ne avremo persi al massimo una dozzina). La sera si fa notte che si fa mattina. Mentre mi avvio verso l’hotel ripenso ai tanti racconti intimi che ho ascoltato questa sera. Alla tanta intimità che ho visto. Quando sono salito su un aereo, dodici ore fa, mi aspettavo una festa in maschera. Dove ognuno avrebbe indossato la sua, portata da casa, migliore della faccia di vent’anni prima, e avrebbe passato il tempo a convincere gli altri che era quello il vero Nicola, o la vera Angela, o la vera Sonia, o il vero Alberto. E invece ho trovato una classe di compagni che scopre che nella vita si può anche mentire, ma che non si può mentire a se stessi per tutta la vita; e che si accorge che c’è una sola cosa che conti di più che provare a diventare saggi, ed è riuscire a rimanere sempre autentici.

5.

È domenica pomeriggio, sono in treno, sto tornando a Roma. Stamattina ci siamo divisi: chi è andato a mangiare in trattoria, chi ha fatto una lunga colazione al bar. Io mi sono svegliato tardi, ho fatto due passi lungo corso Italia, mi sono fermato con Santino a guardare le vetrate della libreria Antonini dove avremmo dovuto fare la presentazione del romanzo; poi ho passato qualche ora con alcuni della sera prima, tra cornetti e toast, e alla fine sono rimontato in macchina e senza correre sono tornato a Venezia.

In treno finalmente apro l’annuario preparato per questi venti anni e mi leggo le storie che ancora non conosco. È il rito di passaggio che mi concedo per provare ad uscire da Gorizia e a tornare in me. Ma mi accorgo subito che qualcosa non funziona. Perché se puoi anche permetterti un salto repentino nel passato, come se esistesse la macchina del tempo, non puoi con la stessa nonchalance da quel passato tornare nel presente. Semplicemente non funziona. Resti incastrato. Come se, proprio quando stavi rimontando sulla macchina del tempo, fosse saltata la corrente. Dice Iosif Brodskij: «Il passato, piacevole o penoso che sia, è invariabilmente un territorio sicuro, se non altro perché se n’è già fatta l’esperienza; e la capacità della specie di fare marcia indietro, di correre a ritroso — soprattutto con i pensieri o nei sogni, perché anche qui ci sentiamo generalmente al sicuro — è fortissima in tutti noi, quale che sia la realtà che abbiamo di fronte. Ma questo meccanismo ci è stato dato non già per vagheggiare il passato o per dominarlo (…) bensì piuttosto per ritardare l’arrivo del presente — ossia, in altre parole, per rallentare un tantino il passare del tempo». Negli anni in cui sono stato a Gorizia ho spesso pensato di essermi scelto un confino. Magari dorato; non a caso alla frontiera con l’Est. Mentre il treno rallenta ed entra nella stazione di Bologna, mi accorgo adesso che siamo appena ripartiti non da — ma per — l’esilio.

6.

Abbiamo sempre lasciato la nostra terra per cercarne un’altra. Siamo emigrati a milioni, nell’Ottocento e nel Novecento. Ma siamo sempre partiti sapendo di poter mettere radici da un’altra parte. Non di sostare e basta, per qualche anno, prima di ripartire nuovamente. È stato in questo modo che ognuno di noi si è costruito una famiglia mettendosi assieme agli altri come lui; incrociati lungo uno dei tanti segmenti di cui è composta la nostra esistenza. Abbiamo vissuto assieme, ci siamo conosciuti, sopportati, aiutati; ci siamo respinti e nuovamente attratti; abbiamo imparato a convivere in silenzio, e ad assordarci a vicenda a distanza; abbiamo imparato a non poter più fare a meno l’uno dell’altro. E lo abbiamo imparato alla vigilia della nostra partenza. Verso un’altra destinazione deserta. Dove nuovamente abbiamo irrigato e coltivato i migliori frutti della terra. Ci siamo costruiti una famiglia in cui non tutti i fratelli e le sorelle si conoscono tra loro; ma è che nostra, verace, indissolubile. Una famiglia che assomiglia a una diaspora.

Gorizia è stata la prima città. Abbiamo pensato che fosse una parentesi, ma siamo cresciuti ed abbiamo scoperto che si trattava della regola. L’abbiamo scelta per cosa avremmo potuto studiare, e quindi fare, e quindi diventare. Senza capire che stavamo scegliendo, molto più radicalmente, una maniera di stare al mondo. Che non stavamo semplicemente vivendo, ma che stavamo inventando proprio perché non sospettavamo di saperlo fare; e che stavamo interpretando una nuova epoca, proprio perché non ci eravamo ancora resi conto di essere illetterati.

Siamo diventati noi i nuovi figli di una città dove — a metà degli anni ’90, finita la scuola — gli adolescenti goriziani se ne scappavano per studiare legge a Trieste, sociologia a Trento, architettura a Venezia; di una città svuotata della propria gioventù. Ci siamo lasciati adottare, abbiamo conosciuto la pioggia e la crescita in serra; il vino, il sangue delle vene, i cunicoli vuoti del Carso. Abbiamo scelto la periferia; e abbiamo scelto di nascere alla fine degli anni Settanta pur di poterne avere venti alla fine del Millennio; e ci siamo ritrovati, inconsapevolmente, al centro della geografia, nell’avamposto migliore per osservare un impero appena crollato, negli ultimi anni ancora senza internet e cellulari. Abbiamo vissuto di persona la frattura storica e sociale che ancora oggi ci portiamo dentro. E che non abbiamo altro modo di sanare se non accettando di essere una comunità di solitari. Noi che veniamo da ogni luogo. Noi che siamo: i goriziani.

7.

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico”, Brodskij si trova a Stoccolma per ritirare il Nobel, inizia così il suo discorso di accettazione. “A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno (…) un amico tendeva il dito in direzione nord-ovest, al di là di quella lastra d’acqua, e diceva: «Vedi quella striscia azzurra di terra? È la Svezia». Scherzava, naturalmente: perché l’angolazione era sbagliata, perché una legge dell’ottica dice che l’occhio umano non può spingersi più in là di una ventina di miglia di spazio aperto (…). Nondimeno, signore e signori, mi fa piacere pensare che noi, cioè voi e io, respiravamo la stessa aria, mangiavamo lo stesso pesce, eravamo inzuppati della stessa pioggia — a volte — radioattiva, facevamo il bagno nello stesso mare, ci annoiavamo alla vista di conifere della stessa specie. A seconda del vento, le nuvole che vedevo passare davanti alla mia finestra erano state già viste da voi, o viceversa. Mi fa piacere pensare che noi, cioè voi e io, abbiamo avuto qualcosa in comune prima di finire tutti in questa sala. E per quanto riguarda questa sala, penso che era vuota solo un paio d’ore fa e che sarà vuota di nuovo tra un paio d’ore”. Brodskij prosegue, ringrazia l’Accademia perché il conferimento del Nobel conferisce alla sua opera un aspetto di permanenza e perché grazie agli sforzi dell’Accademia si rafforzerà, o almeno si manterrà, quell’un per cento di tutta la popolazione che dimostra di essere un pubblico sensibile alla poesia. Poi torna alla geografia, a quelle due sponde del Baltico, a quella prossimità che è sempre stata lì e per rendersi conto della quale ha avuto tuttavia bisogno di una vita intera. “D’accordo, è maledettamente lunga la strada per arrivare da Pietroburgo a Stoccolma; ma dopo tutto, per un uomo che fa il mio mestiere, l’idea che una linea retta rappresenti la distanza più breve tra due punti ha perduto da un tempo la sua attrattiva”.

Gorizia, 15 ottobre 2016