I ragazzi della Jugend Rettet e la nostra insofferenza

foto di Ugo Panella

Stiamo passeggiando per le strade di Siena, diretti alla piazza del Mercato. È un piovigginoso e mite pomeriggio di inizio ottobre 2016. Stiamo raggiungendo gli altri, siamo una dozzina, sono io il più vecchio. Loro sono arrivati dai quattro angoli del continente per partecipare al festival dei millennials europei: due giorni a Siena per conoscersi e raccontarsi a vicenda la storia di Europa che stanno portando avanti in prima persona.

Titus cammina qualche metro più avanti. Io mi avvicino a Isabel, fa parte del team, inizia a raccontarmi di come hanno deciso di lasciare gli studi “per salvare i loro coetanei che morivano nel Mediterraneo”. Posso dirlo? È una ragazzina minuta di appena vent’anni, ed io mi sento piccolissimo quando mi dice questa frase qui. Mi sento piccolo perché mi accorgo che avrei potuto anche avere la stessa idea, vent’anni fa, quando avevo l’età che Isabel ha adesso. Ma che non avrei mai avuto lo stesso coraggio.

Non condivido con lei questi pensieri, la lascio continuare e capisco che c’è sempre un piccolo shock dietro ad ogni nuova avventura improbabile. Nel loro caso lo shock sono state le immagini di uno dei tanti naufragi tra la Libia e l’Italia. In 48 ore, 800 morti annegati. In un’Europa di migliaia di convegni tutti i giorni sulle cose da fare, loro fanno la cosa meno verbosa e più fisica che riescono ad immaginare. Raccolgono 300 mila euro con una campagna di crowdfunding, e con il ricavato acquistano e sistemano Iuventa, un vecchio peschereccio battente bandiera olandese, e dopo un lungo iter burocratico cominciano ad effettuare operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Non ho nessuna intenzione di (né mi compete) entrare nel merito di un’indagine in corso. Ma come troppo spesso avviene, il caso di Jugend Rettet si porta dietro qualcosa di più grande. Il dibattito contro i migranti e le ONG ha raggiunto livelli intollerabili, come ha scritto anche Roberto Saviano stamattina, e mentre il dito punta la luna, noi continuiamo a guardare il dito, invece della luna. Il pensiero che feci a Siena — il sentimento che ho vissuto a Siena ascoltando questi ragazzi e che oggi custodisco gelosamente — è di un tentativo di riscatto di una generazione di giovani cittadini europei che non si fermano davanti alle dichiarazioni di impotenza delle istituzioni di Bruxelles o ai gesti scaricabarile dei governi nazionali. “Vogliamo dimostrare che non tutti i tedeschi sono insensibili al tema delle migrazioni. Vogliamo sensibilizzare gli europei su questo dramma”. Sta piovendo, abbiamo accelerato il passo, ma Isabel si ferma adesso al centro della strada. Costringe anche me a fermarmi sotto l’acqua. “Ma che civiltà stiamo diventando? Noi siamo l’Europa”.

Questa è cittadinanza viva e preziosa. Che supplisce come può, non come vuole, alle mancanze e alle latitanze di un’Europa che avrebbe, unita, tutta la cultura e la tecnologia per affrontare questo fenomeno epocale, e che invece noi continuiamo a trattare da emergenza, nel dibattito e nelle misure nazionali e nei nostri timidi litigi tra governi.

E così diventa terribilmente più facile prendersela con loro, con la loro insofferenza — mentre siamo magari seduti sul divano di casa — che non scendere in piazza a protestare contro tutta questa sofferenza umana, contro ciò che ci sta mostrando: il veloce inabissamento del più bel progetto civile e politico degli ultimi cento anni. Il superamento delle frontiere. La condivisione di uno spazio di opportunità più vasto di quello che ci era toccato in sorte. La conquista di un mondo, intesa non militarmente ma come innamoramento.

Un gruppo di ragazzi europei fermi in mezzo strada, che non sentono la pioggia, mossi dal desiderio di salvare vite umane e di dimostrare che esiste un’altra Europa, e che diventano improvvisamente il problema, il nemico, il male che abbiamo dentro. Un gruppo di ragazzi che abbiamo lasciato soli.

Spero che tutto questo ci causi almeno una bella crisi di coscienza.

La procura faccia il suo lavoro. Ma noi facciamo il nostro.