Il referendum degli europei

E poi c’è quella mattina in cui ti svegli dopo aver dormito male, controlli il cellulare, e scopri che nella notte un tuo parente è venuto a mancare. Un parente stretto. Ma non un vecchio nonno. Piuttosto, un cugino con cui sei cresciuto, che magari non vedevi da tempo, e che tuttavia stava lì, che era sempre stato lì quando ne avevi avuto bisogno. E che adesso non c’è più. A causa di un incidente dovuto a una bravata.

È questo il senso di lutto che provo da stamattina, da quando mi sono svegliato poco dopo le 6, ho controllato whatsapp, e ho trovato il messaggio di un amico che lavora a Bruxelles: «qui può finire davvero male». Un messaggio delle 4:34 del mattino. Me lo sono immaginato sveglio fino a quell’ora, che segue lo scrutinio minuto dopo minuto e alla fine, alle 4:34, realizza che non serve più aspettare. Perché ormai è chiaro che gli scozzesi hanno fatto uno scherzo agli inglesi che lo hanno fatto a tutti gli altri europei. Una specie di matrioska dove hanno vinto i sostenitori dell’isolamento.

E così da stamattina continuo a fare gli stessi quattro pensieri, che provo a trascrivere per cominciare ad elaborare il lutto.

Il primo è che non esistono democrazie che «sbagliano». Soprattutto se la democrazia in questione è la più antica del mondo. Quindi inutile stare a rimuginare su ipotesi come «i britannici non hanno capito», o «ai britannici non hanno spiegato bene come stavano le cose». Le democrazie non sbagliano quando a pronunciarsi è oltre il 72% degli aventi diritto al voto. Piuttosto, a forza di teorizzare società liquide e comunità atomizzate, ci siamo convinti che la leadership non serva. Mentre invece la prima lezione del Brexit è che i leader fanno la differenza. Aggiungo: più in democrazia che in altri regimi. Perché sta a loro ponderare quanto fare e quanto lasciar fare. Quanto decidere e quanto lasciar decidere. Quanto assecondare gli umori e seguire, o quanto invece dotarsi di un pacchetto di valori irrinunciabili e di un canovaccio da proporre ai cittadini per gli anni a venire. Cameron aveva vinto le elezioni ben oltre le aspettative. Ha comunque indetto il referendum, e la cosa gli è sfuggita di mano. Le democrazie non sbagliano. Ma i leader delle democrazie, ogni tanto, evidentemente sì.

Secondo, scordatevi che questo voto serva di per sé, ed in maniera semi-automatica, a rimettere in moto l’integrazione europea. Quasi che ci fossimo finalmente sbarazzati della zavorra, di chi ha sempre frenato, e fossimo quindi liberi di correre adesso verso «più Europa». Succederà il contrario. Dopo aver costretto tutti ad aspettare il loro voto – generando una paralisi attendista in un momento storico in cui avremmo avuto bisogno, al tempo stesso, di decisioni operative (dall’economia all’immigrazione) e di più sguardo lungo sulla sponda sud, invece che su un isola del nord – adesso continueremo ad aspettare. Anzitutto aspetteremo di capire con quali tempi, e modi, Londra deciderà di formalizzare la sua richiesta di uscita. E dopo ci concederemo il lusso di non meno di due anni per ridiscutere ogni dettaglio. Le istituzioni europee, e i governi dei vari Paesi ogni volta che andranno a Bruxelles, avranno sul tavolo come primo e unico dossier quello del negoziato per l’uscita del Regno Unito. La Commissione non avrà agibilità politica per proporre alcunché che rappresenti uno slancio in avanti. Saranno, invece, due anni di ingegneria istituzionale, di invenzioni giuridiche, di talmente tante formule ad hoc che la governance complessiva che ne uscirà alla fine sarà – semplicemente – inintellegibile. Se pensate di non capire come funziona l’Unione europea oggi, provate a immaginare che la situazione peggiorerà di un ordine di grandezza. Nel frattempo, gli europei continueranno ad avere lo sguardo rivolto a nord, Francia e Germania saranno prese solo dai loro affari interni considerate le elezioni politiche del prossimo anno, e il sud Europa faticherà ancora di più a farsi ascoltare. Più banalmente, a trovare qualcuno con cui parlare.

Terzo, altre forze politiche in giro per l’Europa chiederanno di tenere un referendum per uscire. Nei Paesi Bassi il dibattito è già partito. Questo effetto domino potrebbe essere più veloce di quello che pensiamo. E non è detto che i leader favorevoli all’Europa siano, nei rispettivi Paesi, in grado di contrastarlo. Anche perché gli argomenti populisti sono semplici, le risposte da dare sono complesse. Di sicuro, se vogliamo provare ad evitare il contagio e ritrovarci tra qualche anno ad analizzare retrospettivamente la «fine dell’Europa», allora dobbiamo evitare di imboccare scorciatoie o convincerci che il problema siano i populisti. Perché il problema sono le condizioni economiche e sociali di porzioni sempre più vaste della popolazione. Negli ultimi vent’anni, la tecnologia ha generato crescita, ma ha anche allargato i divari. Adesso dobbiamo capire come la tecnologia può aiutare a ridurre le disuguaglianze e a concepire politiche economiche, sociali, educative e culturali che smontino le rendite e favoriscano l’emancipazione dei gruppi svantaggiati, che non hanno bisogno di mance ma di vivere in società mobili e scalabili verso l’alto e attrezzate con meccanismi di tutela dei più deboli che restano ai margini. La parola chiave dei prossimi anni dovrà essere necessariamente: inclusione.

Infine, quarta riflessione, incubata nel corso degli ultimi anni e soltanto accelerata dal risultato di stanotte. In tutto questo, chi può fare qualcosa? Difficile dirlo, ma alla fine la risposta può essere solo: «ciascuno di noi». Riscoprendo la propria comunità, vivendo la socialità reale e non solo quella virtuale, e contribuendo allo sviluppo locale della propria città. Perché nei prossimi anni le città diventeranno i veri centri di sviluppo. Lo so, sembra un ritorno al micro. Sembra un andare nella direzione della matrioska, con «democrazie piccole a piacere», ma non è così. La scommessa, infatti, è quella opposta. E si basa su centri civici aperti, dinamici, tolleranti. Ciascuno di noi ha la responsabilità di comprendere il mondo, e di aiutare a tenere connesso col mondo il luogo in cui vive.

In questo scenario, una parte della generazione di mezzo – quella parte che non è stata solo più fortunata ma anche più determinata, che è cresciuta nell’Europa delle opportunità, che è partita da niente, da città piccole e famiglie «normali», e che si ritrova oggi ricca di esperienze, ha una responsabilità in più.

Ha la responsabilità di provarci, adesso che è a un bivio. Consapevole che non ci sarà nessun altro a fare, al posto suo, il lavoro che serve. E che consiste, da un lato, nel proporre in maniera netta cosa si debba fare adesso, cosa debba succedere in questi anni a venire per ridurre le disuguaglianze e generare inclusione e benessere diffuso; e, dall’altro, nell’estrarre tutta la saggezza dai cinquantenni migliori, dimostrando di saperla veicolare sui ventenni di oggi ed essere – letteralmente – un ponte tra generazioni. Allo stesso modo in cui dovrà essere un ponte tra gli outsider e gli insider, tra le periferie e i nuovi centri. Facendolo da subito non solo dentro i confini nazionali ma in chiave europea, con lo scopo di collegare comunità e costruire una consapevolezza e un tessuto sociale che vadano oltre il perimetro di ogni Paese.

Consapevoli che magari la rivincita a tutto questo, se mai ci sarà, arriverà soltanto con un altro referendum, in cui non voteranno soltanto gli inglesi, o i francesi o i greci, ma in cui voteremo tutti insieme, noi cittadini europei, per decidere se diventare davvero una sola grande democrazia.