La prima donna su Marte

Come dovete pensare se vi apprestate a decidere cosa fare da grandi.

A seguire il testo dell’intervento fatto a Campus Party Italia, presso il Mi.Co. di Milano, il 21 luglio 2017. Una prima versione dello stesso intervento è stata preparata per la finale di “Impresa in Azione” di Junior Achievement, presso Borsa Italiana, sempre a Milano, il 5 giugno 2017. Devo a Marco Savini la prima idea di un trentenne che tra 15 anni andrà su Marte.


Guardate questa foto: cosa vedete?

No, non è Marte.

Questo puntino luminoso in mezzo allo schermo è la Terra. Marte è questa lieve catena collinare che vedete in primo piano; è il posto da dove Curiosity ha scattato questa foto, tre anni fa.

Ho una notizia per voi: fra 15 anni metteremo piede su Marte. È la prossima grande sfida che l’umanità ha davanti.

Io ho 39 anni e sono cresciuto con il mito dell’allunaggio. Con la foto dell’impronta del primo uomo sulla luna. Per preparare questa presentazione sono andato a leggermi le biografie di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Erano coetanei, nati entrambi nel 1930. Vuol dire che quando sono andati sulla luna, nell’estate del 1969, avevano esattamente l’età che ho oggi io. Avevo già capito da parecchi anni che non avrei fatto il calciatore. Ma adesso ho capito che non farò neppure l’astronauta.

Tra l’altro, prima che proseguiamo, pensate solo a ciò: la signora ritratta in questa foto è Margaret Hamilton.

Quando Armstrong e Aldrin vanno sulla luna, lei ha 33 anni ed è l’ingegnere a capo del gruppo che ha sviluppato il software di bordo del Progetto Apollo. Vedete la pila di quadernoni di carta al suo fianco, alta quanto lei. È il codice. Scritto a mano. Siamo andati sulla luna praticamente (quasi) senza computer.

Quelli della mia generazione, i trenta-quarantenni di oggi, sono cresciuti negli anni ’80 con questo racconto: pochi anni prima eravamo arrivati sulla luna, avevamo centrato l’obiettivo agognato per secoli — e non c’era un’altra sfida così grande davanti. Siamo cresciuti nella piccola opulenza, senza capire dove dovessimo andare. Uscivamo in balcone, vedevamo la luna, ma non ci diceva più niente.


Un giorno mi sono chiesto come ci siamo arrivati lassù. Come siamo riusciti a fare una cosa così straordinaria, e soprattutto quanta accelerazione ci sia stata in poco tempo. Basta una data a rispondere: 1903.

È in quell’anno che i fratelli Wilbur e Orville Wright riescono a far decollare il Flyer, considerato il primo aeroplano della storia, dopo tre anni spesi a migliorare prototipi di alianti. Fanno una cosa assolutamente contro-intuitiva, e la fanno da trentenni. Nel 1903 Wilbur ha 36 anni, Orville 32. Non è straordinario? Ci sono voluti meno di settant’anni tra la prima volta in cielo e la prima volta sulla luna. Deve essere successo per questo: siamo andati in cielo, e da allora non abbiamo desiderato altro. Volare è diventata la conquista di tutto un secolo.

Una volta che siamo riusciti a restare in volo, c’è venuto un nuovo desiderio: volare lontano, fino ai confini della Terra. Ed è così che nel 1926 il dirigibile Norge ha sorvolato il Polo Nord. A bordo c’erano Roald Amundsen, Lincoln Ellsworth e Umberto Nobile. Un norvegese, un americano, un italiano — lo so, sembra una barzelletta. Il primo ha la visione, il secondo i soldi, il terzo guida. Con loro ci sono anche cinque meccanici italiani e otto marinai norvegesi.

E una volta che abbiamo sorvolato il Polo Nord? A quel punto abbiamo potuto solo guardare in alto, oltre il blu, verso il nero dell’universo. La prossima foto mostra il primo lancio di un razzo.

È il 1950, siamo a Cape Canaveral. Un lancio senza equipaggio. Da quel momento inizia la sfida vera e propria per portare il primo uomo nello spazio.

Nel 1958 gli Stati Uniti lanciano il progetto Mercurio, e pochi mesi dopo annunciano il team di sette astronauti che parteciperà alle missioni fino al 1963: il più giovane ha 32 anni, il più anziano 38. Lavorano duro, ma i russi fanno prima.

Nel 1961 Yuri Gararin diventa il primo uomo della storia in orbita. Ha 27 anni. Ma i russi non vogliono solo vincere, vogliono stravincere. Così due anni dopo, nel 1963, mandano nello spazio anche la prima donna, Valentina Tereškova. Ha 26 anni.

A quel punto gli americani sanno che non possono perdere per la terza volta consecutiva. E il resto lo conosciamo già: impegnano ogni energia possibile e nel 1969 portano Armstrong e Aldrin sulla luna. E tutto il mondo smette di guardarla. Perché quando qualcosa diventa fattibile, poco dopo diventa anche normale.


Così tutto diventa più difficile. Ci manca il nuovo desiderio. Non quello di singoli scienziati o astronauti. Ma quello dell’intera società. Comincia a venire meno la mitologia dell’uomo moderno. Di quello che aveva smesso da tempo di credere negli dèi, ma credeva comunque ancora nello spazio.

Iniziano gli anni in cui la scienza comincia ad accelerare, ma è come se mancasse la sfida. L’unica sfida possibile diventa superare i limiti: dimostrare non che qualcosa è possibile, ma che qualsiasi cosa lo è.

I limiti delle macchine li superiamo quasi vent’anni dopo, con il Voyager 2 che nel 1986 sorvola per la prima e unica volta Urano, e poi — tre anni ancora dopo — raggiunge Nettuno, l’ultimo pianeta del sistema solare.

I limiti dell’uomo li superiamo ogni giorno, ma a me ha colpito un’impresa in particolare.

Sto per farvi vedere una foto altamente diseducativa. Ma anche questa trasmette il senso di quello che possiamo fare, quando sappiamo dove vogliamo arrivare e se siamo disposti ad un certo allenamento.

Questo è Felix Baumgartner, un austriaco che nell’ottobre 2012 si butta da una capsula a 39 km dal suolo. Impiega oltre due ore per arrivare a quell’altezza, appeso ad un pallone riempito di elio. In caduta supera il muro del suono (1173 km/h). Il record precedente, a 31 km, resisteva dal 1960. Felix lo batte, ma serve più di mezzo secolo perché qualcuno ci riesca.


Ma quand’è che abbiamo iniziato a pensare di poter esplorare il cielo? Di poterlo abitare?

Verrebbe da rispondere: nel momento in cui abbiamo finito di scoprire la Terra.

Per me quel momento arriva a metà del XVII secolo.

La riconoscete quest’isola?

È grande due volte e mezzo la Sardegna e si trova dall’altra parte del mondo. È stata scoperta ufficialmente da un olandese che le ha dato il nome: Tasmania. Nel 1642, Abel Tasman aveva 39 anni.

Dopo la Tasmania restava qualche piccola isoletta sperduta nell’Oceano Pacifico, ma in buona sostanza avevamo scoperto tutto.

Ma è davvero in quel momento che cominciamo a guardare in cielo? No. O meglio, non ancora. E sapete perché? Perché ci accorgiamo che ci sono terre sconfinate di cui conosciamo a malapena il perimetro, ma senza sapere molto su cosa si nasconda dentro.

È così che siamo partiti con l’esplorazione dell’interno. Ci sono voluti oltre cento anni dopo la scoperta della Tasmania per arrivare alle sorgenti del Nilo, che in teoria erano molto più vicine all’Europa. Immaginate la scoperta del fiume che aveva dato vita alla più affascinante civiltà dell’Antichità. James Bruce ha 39 anni pure lui, quando riesce nell’impresa.

Un secolo ancora dopo, il mondo continua ad essere un luogo pieno di terre inesplorate. Conosciamo tutti la storia del ritrovamento di David Livingstone nei pressi del lago Tanganica. Mi ricordo nel mio libro di storia la foto di Henry Stanley e la chiara impressione — guardatelo quel profilo: lo sguardo, la pelle — che avesse l’età di mio padre allora: un uomo maturo, decisamente oltre la cinquantina. Ma Stanley nel 1871, quando avviene il ritrovamento, ha appena compiuto trent’anni.

E poi c’è un personaggio che mi affascina molto: Pellegrino Matteucci. Nel 1880 compie una traversata di 4.600 km dell’Africa equatoriale: dal mar Rosso fino alla foce del fiume Niger nell’Atlantico. Anche lui ha trent’anni e per me è il simbolo della fine della scoperta interna che aveva rappresentato la sfida degli esploratori per almeno tre secoli.

Succede così che alla fine dell’800 cominciamo ad avere l’impressione di aver esplorato quasi tutto. Non solo i perimetri dei continenti ma anche quello che contengono al loro interno. E che cominciamo ad alzare la testa, e a voler esplorare il cielo. I Fratelli Wright: ve li ricordate? Il primo aliante lo fabbricano nei primi mesi del Novecento. È iniziato il nuovo secolo.


Da dove siamo partiti? Da Marte.

Prima vi ho fatto credere che la notizia fosse che tra 15 anni ci metteremo piede. Ma adesso avrete capito che la vera notizia in realtà è un’altra: ed è che il primo a metterci piede, tra una quindicina d’anni, sarà un trentenne. Vale a dire: sarà uno di voi. Se lo vorrete. Se lo deciderete.

Un paio di mesi fa la NASA ha annunciato il nuovo team di astronauti: dodici giovani selezionati a partire da oltre 18 mila domande, in media uno ogni 1.500 candidati. Guardate che bel selfie di gruppo. Ve la ricordate la foto dei sette astronauti del Progetto Mercurio coi loro scafandri? E guardate la prima fila: al netto di Robb che tiene in mano il bastone, sono tutte ragazze.

Quando è uscita la notizia di questa selezione, i giornali hanno scritto che la prima persona a mettere piede su Marte sarà probabilmente qualcuno di questo team.

Ma a me piace pensare che questa volta possiamo essere noi, “i russi”. Noi europei.

Questa è Samantha Cristoforetti: tra il 2014 e il 2015 è andata in orbita e ci è rimasta per 199 giorni consecutivi. Mai nessuna donna aveva fatto tanta permanenza nello spazio in un singolo volo. Anche Samantha era una trentenne.

Mi piace pensare che tra una quindicina d’anni ci sarà una bella prima pagina sui giornali (chissà se esisteranno ancora, i giornali), col titolo “Il primo uomo su Marte è una donna”. Ma non credo sarà Samantha. Credò che sarà invece una di voi. Anzi, dobbiamo fare qualsiasi cosa necessaria per garantirci che sia una di voi.


Alla vostra età pensavo di dover scegliere se fare l’ingegnere o l’avvocato. Mi chiedevo: mi piacerà fare l’ingegnere? Mi piacerà fare l’avvocato?

Ma non mi sono mai fatto la domanda giusta. Non mi sono mai chiesto, alla vostra età: ma l’ingegnere, per progettare cosa?

L’avvocato, per difendere chi?

Immaginate di costruire il ponte che collega la Danimarca e la Svezia. O di essere la persona che vince il premio Nobel per la pace per la difesa delle minoranze in Iran.

Dovete trovare una cosa enorme da fare, che guidi i vostri desideri e le vostre scelte.

Non importa se non ci arriverete, se non farete quello. Ma è questo il modo per arrivare a fare cose uniche, che non immaginate nemmeno. È questo il modo per concepire il lavoro non come qualcosa che qualcuno vi dà da fare, ma come impegno e dedizione nella cosa che voi pensate sia la più importante al mondo.

Vorrei che pensaste in termini non di professioni, ma di sfide.
Che cosa inventerete che ancora non esiste. Che cosa esplorerete che ancora non abbiamo esplorato. Chi salverete da quale malattia.
Che cosa, di ciò che oggi consideriamo impossibile, diventerà possibile grazie a voi.

Sappiamo che tra 15 anni metteremo piede su Marte, ma non abbiamo idea di come sarà, tra 15 anni, muoversi sulla Terra. Ragionare e desiderare in termini di sfide da affrontare invece che di status o di posizioni da conquistare vi aiuterà terribilmente in un mondo pieno di mestieri che ancora non esistono.

E poi sapete qual è la differenza fondamentale? Ad una professione potete pensare da soli. Ad una sfida no. Perché nessuna sfida si vince da soli. Quando andavo a scuola io, mi dicevano tutti: “usa il tuo cervello”; ma voi oggi dovete imparare anzitutto ad usare il cervello degli altri. Diventeremo così una società più coesa, perché consapevole di cosa ci aspetta tutti, perché anche gli ultimi sentiranno di far parte di una famiglia, di avere una casa. Trovare una sfida per voi vorrà dire regalare una missione anche ad altri.

Nel 1961 — otto anni prima dell’allunaggio — nel corso della sua prima visita alla NASA, John F. Kennedy si ritrovò a parlare con un inserviente che stava spazzando per terra.

“Tu cosa fai qui?”, gli chiese il Presidente.

E l’inserviente: “sto aiutando a portare un uomo sulla luna”.

Io ho 39 anni e sono troppo vecchio ormai — anche se Alan Eustace aveva 57 anni quando nel 2014 ha battuto il record di Baumgartner lanciandosi da 41 km.

In ogni caso, non sono ancora troppo vecchio per avere un sogno spaziale anch’io. Ed è mettere il mio piede sulla luna. Ecco perché ci tengo così tanto che voi andiate su Marte tra 15 anni. Perché riuscirci vorrà dire che nel frattempo avremo fatto così tanti passi in avanti che ci sarà pure un turismo stellare. Il mio tornaconto personale sta qui. In questo regalo che mi vorrei fare per il mio sessantesimo compleanno. Tra una ventina d’anni, vorrei essere io a scattare questa foto qui.

Ci andrò? Riuscirò a scattarla?

Non lo so. Ma so che non dipende da me.

Dipenderà da voi. Dalle vostre esplorazioni.

Da quanto avrete spostato in avanti la frontiera della conoscenza.

La frontiera dei vostri desideri.