L’alternativa

Jack Vettriano, The missing man

Lo scorso fine settimana ci siamo ritrovati a Bologna con tanti amici di Movimenta per ragionare su come fare politica in maniera innovativa e per progettare iniziative. È stato bello ospitare e ascoltare altri partiti e organizzazioni come Italia in Comune, DiEM25, Volt e European City Teams: crediamo che con loro — e con altri che non potevano essere a Bologna — questo confronto non sia estemporaneo e debba anzi portarci a costruire sui tanti punti che ci accomunano.

Non abbiamo fatto in tempo a salutarci, domenica pomeriggio a Bologna, che è collassato tutto ciò che sembrava offrire un minimo di “stabilità” per i mesi a venire.

È stato fatto fallire ad arte da Salvini il tentativo (quanto reale?) di formare un governo Lega-5stelle, e l’ipotesi di elezioni anticipate è tornata non solo possibile ma altamente probabile già dopo l’estate. Negli ultimi giorni continuiamo a passare — ogni poche ore — da elezioni a brevissima scadenza, a governi senza fiducia, a larghe intese sovraniste. Continuiamo a girare a vuoto, tutti in balia dei tatticismi e dei calcoli di due signori che stanno dando l’impressione di essere guidati molto più da considerazioni personali che da valutazioni politiche. Non abbiamo certezze se non che siamo un Paese sull’orlo di una crisi di nervi.

In tutto questo, abbiamo il dovere di mantenere uno sguardo lungo e abbiamo l’intenzione di costruire una alternativa solida, che richiederà anni e che ci chiede di rinunciare ad ogni scorciatoia. Ma dobbiamo pure assicurarci che il nostro impegno resti collegato e segua l’evoluzione politica: ciò che vogliamo portare avanti come idee e iniziative, il nostro sforzo di trasformazione del Paese, non può essere organizzato senza considerare cosa accade nel frattempo nella vita politica e istituzionale del Paese.

Vedremo quindi cosa succederà nelle prossime ore, ma siamo consapevoli che c’è bisogno di ripensare in profondità lo schema da gioco, e che non dobbiamo cullarci nell’idea che basti riproporre “lo stesso”, o anche solo “lo stesso-un-po’-meglio” per andare da qualche parte. Che sia tra poche settimane, tra qualche mese, o fra cinque anni se mai la legislatura sarà avviata e durerà.

Ritengo che serva essere molto fermi sull’Europa e sul ruolo che l’Italia può e deve giocare in Europa, ma anche rinnovare un progetto che parta davvero dai giovani e dalle nuove generazioni, dalla formazione, dalla capacità di far nascere nuova impresa e di far crescere quella che abbiamo, dalle tutele da dare ai nuovi lavoratori, dalla lotta alle disuguaglianze, dal ruolo centrale che i comuni e la politica di prossimità possono avere per evitare lo sfaldamento finale delle nostre comunità.

All’Italia serve un progetto dove non c’è chiusura ideologica su schemi del ’900, dove la difesa dei più deboli e politiche che valorizzano il merito si rafforzano a vicenda perché la visione che si costruisce parte dai bisogni delle persone, ma anche da come gira il mondo oggi.

Per fare questo, dobbiamo sbarazzarci della sindrome della lista mono-tòna, “piccola e bella”, perché questo non è il tempo di fare testimonianza, ma è il tempo in cui abbiamo il dovere di produrre impatto. Ma dobbiamo pure stare attenti a pensare che basti organizzare un’ammucchiata nazionale per respingere i Di Maio e i Salvini. Ammesso che ci si riuscisse, si sgretolerebbe tutto il giorno dopo. Per rinnovare e proporre credibilmente un progetto nuovo, non basta certo un PD che cambia nome e si allarga a qualche “preoccupato dell’ultima ora”. Per essere assolutamente chiari: né un gruppetto, anche d’avanguardia, ma poco significativo; né un listone unico, che saprebbe molto di petizione vaga invece che di disegno nuovo, distintivo nelle persone che mette in campo e radicale nei modi e nella nettezza delle posizioni, nella sua proposta di non fare sconti alle varie connivenze tra i campioni della conservazione ben incardinati nei vari pezzi della nostra società: dentro un certo Stato, dentro certe banche, dentro certe imprese e certi sindacati, dentro certe università.

Oggi più che mai serve un fronte che segnali anzitutto discontinuità nelle persone. Lo dico perché ho stima di Paolo Gentiloni e di Carlo Calenda, ma la domanda che pongo è un’altra: chi sarebbero gli azionisti di questa operazione? Davvero pensiamo che gli italiani che non vogliono autoritarismo, chiusura, flat tax ed espulsioni di masse di badanti straniere, e che ancora mantengono un senso di rispetto delle istituzioni, voterebbero compatti e tutti convinti per un patto di desistenza temporanea, che voterebbero per una collezione di correnti (che è ciò in cui si è trasformato il PD)?

Io credo che serva un fronte coerente, che metta insieme non i soliti noti con una operazione di restyling ma leve giovani e fresche: associazioni e individui competenti nei propri mestieri e nell’amministrazione a vari livelli, in grado davvero, unendo le forze, di fare una sintesi al rialzo e di scompaginare.

Qualcosa in grado di parlare e rappresentare anzitutto coloro che vogliono un assetto socio-economico diverso, una Pubblica Amministrazione che concepisce i servizi partendo dai cittadini e non dalle procedure, e che chiedono, a casa nostra, di erodere le rendite e di portare nei palazzi l’afflato e l’esperienza di mille storie innovative d’Italia, e di andare a Bruxelles in maniera dura non per strappare questa o quella piccola flessibilità per spendere a pioggia, ma per arrivare ad un bilancio dell’Unione più legato alla difesa dello stato di diritto e decisamente più ampio e orientato ai territori.

Serve qualcosa che si presenti credibilmente come la prossima novità, la vera promessa di cambiamento strutturale e di esempio culturale per gli italiani di oggi e domani; e che non possa essere confuso neppure lontanamente con la prossima operazione di palazzo o dei potentati di questo o quel partito.

Per progettare e proporre tutto questo potremmo avere poco tempo a disposizione. In caso di elezioni a breve servirà, a strettissimo giro, formulare una proposta e trovare le persone capaci di incarnare tutto ciò e disposte a candidarsi, per lanciare, sulle liste con nomi e cognomi di chi deciderà di metterci la faccia, la raccolta di 50 mila firme da fare in poche settimane.

Non sarei d’accordo con uno schema federativo che puntasse ad aggregare organizzazioni. Lo dico sulla scorta dell’esperienza di +Europa, dal 4 marzo in affanno nel decidere del suo futuro perché bloccata da una governance di veti incrociati delle tre organizzazioni che l’hanno fondata; e lo dico pragmaticamente perché non ci sono assolutamente i tempi. Qui serve una associazione di persone capaci di stare ad un tavolo come nessun gruppo politico è mai riuscito a fare prima: generose, veloci, guidate dalla fiducia e dalla stima reciproca, che rappresentano mondi complementari e comunicano una nuova idea politica dirompente e non l’ennesima collezione di formule viste e riviste in passato.

Si sta scomponendo tutto, e noi dobbiamo ricomporlo velocemente. Usando la storia di ciascuno solo come dote, e pensando la nostra nuova politica come geografia, come nuovo spazio sociale, di aggregazione e sperimentazione dove ciascuno porta il meglio di quello che sa, o sa fare, e lo mette a servizio di un progetto scritto con un linguaggio chiaro, semplice, autentico.

Non vedo molte alternative. Non vedo molto altro all’altezza del momento storico che stiamo vivendo.

Soprattutto, potrebbe non restarci molto tempo prima di raggiungere il punto di non rottura.

Movimenta, in tutto questo, vuole assolutamente fare la sua parte.

Facendo anzitutto ciò che ha già iniziato a fare, e lavorando quindi dai prossimi giorni ad animare alcuni territori, a pensare a percorsi di formazione per coloro che vogliono attivarsi politicamente ma sentono di non sapere come fare e di non avere gli strumenti adeguati, a lanciare alcune iniziative su pochi ma veri nodi che ingessano o costringono il Paese a restare nello stato di catalessi e immobilità in cui si è ridotto.

E ovviamente vuole fare la sua parte alle prossime elezioni. Ma solo con chi vuole provare a ripensare e rilanciare, non solo a manutenere; perché la difesa tout court dell’Europa sarebbe vista come la difesa dello status quo e diventerebbe la premessa per essere tutti, mirabilmente, spazzati via. Vogliamo provarci con chi è disposto a correre di nuovo un rischio, e non solo a correre ad accaparrarsi questo o quel posto offerto in cambio dell’adesione ad un listone largo, ma poco profondo, e che pure in buona fede finirebbe solo per assecondare chi non vede l’ora di trasformare le prossime elezioni in un referendum sull’euro, sull’Europa, e visto che ci siamo anche sul Presidente della Repubblica. Sarebbe un azzardo, e l’inizio della fine, per l’Italia e — come onda lunga sulle elezioni europee — per tutta l’Europa.

Non è tempo di scommettere sulle scelte binarie, perché il malessere delle persone è diffuso e reale, e va ascoltato, compreso, e affrontato consapevoli che le risposte sono sempre complesse e mai in bianco/nero. Capisco la tentazione del fronte repubblicano, ma con quali persone lo facciamo? E con quali modalità, che siano in grado di segnalare che non si tratta solo di una difesa dell’esistente, dal momento che dell’esistente la gente non sa più che farsene? Non possiamo permetterci un Paese che salta nel buio.

Il rischio a cui stiamo andando incontro — di spaccamento dell’Italia in due, di impoverimento, di chiusura, di imbarbarimento, di centralismo e statalismo, di grande illusione collettiva — ci impone di fare la cosa meno evidente, la mossa più contro-intuitiva, la scelta più coraggiosa.