L’Europa ai tempi supplementari

(Mind, spirit and emotion)

DA UN LATO, il Regno Unito non vuole notificare formalmente la richiesta di uscita dall’Unione europea. Per farlo, il governo di Sua Maestà ha bisogno di un voto del parlamento, e non è detto che lo otterrebbe. Rischierebbe, tra l’altro, un dibattito parlamentare sull’implosione del Regno Unito, vista la ferma posizione degli scozzesi sul NO all’uscita dall’UE. Senza questa notifica, del resto, non succede niente di nuovo (o succede sottobanco, ed è pure peggio) e tutti finiscono paralizzati, che si tratti di Londra, di Bruxelles, o delle varie cancellerie dell’Europa continentale.

DALL’ALTRO LATO, i continentali chiedono, per superare l’impasse, che Londra si prenda le sue responsabilità e dia seguito a quanto uscito dalle urne. Anche perché siamo in una zona grigia e non preventivata a sufficienza, in cui anche i contingency plan fatti alla vigilia del voto erano stati più degli esercizi scaramantici di stile che non dei piani di guerra pensati nel caso in cui, come è poi successo, saltasse il banco. I continentali chiedono quindi coralmente che Londra, dopo aver deciso, si decida — pur sapendo che serve un governo britannico con la forza politica per farlo — intenzionati a ridurre il tempo di incertezza che avvantaggia speculatori e politicanti che soffiano sul fuoco. Ogni giorno che passa, infatti, crea instabilità, deteriora le condizioni finanziarie, e contribuisce a far passare il messaggio che l’Europa è solo una grande burocrazia inconcludente che non aiuta ad affrontare i temi veri, che sono poi quelli sottostanti al voto nel Regno Unito: l’immigrazione, le crescenti disuguaglianze, la progressiva perdita di ricchezza e potere d’acquisto.

Nel frattempo, a Londra, molti giovani — britannici e continentali — manifestano per scampare il rischio che, nella fretta di questi giorni, vengano prese decisioni storiche irrevocabili. E tuttavia, limitandosi a difendere la non-notifica britannica, rischiano di finire a fare il gioco di coloro che hanno creato il disastro, che sia il primo ministro, il leader dei laburisti, o anche lo stesso ex sindaco di Londra.

Tutto questo — incidentalmente — sta rivelando un fenomeno inedito: è servito un voto contro l’Unione europea per dimostrare che in realtà esiste un demos transnazionale, una sfera pubblica europea, una cittadinanza meno novecentesca e più articolata di quella che catalogano le anagrafi nazionali. La stragrande maggioranza dei cittadini dell’Unione sono stati raggiunti in questi giorni dalla notizia del voto di giovedì. Si stanno facendo una opinione. Sommaria e superficiale, magari. Ma comunque una opinione sul fatto di essere europei. Tra l’altro, il quasi-pentimento di molti britannici, e la reazione orgogliosa di molti continentali, stanno producendo il più impressionante spot pubblicitario a favore dell’integrazione che sia mai stato realizzato. Per l’identità europea, stanno facendo di più gli euroscettici in pochi giorni che i federalisti europei con decenni di convegni.

DA UN LATO, c’è un gigantesco errore di fondo. Che stanno facendo molti continentali — e basta seguire le varie prese di posizioni e dichiarazioni — e anche molti dei #LondonStays che stanno manifestando per restare nell’Unione europea. Questo errore di fondo, questo drammatico non-detto, questo istintivo retropensiero delle ultime ore è che l’uscita immediata del Regno Unito genererà AUTOMATICAMENTE un rilancio dell’integrazione sul Vecchio Continente. «Leviamoci di torno la zavorra e riprendiamo a veleggiare veloci». Purtroppo è una lettura un po’ naïf di come funziona l’Europa. Ogni passo in avanti — di quelli sostanziali che comportano ulteriori cessioni di sovranità nazionale; di quelli che hanno la forza di integrare vaste aree di interesse pubblico — richiedono infatti trattative infinite, ratifiche parlamentari, e altri referendum che devono andare bene in diversi Paesi dell’Unione contemporaneamente. Purtroppo (o per fortuna) non si crea un governo europeo a tavolino, con un negoziato diplomatico. E del resto, se non è stato fatto da Alcide De Gasperi, Jean Monnet e Robert Schuman all’indomani di una guerra mondiale, non lo faremo certo adesso dentro una sala quattro volte più affollata di allora e con leader europei meno allineati sul cosa fare, e sul modo in cui farlo.

DALL’ALTRO LATO, si è senza dubbio creato uno spazio, che può portare ad un rilancio. Ma a condizione che il dibattito smetta di essere ostaggio di discorsi sugli assetti e sulle ingegnerie istituzionali — grazie anche ad un atto di coraggio vero, che ci faccia uscire da un decennio di discussioni sull’ultima deroga o sull’ennesimo “opt out” — e diventi un dibattito sulle grandi fratture che si trovano a dover affrontare le nostre società contemporanee: che si tratti del rapporto tra indigeni ed immigrati; della crescente disuguaglianza sociale ed economica; del rinculo delle libertà e dei diritti; del progressivo impoverimento di porzioni sempre più ampie della popolazione; della fine del lavoro ordinato e impiegatizio come formula di remunerazione della massa come è stato in società statiche e a modesto sviluppo tecnologico; del ruolo dell’istruzione e della conoscenza come primario strumento tanto di lotta contro le rendite quanto di emancipazione non più (solo) individuale ma anche collettiva.

Per affrontare questi temi, gli ingredienti sono noti da tempo, ma non sembra che ci siano in giro molti che abbiano finora azzeccato la ricetta. Quando servirebbe invece affrontarli di petto, e costruire una nuova solidarietà tra gli europei a partire proprio da nuove sperimentazioni di politiche pubbliche su scala continentale, anche per evitare che a parlare di bisogni siano solo coloro che (ancora) non governano e che si possono permettere di mentire dando a intendere che ci sono soluzioni semplici per risolvere problemi complessi.

È per questo che, indipendentemente da come evolverà il tentennamento britannico, abbiamo davanti un’occasione enorme — una crisi intesa etimologicamente come “opportunità” — ma a condizione di fare in fretta, e di accendere quindi un riflettore enorme non sui termini della separazione e sugli onorari dei rispettivi avvocati, ma sulle cause profonde che hanno portato a maturare la convinzione del divorzio.

Ed è altamente probabile che, in tutto questo, le istituzioni di Bruxelles e le cancellerie continentali sarebbero molto aiutate, a ritrovare il giusto focus, da un movimento di giovani (e meno giovani) europei che si mobilitassero per “politicizzare” il dibattito pubblico che sta coinvolgendo milioni di persone per chiedere l’apertura di una stagione (ri)costituente con cui trasformare l’Europa in un luogo più integrato e più ambizioso in termini culturali e finanziari, e quindi disposto a ridisegnare e farsi carico di politiche continentali di accoglienza, redistribuzione, education. E che potrebbe pure sfociare nella richiesta di un secondo referendum, ma non per far votare di nuovo i sudditi di Sua Maestà, quanto per far votare tutti i cittadini europei sul mandato da dare ai leader continentali affinché lavorino insieme sui problemi comuni agli europei e che nessun Paese, da solo, può più pensare di affrontare.