Perché era importante salvare lo Strampelli

Due giorni fa il CIPE, il comitato dei ministri presieduto dal capo del governo che decide su molti dei finanziamenti e degli investimenti del Paese (dalle infrastrutture ai fondi europei), ha approvato il progetto proposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per riqualificare e valorizzare il centro “Nazareno Strampelli” di Rieti. Il luogo dove cento anni fa sono state condotte le sperimentazioni genetiche sul grano che hanno cambiato per sempre la storia dell’agricoltura mondiale. E il luogo che, dopo decenni di lento ma inesorabile declino in cui aveva finito per assomigliare sempre di più ad un pezzo di Novecento sopravvissuto per sbaglio, alle fine dello scorso anno stava praticamente chiudendo. Con qualcuno già pronto a portare via anche lo strumentario di Strampelli e la collezione di centinaia di ampolle di vetro con dentro i chicchi di grano — ogni ampolla una varietà, un patrimonio, una storia.

Negli ultimi mesi il Ministero ha lavorato per scongiurare ciò che sembrava inevitabile: ha aperto una trattativa con il Consiglio per la ricerca e l’analisi dell’economia agraria (CREA) che, in fase di ristrutturazione di tutta la sua rete in Italia, non aveva inizialmente messo lo Strampelli di Rieti nel radar; ha messo intorno al tavolo tutti coloro che potevano avere un interesse reale, a partire dall’università della Tuscia; e non ha messo intorno allo stesso tavolo tutti coloro che avevano un interesse a fare solo ipotesi, a dire «poi vedremo», ad avanzare questa o quella idea senza avere la minima contezza di chi avrebbe poi dovuto (e potuto) tradurla in realtà.

Ci sono voluti un po’ di mesi, fatti di silenzi e costanza, di esplorazioni e verifiche, ma alla fine ha funzionato: il centro Strampelli rinasce. Nell’anno dell’EXPO e alla vigilia dei 150 anni dalla nascita del famoso genetista.

E rinasce non per farci un museo che nessuno conosce o visita, qualcosa che appena riesce a cristallizzare il passato. Rinasce con 3 milioni di euro (50% fondi ministeriali, 50% fondi CREA e Tuscia), per diventare un luogo dove si fa ricerca; dove, grazie al “brand” e alla rinomanza mondiale, si attraggono risorse e persone da ogni altro posto.

Lo Strampelli rinasce a partire dall’olio. Con un centro che, a partire dalla terra dove è nata la prima DOP italiana (olio sabino, 1996) e dove, secondo la vulgata, cresce l’ulivo millenario più antico del mondo (Canneto Sabino), avrà l’obiettivo di raccordare l’innovazione nella filiera olivicola-olearia e di favorire il trasferimento tecnologico agli operatori del settore.

Il rilancio avverrà, inoltre, in stretto collegamento con il programma “PhD Cibo e sviluppo sostenibile” portato avanti dalla Fondazione CRUI (la fondazione delle università italiane) assieme a Coldiretti, e grazie al quale dottori di ricerca con esperienza internazionale potranno contribuire ad arricchire le attività del nuovo centro di Rieti. Diventerà un luogo dove si incontreranno ricerca e impresa per capire come fare dell’olio un prodotto che — sempre più massicciamente in termini di quantità, e in modo sempre più penetrante e diffuso in termini di geografia — rappresenta l’emblema di ciò che di meglio l’Italia esprime nel mondo.

Un luogo in cui resteranno gli oggetti destinati ad un museo e in cui sarà recuperata la storica serra in cui Strampelli portò avanti le sue ricerche. Resterà tutto, sì. Perché non serve solo per preservare la memoria. Ma anche per aiutarci tutti a ricordare quanto sia stata fissata in alto l’asticella. E perché serve alla città per ricordarsi che può ripartire, se capisce che lo Strampelli è — prima di tutto — un “agente coagulante”, il luogo capofila della riscoperta di una vocazione di tutto il territorio. Se capisce che non può farsi sconti. Perché non è più il tempo delle piccole cose, delle cose fatte solo abbastanza bene perché tanto si vive isolati e nessuno si accorge che qualcun altro — a 50, 500 o a 5 mila chilometri — sta facendo le stesse cose, ma le sta facendo decisamente meglio. Se capisce che, in definitiva, Nazareno Strampelli può essere un modello. Uno strepitoso «alimentatore di sogni» per tutti quei ragazzi, non solo di Rieti, che stanno capendo cosa fare da grandi e che sentono il bisogno di studiare la lezione di una storia che non solo viene da, ma porta anche, lontano.