Se dovessimo rifarla

Un concorso del MIUR rivolto agli studenti, perché riflettano sul loro essere giovani cittadini europei.

Nasceva poco più di un anno fa — questo blog — per parlare (anche) di Europa. Nasceva quando la tranquillità di Parigi veniva sconquassata da un attentato brutale, che colpiva non una sola città o un solo Paese ma tutta una comunità di destino.

Di cose europee, in strada e dentro le istituzioni, ne sono successe da allora. Cose che hanno richiesto — e sempre più richiederanno — di evitare “pensieri costipati”, e che ci invitano invece a capire come si possano aggregare le tante comunità figlie dell’integrazione europea e sparse nei diversi Paesi dell’Unione.

Affinché insieme si organizzino per costruire nuove opportunità di crescità comune e di solidarietà diffusa. Per fare in modo che unire i puntini diventi il prossimo “whatever it takes”.

In questo anno abbiamo fatto qualche primo esperimento per testare come ingaggiare una generazione di “nativi europei”, organizzando a Siena (a maggio e a settembre) un laboratorio di frontiera per ventenni motivati e svegli. Al Santa Chiara Lab ragazzi da tutto il continente si sono misurati con il loro prurito di attivismo, provando ad immaginare e a prototipare un nuovo modello di comunità partendo da una domanda semplice: “dove sta andando l’Europa?” — e soprattutto, “cosa possiamo fare noi, oltre a stare-a-guardare?”. I due esperimenti senesi mi hanno insegnato come alle volte, per “cambiare il mondo”, serva anzitutto decidere di cambiare canale.

Nel frattempo è arrivato il Brexit, e l’inizio di un periodo di incertezza profondo e prolungato, in cui non passa mese in cui non viene meno uno dei riferimenti tradizionali. In cui non si sa più dove, né a chi guardare. Eppure, un periodo anche interessante, in cui stiamo assistendo ai vagiti di un demos transnazionale, di una consapevolezza pubblica europea che — anche se non ancora a sufficienza, anche se non ancora senza tutta la necessaria durezza — scende in piazza, fisica o virtuale non importa, per dire che non è tempo di isolarsi, perché chi si isola finisce prima o poi col costruire muri.

Proprio mentre si discute da mesi di avviare un negoziato intergovernativo per far uscire un Paese dall’Unione, è diventato ormai chiaro a tutti che la soluzione non potrà essere una riforma dei trattati, per la quale non ci sono le condizioni, ma l’avvio di una lunga stagione “dal basso”, in cui un movimento sempre più vasto proponga con insistenza una trasformazione profonda dell’Europa, per farne un luogo capace di ridisegnare a livello continentale politiche di accoglienza, redistribuzione, istruzione.

Perché questa volta non ci sono scorciatoie.

Perché c’è sempre meno che si possa “chiedere” a Bruxelles, dal momento che sempre meno Bruxelles — alle regole attuali — è in grado di rispondere.

Perché per riuscire un giorno a federare gli Stati bisogna iniziare oggi a federare i cittadini.

Anche da queste riflessioni e da questi primi esperimenti, è nato il concorso “WE_WelcomeEurope”, lanciato dal MIUR con il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Abbiamo voluto scampare il pericolo di organizzare l’ennesimo concorsino per le scuole. Piuttosto, avevamo in testa un “meccanismo di attivazione di cittadinanza europea”; uno schema con cui stimolare i nostri studenti a immaginare come avremmo potuto costruire l’Europa se fossimo stati nelle condizioni di partire oggi da zero. E soprattutto, uno schema per stimolarli a riflettere su cosa puntare — loro per primi — per tenere insieme nei prossimi anni una generazione senza frontiere.

L’obiettivo principale del concorso è diventato, quindi, sviluppare una narrazione corale sull’Europa che i giovani hanno in mente, con proposte che puntino non tanto a “chiedere iniziative a Bruxelles” quanto a pensare nuove forme di aggregazione orizzontale, tra studenti di diversi Paesi, in un’epoca in cui non è mai stato così facile comunicare, viaggiare, provare a sintonizzarsi. Per questa ragione, col concorso chiediamo ai ragazzi di riflettere, da un lato, sui temi di cui l’Unione del futuro dovrebbe occuparsi e, dall’altro, su quali frutti dell’integrazione europea — ad esempio esperienze di mobilità, solidarietà, ospitalità, crescita sostenibile — si potrebbero valorizzare, e come.

Bastano un video o un album fotografico (fatti anche con lo smartphone). La proposta (qui i dettagli) è rivolta ai ragazzi delle scuole secondarie di I e II grado, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. Avranno fino al 17 febbraio 2017 per rispondere, singolarmente o in gruppo.

Anni fa mi sono imbattuto in una frase di Jean Monnet. Diceva “si c’était à refaire, je commencerais par l’éducation” (“se dovessimo rifarla, partirei dall’istruzione”). Ho scoperto solo tempo dopo che si trattava di una citazione apocrifa. E ho pensato che la storia è piena di profezie inesatte, ma che ogni tanto qualcuna — col tempo — diventa vera.
Qui la circolare.