In fuga dalle guerre

Aumentano i richiedenti asilo in Italia


Il 7 maggio 2015, a 85 miglia al largo delle coste libiche, la Marina Militare italiana individua un relitto a 375 metri di profondità. È ciò che resta del peschereccio di 25 metri che il 18 aprile si è capovolto e inabissato, trascinando con sé oltre 800 migranti. I numeri ufficiali parlano di 28 superstiti, 24 vittime accertate, tutti gli altri sono morti senza nome. È stata definita la più grande strage di migranti di sempre. Un evento che ha esasperato il dibattito sociale e politico, mettendo a dura prova la capacità del nostro sistema mediatico di rispettare i diritti dei minori e dei soggetti più deboli.
L’Unione Europea, chiamata ad agire con tempestività, sta introducendo nel dibattito istituzionale il tema delle migrazioni. La commissione europea discuterà un programma che potrebbe rendere obbligatoria l’accoglienza dei migranti per tutti i paesi firmatari del Trattato di Dublino. L’unica condizione è che si creino dei centri di smistamento e commissioni di esperti che si occuperebbero dell’identificazione delle persone sbarcate in Italia.
I primi tre mesi del 2015 confermano l’andamento record dell’anno precedente, quando sulle nostre coste arrivarono complessivamente 170mila migranti (dati Unhcr). Molti di loro fuggono da guerre e persecuzioni. Uomini, donne e bambini che, una volta raggiunta l’Europa, devono affrontare un lungo iter burocratico per godere della protezione riconosciuta loro dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Troppo spesso, il flusso migratorio viene percepito come un movimento indistinto di persone, indipendentemente dallo status giuridico. La 54esima sessione della Commissione per i Diritti Umani dell’Onu (1998) ha affermato che il termine migrante dovrebbe riferirsi “a tutti i casi in cui la decisione di migrare è presa liberamente dall’individuo in oggetto, per ragioni di ‘convenienza personale’ e senza intervento di un fattore costrittivo esterno”.
Concetto diverso è quello sancito dall’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce rifugiato colui il quale, “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.
I conflitti in Siria e Libia, il terrorismo, l’emergenza umanitaria nel Mediterraneo, sono elementi che impongono una profonda riflessione sul diritto d’asilo e sul recente aumento delle istanze di protezione. Da dove vengono e dove sono diretti i rifugiati? Quali sono le procedure per le richieste d’asilo? Il mondo dell’informazione italiano rispetta i principi sanciti dalla Carta di Roma? Come contribuiscono il Piemonte e la città di Torino al sistema di accoglienza nazionale?
di Fabio Grandinetti

LA PIETA’ DELLE CANDELE

Torino, Murazzi del Po: 800 candele per ricordare la più grande strage di migranti nel Mediterraneo. di Sabrina Colandrea

LE GRANDI MIGRAZIONI

Le mappe

di Alessio Incerti

I paesi di origine dei migranti che arrivano in Italia. Clicca qui per la mappa interattiva

Nigeria, Pakistan, Somalia. Sono questi i paesi da cui provengono principalmente i migranti che richiedono asilo in Italia. A differenza di ciò che si pensa, la maggior parte di coloro che sbarcano sulle nostre coste non proviene dall’Africa del nord, ma da quella centrale (Mali, Ghana, Burkina Faso, Sudan e Senegal), per sfuggire a situazioni politiche e sociali drammatiche.

Proprio in Nigeria il problema Boko Haram (l’organizzazione terroristica affiliata a Isis) ha spinto gran parte della popolazione a chiedere aiuti ad altri paesi. Nel Corno d’Africa (Somalia e in minor misura Eritrea) la situazione è analoga: Al-Shabaab, altro gruppo di matrice terrorista, è molto radicato nel territorio. Una situazione che si è evoluta rispetto agli anni Novanta, quando le principali richieste arrivavano dalla ex Jugoslavia dilaniata dalla guerra. Guardando a Est, la diaspora maggiore si registra da Pakistan e Afghanistan, mentre minore è il flusso dalla Siria e dalle zone limitrofe. Lo stato più orientale da cui provengono i rifugiati è il Bangladesh. (Dati aggiornati a fine 2013)

I paesi di destinazione dei migranti in base allo stato di partenza. Clicca qui per la mappa interattiva

Spostando l’attenzione sui Paesi di arrivo, ci si accorge che l’Italia non è la nazione europea che ospita il maggior numero di migranti. Un numero molto maggiore di rifugiati arrivano in altri Paesi del “Vecchio Continente”. Germania, Regno Unito e Francia. Anche se c’è da dire che specie in Germania la comunità dell’est Europa è radicata da più tempo, tanto è vero che molti sono gli abitanti di origine polacca (senza sottolineare la grande immigrazione dalla Turchia). Discorso analogo per indiani e pakistani in Inghilterra. E la Francia ha alle spalle una storia legata a doppio filo con l’area Maghrebina del Nord Africa. Mentre la Scandinavia è il posto più ricercato per le popolazioni che provengono da paesi coinvolti in un conflitto. Infatti solo nel 2013 più di 16mila siriani hanno chiesto asilo in Svezia. Negli Stati Uniti invece, paese di immigrazione da sempre, i migranti provengono principalmente da Cina e, ovviamente, Messico.

La concentrazione dei profughi in Piemonte. I richiedenti asilo sono solo un quarto. Clicca qui per vedere la mappa interattiva.

385mila: questa la popolazione straniera residente in Piemonte, di cui la metà solo a Torino. Le stime dell’anno in corso (dal dicembre 2014 a fine aprile 2015) non fanno che confermare l’andamento di questi ultimi anni. Sui 3210 profughi arrivati nella regione, infatti, più di 1300 risiedono nel capoluogo. Tutte le altre province sono comunque rappresentate in maniera significativa, soprattutto Alessandria e Cuneo. Un dato interessante riguarda le persone inserite nel programma di protezione per richiedenti asilo. Solo 830, esattamente un quarto della popolazione arrivata. Le statistiche relative al nuovo parlano chiaro: su oltre 1600, più di 700 sono ospitati a Torino. E, se anche in altre province esistono strutture d’accoglienza, in questo momento — come ha detto l’assessora regionale all’integrazione Monica Cerutti- questa funzione è tutta a carico del Centro di permanenza temporanea di Settimo Torinese.

MIGRANTI NELL’ARTE

BR1, street artist

di Claudio Carollo

BR1 è la firma di un calabrese di Locri, classe ’84, emigrato a Torino per laurearsi in diritto islamico e diventare avvocato. Adesso è uno Street-artist conosciuto e apprezzato in Europa. Una delle ultime opere di BR1 si trovava tra via Piave e via Carlo Ignazio Giulio: un migrante con gli occhi sgranati e la mano tesa verso il passante, nel tentativo di non affogare in mare. Era incollata su un cartellone pubblicitario in disuso, un poster 6x3 abusivo, clandestino. Ed è per questo che è stato rimosso, così come succede dopo qualche tempo con tutti i suoi lavori. È una scelta che fa BR1: “Mi piace il concetto che l’opera non rimanga ma che sia di passaggio, proprio come i migranti. I miei interventi sono poster su carta dipinti con acrilici, diversi dai graffiti perché la loro durata è effimera. È bello che il passante ci si possa imbattere”.

Courtesy of Br1

Come hai iniziato? “È nato tutto da una riflessione. Sono molto affascinato dai simboli sociali, come il velo che copre il volto delle donne del Maghreb. Figure facilmente identificabili che però non venivano mai rappresentate. Mi sono chiesto perché. Negli articoli di geopolitica il velo simboleggiava la cultura medio-orientale e sono partito da qui”.

Che significato vuoi trasmettere con le tue opere? “Non voglio fare della cronaca. Il ruolo dell’artista è di riflettere. Spesso i soggetti dei miei ritratti sono persone invisibili, che vengono considerati numeri, la cui identità passa in secondo piano anche se sono nella nostra quotidianità. L’obiettivo è di farli tornare protagonisti, i colori accesi servono a questo. E servono anche a dare visibilità nello spazio pubblico. Sto costruendo la mia arte su piccoli tasselli, per creare domani un qualcosa, un discorso più profondo che deve essere valutato nel suo insieme”.

Credi che la società italiana sia razzista? “C’è tanta tolleranza ma c’è anche tanto razzismo, sarà sempre così. Il razzismo è radicato dovunque. L’Italia ha molto da insegnare in quanto ad accoglienza e convivenza, però l’opinione pubblica è composta da voci diverse ed è responsabilità di politica e media trattare questi temi con attenzione”.

Le storie

Amir, dall’Afghanistan

di Federica Frola

“Ero solo un bambino quando mio padre è stato assassinato dai Pashtun talebani nella guerra civile scoppiata in Afghanistan dopo l’11 settembre 2001”. Amir ora ha 26 anni, è scappato dal suo paese molto tempo fa, i suoi tratti sono asiatici, tipici del popolo Hazariano, discendente dagli invasori mongoli del XIII secolo, e il suo sogno è quello di vivere in Svezia. Con lo sguardo fisso in un punto, ci racconta come è arrivato in Italia: “La lunga catena di persecuzioni e uccisioni ha causato una vera e propria diaspora del mio popolo, chi non è stato ucciso o protetto da partiti politici filo-iraniani, è scappato in Iran, uno stato islamico di fede sciita”.

Courtesy of Br1

Anche Amir e la sua famiglia sono espatriati, trovando però una condizione ancora ostile: gli iraniani discriminano il popolo afghano immigrato, impedendogli ad esempio di studiare nelle loro università. Così la polizia iraniana negli ultimi anni ha cercato di rimpatriare Amir e i suoi connazionali. “Sono partito per l’Europa, investendo i risparmi della mia famiglia in un viaggio della speranza. Ho lavorato per qualche mese in Turchia, per poi andare in Grecia, e permettermi di pagare i trafficanti di uomini a Patrasso. Sono stato caricato su un camion e ho attraversato l’Italia, la Francia, il Belgio e la Danimarca per giungere in Svezia dove ho fatto la domanda d’asilo come minore”.

Amir ha vissuto lì per quattro anni: “Poi compiuti i 18 anni mi hanno rimandato in Italia perché in questo paese ero stato preso anni fa dalla polizia che mi aveva obbligato a lasciare le impronte”. Secondo il Regolamento di Dublino, infatti, una volta maggiorenne, avrebbe potuto chiedere asilo solo nel primo paese dell’Unione Europea in cui era giunto. Lui ora è in Italia, ma vuole tornare in Svezia, è la sua patria, ha imparato la lingua, condivide la cultura ed è convinto che si viva molto meglio al Nord. “Nel mio paese ci obbligavano a pensare come loro (i sunniti, ndr), bisognava fare quello che volevano i Pashtun perché ci minacciavano a morte”.

I paesi scandinavi rispettano i diritti umani e sono l’unico paese che garantisce due anni di residenza ai rifugiati. La maggior parte dei ragazzi come Amir scappano per ottenere la libertà di pensiero: “affrontiamo un viaggio molto lungo e faticoso, e ci aggrappiamo all’unica certezza che abbiamo: la speranza”.

Halid, dall’Iraq

di Maria Teresa Giannini

“Io sono quello che potete chiamare un ‘migrante di seconda generazione’: sono nato in Iraq, da genitori palestinesi. Quando arriva la guerra e gli americani entrano nel paese, nel 2003, io sono ancora un ragazzino, e all’inizio decidiamo di resistere. Dopo poco però la situazione diventa insostenibile: il paese è tutto un vortice di violenza e così scappiamo verso occidente”. La voce di Halid è bassa ma leggermente tremula. Racconta mentre è seduto al tavolo di un bar, davanti a un caffè macchiato. La giornata di lavoro è appena terminata e il suo tono è pacato come colui che è attraversato da un desiderio contraddittorio: narrare il proprio vissuto e risentire d’improvviso la bellezza e l’orrore di quegli anni, o accontentare l’interlocutore con poche parole laconiche?

Courtesy of Br1

“Siamo arrivati in Siria, dove ci siamo rifugiati per 5 anni in un campo profughi gestito dall’ONU”. Ha la pelle chiara e i capelli corti, di un castano ramato. Gli occhi scuri e rotondi e il viso squadrato. Nulla, tranne l’intonazione, tradirebbe il suo essere mediorientale. “In effetti la mia storia è quella di una persona molto fortunata: mi sono inserito in un programma di lavoro, sempre per conto dell’ONU, e grazie a loro ho ottenuto un visto per la Svezia, dove ho passato un anno come rifugiato. Lì ho lavorato come falegname e ho imparato qualche parola di svedese. Poche, però: ho dei parenti in quel Paese e, come può immaginare, parlavo soprattutto la mia lingua e l’inglese. La gente lì è molto diversa dagli italiani, ma è stata ugualmente cordiale verso di me”.

Halid ha vissuto per pochi mesi nel Nord Europa, eppure abbastanza per rivelare in maniera inequivocabile la differenza di contesto economico con l’Italia. “La Svezia non ha sofferto la crisi come l’Italia: lì c’era lavoro per tutti, perciò era anche più facile inserirsi nella società. In Italia, io lo vedo, non c’è lavoro nemmeno per i suoi stessi cittadini, perciò appena un’organizzazione, come l’ONU nel mio caso, ti propone qualcosa, tu puoi solo accettare”.

Halid tira un profondo sospiro e poi riprende con il suo sorriso a metà, dall’aria insolitamente yankee. “Arrivai in Calabria e dopo qualche mese, a Torino, dove ho incontrato il mio attuale capo. Lavoro, grazie al cielo, in una pizzeria nei pressi di Palazzo Nuovo e la gente di qui mi ha sempre riservato solo sorrisi e gentilezza”.

Ma perché proprio l’Italia? ”E’ una destinazione che non ho scelto. Mi è stata assegnata e ho dovuto acconsentire, ma non me ne pento. Ringraziando Dio ho un lavoro, una casa e vivo con i miei genitori qui”. Parla lento Halid e ad ogni frase spezza le sue parole con un ‘Inshallah’, quasi che il suo futuro sia nelle mani di Dio. Poi, finalmente, confessa perché un mediorientale diventa un migrante e perché un migrante anela alla fuga verso l’Occidente. “Siamo bisognosi ma non stupidi: capiamo le persone che ci avvertono dicendo “qui non c’è lavoro, un tempo si viveva bene ma adesso non più”. Personalmente non sono arrivato in Italia illegalmente, sui motoscafi, ma conosco persone che lo hanno fatto e non mi è difficile capire le loro ragioni. Il fatto è che a noi non importa. Mi spiego meglio: siamo disposti ad una vita dura e di rapporti non facili, ma tutto quello che conta è scappare dalla morte e trovare territori di pace. Il destino ha voluto che nascessi in un paese straziato dalla violenza. I miei amici torinesi parlano di guerra, ma non sanno davvero cosa sia. E mi auguro che non lo scoprano mai!”

PARLA OSVALDA BARBIN DI AMNESTY

Intervista a Osvalda Barbin, responsabile della sezione Piemonte di Amnesty International

AUMENTA IL RIFIUTO ALL’ASILO

Le procedure

di Daniele Pezzini

Negli ultimi anni l’Italia ha affrontato un boom delle richieste d’asilo. Lo dicono le statistiche: nel 2013 le domande di protezione internazionale sono state circa 28.000; nel 2014 sono aumentate del 143%, arrivando a superare quota 65.000. Rispetto alle 10 mila richieste presentate nel 2010 l’incremento è stato addirittura del 550%.

Richieste d’asilo in Italia negli ultimi 5 anni

Un primo picco era stato raggiunto nel 2011 quando, a seguito dello scoppio delle primavere arabe e del conseguente afflusso straordinario di migranti verso il nostro paese, il Governo aveva dichiarato lo stato di emergenza umanitaria su tutto il territorio nazionale, conclusasi poi alla fine del 2012, quando la situazione sembrava essersi normalizzata. Ma la crescente instabilità dei paesi mediorientali, oltre allo scoppio della crisi ucraina, ha fatto precipitare nuovamente la situazione: nei primi due mesi del 2015 sono state registrate quasi 12.000 domande.

La maggior parte dei richiedenti asilo viene ospitata all’interno dei centri d’accoglienza sparsi su tutto il territorio nazionale, in attesa del completamento della pratica per l’ottenimento dello status di rifugiato.

Ma quali sono le procedure per la richiesta d’asilo e per l’ottenimento della protezione internazionale?

A spiegarcele è Samir Samimi, un ragazzo afghano di 28 anni, da sette in Italia. Studia Relazioni Internazionali alla Sapienza e collabora con la Commissione Terrritoriale per la Protezione Internazionale dei Rifugiati, presso la prefettura di Roma. Tra le altre cose, fa anche da interprete ai richiedenti asilo di lingua pashtun e indi.

“Il Regolamento di Dublino (il Regolamento UE n. 604/2013, entrato in vigore il 1 gennaio 2014, ndr) impone che la richiesta d’asilo debba essere inoltrata nel paese in cui il migrante arriva per la prima volta — spiega — se anche volessero spostarsi e fare domanda in altri paesi, verrebbero respinti”. Nessuna possibilità di muoversi prima di avere uno status riconosciuto, dunque.

“La procedura per la richiesta d’asilo inizia con la registrazione delle impronte digitali, lo scatto della foto segnaletica e una prima intervista presso la Questura competente, dopodiché ai migranti viene rilasciato un permesso di soggiorno di sei mesi per richiedenti asilo e, se non hanno altro posto dove stare, vengono portati nei C.A.R.A. (i Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo). Nel frattempo la pratica viene mandata alla Commissione territoriale, quella in cui lavoro io. Fino a qualche tempo fa erano dieci in tutta Italia, ma recentemente le hanno aumentate per far fronte all’emergenza (sono diventate 20 col dl 119 del 22/08/2014, ndr)”.

Le Commissioni, in base alla disponibilità, stabiliscono un calendario di incontri con i richiedenti asilo per intervistarli e valutare le loro domande.

“Le Commissioni sono composte da quattro membri: un rappresentante del Governo, uno dell’UNHCR, uno del Comune competente e uno della Polizia di Stato. Ci sono quattro possibili risposte che la Commissione può dare al richiedente: il riconoscimento dell’asilo politico, la protezione sussidiaria, la protezione umanitaria, che è presente solo in Italia, e infine il diniego”.

I possibili esiti delle richieste d’asilo

Proprio il diniego rappresenta l’esito più frequente: nel 2013 il 29% delle richieste sono state respinte, mentre appena il 13% dei migranti ha ottenuto lo status di rifugiato. Nel 2014 il divario è ulteriormente aumentato: 37% di dinieghi contro il 10% di esiti positivi per la richiesta d’asilo.

Esiti Richieste d’asilo in Italia

D’altronde una delle problematiche principali di queste procedure è che le valutazioni si basano, nella maggior parte dei casi, solo sul racconto dei migranti. “A volte un richiedente asilo riesce a portare con sé delle prove delle persecuzioni subite — spiega Samir — come fotografie, minacce scritte o telefoniche, ma nella maggior parte dei casi ci si deve basare solo sul colloquio. I commissari comunque sanno cosa avviene nei paesi di origine dei richiedenti asilo, fanno dei corsi di formazione e sono ben informati sulle situazioni di crisi nelle varie aree del mondo”.

“L’accoglienza non paga”, i motivi dei ‘no’

di Simone Vazzana

Nel 2014, l’Italia ha ricevuto circa 65 mila richieste di asilo. Il 37%, raccontano i dati del Ministero dell’Interno, ha avuto esito negativo, concludendosi con un diniego. I motivi sono molteplici, come spiega l’avvocato Maurizio Cossa, avvocato di Torino e socio Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione).

Il quadro dei dati forniti dal Ministero dell’Interno parlano di quasi quattro richieste su dieci respinte: quali sono le ragioni? “Sono diverse. Quella principale riguarda la legislazione, estremamente vecchia. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, le richieste di asilo erano essenzialmente legate ai problemi politici di allora: si voleva fuggire dal sistema dittatoriale sovietico per entrare nella democrazia occidentale. Sono passati tanti anni, ma la norma internazionale non è cambiata. Dunque, anche i criteri sono rimasti quelli di decenni fa. È impossibile che possano accogliere il flusso di persone che fuggono da situazioni di guerra, semplicemente perché non sono situazioni previste. Il sistema degli ingressi, in Italia, è bloccato da anni. Non esiste una forma legale vera e propria per entrare nel nostro Paese”.

Perché i governi dei Paesi accoglienti non vogliono cambiare queste norme? “L’Europa non ha intenzione di accogliere migliaia, se non milioni, di persone in fuga dai rispettivi Paesi. Quindi, si nasconde dietro strumenti internazionali deboli, non pensati per problemi attuali. Politicamente, lo dicono i numeri, l’accoglienza non paga”.

La richiesta d’asilo è quindi l’unico modo legale per entrare in Italia… “Esatto. Chi vuole entrare in Italia per scampare a guerre, epidemie o alla miseria estrema, ha solamente questa strada. Il 37% relativo al numero di richieste respinte si spiega proprio così: molti si presentano come rifugiati, anche se non ne hanno le caratteristiche, non hanno i requisiti. Oppure, ce l’hanno in parte. Si può essere respinti, ma per molti è una boccata d’ossigeno: prima della risposta del Paese ospitante, infatti, il richiedente può soggiornarvi per alcuni mesi”.

Migranti ospitati a Villa Quaglina (AT)

Come si può effettivamente dimostrare di essere un rifugiato? “Servono dei documenti ufficiali che dimostrino effettivamente la storia che si racconta in quei due colloqui iniziali. Qui sta il difficile: i migranti che arrivano in Italia, magari su un barcone, non hanno nemmeno i documenti d’identità. Spesso non ce li hanno nemmeno in patria. Raccontano la loro storia, ma impossibilitati nel garantirne alla commissione la veridicità, anche solo potenziale. Alcune esperienze, poi, sono vendute da soggetto a soggetto: se funziona per un migrante, con un passaparola la storia viene diffusa tra i connazionali. Ovviamente, la Commissione se ne accorge, imponendo un diniego. Sull’altro piatto della bilancia ci sono poi storie drammaticamente vere, ma indimostrabili. Ci sono poi dei richiedenti asilo che dicono di essere, per esempio, maliani. Anche se non lo sono. In Mali, infatti, la situazione politica del Paese è tale da poter dare veridicità alle storie dei migranti”.

Non solo rifugiati politici, ma anche religiosi. Oppure omosessuali… “In passato mi sono occupato proprio delle richieste d’asilo degli omosessuali. Fanno parte di un gruppo sociale perseguitato a causa di un’opposizione personale, punito con una pena indecorosa secondo i criteri occidentali. Dal punto di vista normativo, si è allargato il concetto di persecuzione: esiste quando il soggetto è parte di un gruppo e viene punito per appartenervi. In alcuni Paesi, anche democratici, gli omosessuali vengono incarcerati o addirittura condannati a morte”.

Lei si sta occupando adesso dei rifugiati climatici… “Sì, credo sia un caso destinato a crescere nei prossimi anni. Lo scioglimento dei ghiacciai sta causando l’innalzamento dei mari e ci sono intere porzioni di terra destinate a essere sommerse. Il diritto alla vita deve essere garantito”.

L’ACCOGLIENZA AL CIE DI SETTIMO

Centro di accoglienza di Settimo Torinese. L’intervista ai responsabili per capire le procedure di accoglienza. di Claudio Carollo
Le storie

Francesco Tarantino, la mia vita da operatore

di Costanza Formenton

Francesco Tarantino, operatore legale cooperativa Orso

La Convenzione Onu di Ginevra del 1951 riconosce il diritto alla protezione internazionale per chi, nel proprio paese, ha motivo di ritenersi in pericolo di vita a causa della sua religione, discendenza, opinioni politiche, nazionalità o appartenenza a un determinato gruppo sociale. Nei 2001 il Ministero dell’Interno, l’ANCI e l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati hanno stipulato un protocollo di intesa che ha portato all’istituzione, con la legge n 189/2002, dello Sprar. Attualmente il Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati è finanziato dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (FNPSA) ed è gestito direttamente dagli enti locali, che ogni tre anni possono partecipare ai bandi emanati dal Ministero dell’Interno.

Francesco Tarantino è un operatore legale della cooperativa Orso, attiva nei territori della Valsusa, che dal 2014 si occupa di gestire i progetti Sprar. Tarantino, inoltre, collabora come junior researcher con Fieri, il centro studi sui fenomeni migratori e l’inclusione delle comunità di origine immigrata.

Di che cosa si occupa esattamente lo Sprar e qual è il suo lavoro nell’ambito della cooperativa Orso? La protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati è un aspetto fondamentale del sistema di accoglienza. Il mio ruolo consiste soprattutto nell’accompagnare i beneficiari del progetto nel corso dell’intero iter amministrativo: dalla richiesta di permesso di soggiorno, ai documenti, alla stesura della domanda di asilo. In particolare, svogliamo colloqui con i rifugiati e li aiutiamo a ricostruire la propria storia e a provare, quando possibile, la fondatezza della domanda di asilo, per esempio attraverso la stesura di un certificato medico che attesti eventuali torture subite o la ricerca di fonti attendibili riconosciute dalla Commissione e utili per ottenere lo status di rifugiato.

Courtesy of Br1

Quali altri progetti sono previsti nell’ambito del sistema Sprar? I campi di intervento i dello Sprar sono molti, tra cui l’assistenza sanitaria e sociale, le attività multiculturale, l’inserimento scolastico dei minori. Esistono inoltre dei progetti che sostengono l’inserimento nel mondo del lavoro dei rifugiati: per esempio, in Piemonte, il progetto Petrarca finanzia l’insegnamento della lingua italiana. I richiedenti asilo, tuttavia, possono lavorare solo a partire da sei mesi dopo aver fatto richiesta. Nel corso di questo periodo di tempo i rifugiati inseriti nei progetti di accoglienza ricevono un piccolo contributo per provvedere al proprio sostentamento, e sono tenuti a partecipare a corsi e tirocini di formazione, per cui possono ottenere una Borsa. Lo Sprar, inoltre, prevede dei progetti dedicati ai soggetti vulnerabili, come i minori, e che implicano in alcuni casi anche il supporto psicologico.

Complessivamente, quante persone hanno accesso al Sistema di Protezione rifugiati e richiedenti asilo? Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio Migranti, nel 2011 7.598 persone sono entrate nel Sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo. Il 18% di loro era costituito da rifugiati. Il 38% da titolari di protezione sussidiaria, il 16% da persone che hanno diritto alla protezione umanitaria e il 28% da coloro che hanno richiesto una forma di protezione

Nel corso delle ultime settimane in Italia si è parlato molto dell’emergenza migranti e del tema dell’accoglienza. Lei ritiene ci sia un clima ostile da parte della società civile? Nella mia esperienza non ci sono stati episodi di razzismo o xenofobia della cittadinanza, è vero però che anche c’è stato un forte aumento di richiedenti asilo. Comunque non ho mai avuto occasione di confrontarmi con una società civile ostile. E’ anche vero, comunque, che la nostra tipologia di accoglienza prevede la sistemazione in appartamenti dei nuclei famigliari, quindi non ci sono grosse strutture, che in alcuni casi possono creare attrito con le comunità confinanti.

Merenda coi bambini in attesa della festa alla “casa” dei rifugiati Villa Quaglina (AT)

Nel nostro paese si parla genericamente di “immigrati”. Le politiche di integrazione si differenziano in base allo status dello straniero, per cui è fondamentale tenere presente la distinzione tra rifugiati, immigrati regolari e non regolari. Questi ultimi vivono all’interno di un paese illegalmente: in Italia, inoltre, è stato introdotto un reato molto controverso, che individua nello status di clandestinità una vera e propria condotta criminale. Gli immigrati regolari sono invece le persone dotate di regolare permesso di soggiorno. Anche a loro, per esempio, è destinato il progetto Petrarca. I rifugiati, infine, si distinguono perché hanno ottenuto il diritto alla protezione internazionale e per questo entrano a far parte dei progetti Sprar.

Cosa pensa dell’operazione Triton e delle recenti proposte per distruggere i barconi direttamente sul territorio libico? La situazione in Libia è molto complicata: personalmente la proposta di intervenire militarmente per distruggere i barconi mi sembra irrealistica. Prima di tutto perché comporterebbe un’azione sul territorio libico, mettendone in dubbio la sovranità. Inoltre molti barconi vengono nascosti nell’entroterra, non sulla costa. Senza contare che, di fronte a un attacco armato, chi gestisce il traffico di esseri umani potrebbe decidere di usare le persone come scudi umani. D’altra parte aprire dei canali umanitari direttamente sul suolo libico è molto difficile, perché ci vorrebbe l’ampia collaborazione delle autorità locali. Il problema più grosso, tuttavia, rimane la divisione dei paesi europei di fronte alle possibili soluzioni. L’Italia non è un paese che può sostenere, da solo, l’emergenza dei migranti.

CLANDESTINI CRIMINALI?

Lo scontro politico, tra solidarietà e paura

di Azzurra Giorgi

Di fronte ai numerosi sbarchi nascono polemiche tanto dalla politica quanto dai cittadini: sembra esserci un sentimento di “invasione” del proprio paese. Il leader della Lega Matteo Salvini in primis ha accusato il governo di avere quei morti sulla coscienza e di finanziare gli scafisti, affermando che l’unica soluzione è un blocco navale che non permetta più le partenze ai profughi, ma soltanto ai rifugiati, che dovrebbero essere identificati prima di lasciare il proprio paese, mentre Guardia Costiera e Marina Militare dovrebbero difendere i confini italiani. A far discutere, poi, è stato lo stesso Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini, secondo la quale è possibile studiare un’azione militare che preveda la distruzione chirurgica dei barconi prima dell’utilizzo anche sulle coste libiche. Pronta la risposta dal Vaticano, che tramite il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per i migranti, ha fatto sentire la propria voce, affermando che bombardare un paese è un atto di guerra che non risolverebbe il problema dei migranti in fuga dai conflitti.

Courtesy of Br1

La polemica riguardante i richiedenti asilo, però, non si esaurisce al come possano arrivare in Europa, ma riguarda anche il come e dove accoglierli una volta arrivati. Se è vero, infatti, che molti dei rifugiati non restano in Italia (che ne accoglie uno ogni mille abitanti, cioè un valore sotto la media europea), resta comunque il problema di trovare punti di accoglienza che possano ospitarli. Per questo il Governo, d’intesa con Comuni e Regioni, ha organizzato per il 7 maggio un vertice per discutere del possibile utilizzo delle caserme come punto di prima accoglienza e dei fondi per la ristrutturazione di questi edifici. L’utilizzo delle caserme, promosso dal sindaco di Torino e presidente dell’Anci Piero Fassino, permetterebbe di avere spazi grandi e adeguati per accogliere i rifugiati, che non dovrebbero essere così smistati in modo diffuso e più dispersivo. Anche perché, in alcuni centri, devono essere messi spesso a disposizione case e alberghi per ospitarli, scatenando polemiche sia tra le fazioni politiche che tra i cittadini. In Veneto, ad esempio, dove il Viminale ha richiesto di trovare subito 6500 posti anche con provvedimenti d’urgenza e requisizione, la Lega si è detta pronta a occupare ogni ostello, scuola o edificio adibito alla loro accoglienza.

Oltre agli edifici pubblici, anche alcuni enti privati stanno accogliendo i rifugiati, in primis gli albergatori, che vengono pagati per ogni persona che accolgono. A Bormio, ad esempio, l’Hotel Stella ospita sette rifugiati, che tra qualche giorno diventeranno 45, scatenando così la rabbia dei negozianti, che temono per le ripercussioni sul turismo, e dei cittadini, preoccupati per la loro sicurezza. Il proprietario dell’albergo, Carlo Montini, che guadagna 35 euro al giorno per ogni ospite, si è difeso affermando che ha accettato la proposta della Prefettura di Sondrio perché non lavorava più, e in questo modo riesce invece a pagare l’affitto e a fare una buona azione. Situazione simile anche a Gazzo, un paese di 700 anime in provincia di Mantova, dove l’Alloggio Le Torri ha stretto un accordo con una cooperativa (che aveva vinto il bando emesso dalla Prefettura) per ospitare quindici rifugiati, un numero esiguo che però ha scatenato polemiche, con i cittadini preoccupati per le possibili conseguenze sulla loro comunità, e il sindaco che non ha avuto alcun ruolo in questa vicenda.

La diffidenza verso questi arrivi è diffusa, e in alcuni casi gli albergatori rifiutano di ospitare i rifugiati, come a Bardonecchia dove un residence ne ha respinti sei per delle possibili proteste da parte delle famiglie ospiti. La mancanza di strutture è quindi un problema generale, che porta a distribuire i rifugiati su tutto il territorio, compresi i piccoli comuni che sentono maggiormente l’impatto di questi arrivi, e a cercare soluzioni alternative. Per questo, in alcuni centri, come Parma, Fidenza e Settimo Torinese, i comuni hanno dato il via a progetti che permettono alle singole famiglie di cittadini di ospitare i rifugiati per permettere un’integrazione migliore nel territorio.

“C’è chi strumentalizza, ma il problema è reale” Intervista al procuratore aggiunto Paolo Borgna

di Azzurra Giorgi

Paolo Borgna, magistrato torinese

Paolo Borgna è magistrato dal 1981 e per tutta la sua carriera si è occupato di criminalità e immigrazione. Oltre ad aver lavorato, dal 2001 al 2003, a Bruxelles al Patto di stabilità per il Sud Est Europa come esperto di criminalità transfrontaliera, ha scritto vari libri sul tema. Da anni è procuratore aggiunto a Torino, dove dal 2008 coordina la Sicurezza urbana.

Secondo l’Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) in Italia c’è un rifugiato ogni mille abitanti, una media più bassa rispetto agli altri paesi europei. Però ogni volta che ci sono degli arrivi ci sono sempre polemiche, perché? Non mi stupisco, perché di fronte a questo uno può dire ‘accogliamoli tutti’, un altro ‘invadiamo la Libia’, ci possono essere reazioni diverse, però che faccia nascere un certo allarme non mi stupisce. L’unica soluzione è la linea Prodi: una missione europea a lungo termine, che crei in tutta la fascia del nord Africa, in particolare in Libia, dei campi di accoglienza e smistamento. In questi, coloro che arrivano per imbarcarsi, devono essere vestiti, nutriti, tutte cose che adesso vengono fatte in Italia. I campi devono fare da filtro: in primo luogo devono soccorrere le persone, dopodiché è valutata la loro situazione. Se hanno diritto all’asilo (come ad esempio un nigeriano di famiglia cristiana che viene da dove c’è una persecuzione dei cristiani), allora si identificano e si fanno venire in Europa in modo sicuro. Coloro che hanno un ingresso autorizzato in Europa poi sono spalmati in tutto il territorio, non solo in Italia. Nei paesi del nord c’è una grande immigrazione che arriva dall’est, c’è un’immigrazione diversa. Chi è investito di questa emergenza è l’Italia. Non ci vengano a raccontare storie che loro ne hanno di più, loro hanno una cosa diversa, non crea i problemi emergenziali che abbiamo noi. Quindi una volta selezionati, identificati e riconosciuti come aventi diritto al diritto di asilo, devono essere ridistribuiti sul territorio europeo.

Questa soluzione è praticabile? Sarebbe bello farlo, ma è difficile. In Libia, ad esempio, ci sono tre governi che non governano e che rappresentano poco più che nessuno: è un problema fare un accordo per impiantare sul suolo della Libia questo intervento umanitario. Con chi vai a trattare? È anche escluso, come dice qualcuno con una certa faciloneria, che si vada lì facendosi dare un mandato dall’Onu per occupare il territorio in modo militare. Secondo me non è realizzabile, perché occupare quella zona crea più problemi di quelli che risolvi. Perché andare coi soldati, oltre a essere discutibile dal punto di vista del diritto internazionale, comporterebbe comunque delle perdite umane. Bisogna imporre questa missione umanitaria con una trattativa diplomatica. Non essendoci un governo in Libia va giocata la forza dell’Europa con l’appoggio degli Stati Uniti. Io penso che se ci fosse uno sforzo diplomatico intenso e anche un po’ costrittivo si potrebbero prendere le tre entità statali della Libia e imporre questa cosa. Questa è l’unica situazione di lunga durata, tutto il resto è più propaganda che altro.

Courtesy of Br1

In Italia c’è un’altissima percentuale di dinieghi alle richieste di asilo (nel febbraio 2015 su 3301 domande esaminate, 1609 sono state rifiutate), come mai? Ci sono dinieghi per le richieste di asilo perché spesso non ci sono i presupposti per la richiesta stessa. C’è un po’ una leggenda: non è che ci sono dinieghi perché ci sono tanti perseguitati che non sono riconosciuti come tali, le loro richieste sono declinate perché non si trovano nelle condizioni per il riconoscimento di quello stato. In Italia, anche se non ti riconoscono lo stato di rifugiato, c’è il permesso transitorio per motivi umanitari che viene elargito con grande generosità. Il diritto d’asilo viene dato, quando non si può dare viene dato il permesso umanitario.

Con l’arrivo dei rifugiati si parla anche di criminalità. Quanto è vero il nesso tra rifugiato e crimine? L’altro giorno abbiamo arrestato tredici persone che bucavano le ruote delle auto per fare le rapine ai semafori ed erano richiedenti asilo. È normale che quando arriva una marea di gente ci sia di tutto. Magari non vengono nemmeno per commettere reati ma poi li commettono perché sono alla fame. Anche qui si fa molta propaganda su questo ma comunque non ci si basa su dati inventati. Il fatto che ci sia un problema di microcriminalità connesso anche alle vicende di queste persone viene strumentalizzato ma è un problema reale.

Cosa succede in caso di reato? Vengono processati, altrimenti se il reato è grave vanno in galera. Coloro che compiono i reati, però, sono molto spesso dei richiedenti che non hanno lo status di rifugiati. Fare la richiesta è semplice, tutti possono farla, ma poi spesso non viene accolta.

I MEDIA ALLA PROVA DELLA DEONTOLOGIA

di Emiliano Tolu

Index of ignorance — Ipsos Mori

Che nella lista dei paesi virtuosi delle classifiche internazionali non ci sia l’Italia è risaputo. Fino al novembre 2014, però, il “primato mondiale dell’ignoranza” ancora le mancava. L’esito del sondaggio dei ricercatori britannici di Ipsos Mori sulla percezione di caratteristiche sociali (percentuale di immigrati, tasso di disoccupazione, affluenza elettorale) ha collocato il Belpaese al fondo della lista dei 14 stati ad alto tenore di vita presi in considerazione. Un “primato senza gloria” l’ha definito Beppe Severgnini; o, forse, solo l’ultima, ennesima beffa per un popolo, da anni, rassegnato a precipitare in tutti i principali indici di civiltà.

Bocciatura scontata allora? Forse sì, e non serve un genio per intuire che in uno stato al 73esimo posto per la libertà di stampa (24 in meno rispetto al 2014), anni di cattiva informazione abbiano potuto distorcere la percezione comune sul mondo, intrappolando i cittadini privi dei necessari filtri in una ragnatela di pregiudizi e false credenze.

Vittima prediletta di questo meccanismo è l’emergenza immigrazione e i problemi che ne derivano. Il dati del sondaggio dell’ente britannico su questo fronte sono impietosi. I circa tremila intervistati hanno stimato che la popolazione di immigrati incida per il 30% (e non per il 7) su quella nazionale. E che, per ogni nuovo arrivato, vi siano 30 euro a disposizione e una ricarica telefonica da 15 al mese. Quando, in realtà, solo poco più di 2 euro sono destinati giornalmente a ogni immigrato, e la ricarica è unica e valida per tutto il periodo del soggiorno.

Gli esempi citati sono solo alcuni, tra i tanti, a cui si deve l’esistenza della Carta di Roma: il protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti firmato nel 2007. A distanza di otto anni dalla sua approvazione, numerose linee guida di quello che sarebbe dovuto essere il vademecum del giornalista impegnato nei temi dell’immigrazione sono state disattese. Crisi economica e crescita degli sbarchi sembrano essere stati i principali ostacoli alla comprensione e alla giusta applicazione dei suoi principi. La sua lezione e il suo spirito di restano tuttavia un traguardo per la società civile e per i media: chiamati a informare i cittadini sui problemi legati ai rifugiati, ai richiedenti asilo e agli immigrati irregolari; chiarire le differenti condizioni e contribuire al loro inserimento nel tessuto sociale.

Corriere della Sera, 15 aprile 2010

Il primo principio del documento invita per questo la categoria ad “adottare termini giuridicamente appropriati evitando l’uso di termini impropri”. L’utilizzo del termine clandestino, benché giuridicamente corretto, è sconsigliato dai principi della convenzione. Esso, infatti, denota negativamente la persona e non considera lo status, il più delle volte provvisorio, del nuovo arrivato.

“Informazioni quali l’origine, la religione, lo status giuridico-immigrato, richiedente asilo, rifugiato, regolare/irregolare ecc. non dovrebbero essere utilizzate per qualificare i protagonisti se non sono rilevanti e pertinenti per la comprensione della notizia”. Titoli come “Terni, marocchino clandestino uccide un 27enne a bottigliate in strada senza motivo” (13 marzo 2015, liberoquotidiano.it); o “Albanese arrestato alla Magliana con una tonnellata di rame rubato” (15 aprile 2010, romacorriere.it) sono perciò contrari allo spirito della Carta.

L’invito alla prudenza nelle statistiche sulla criminalità è un altro dei principi non di rado disattesi.

Alcuni titoli dei maggiori giornali italiani

Gli esempi a questo proposito sono numerosi. La “maggiore propensione a delinquere degli stranieri” quando non è data come un’evidenza, è dimostrata da alcuni attraverso una comparazione sommaria delle evidenze. Il dato più spesso citato riguarda il numero dei presenti in carcere: questo è il più fuorviante perché è molto più difficile per uno straniero godere di misure alternative alla custodia cautelare.

Per fortuna, non mancano i casi di testate che riconducono le statistiche ad analisi del fenomeno più articolate. Sulle denunce a carico degli stranieri, ad esempio, siti come huffingtonpost.it e il fattoquotidiano.it segnalano che circa il 17 per cento di queste si riferisce a un reato specifico del loro status, un reato che gli italiani non posso compiere: la violazione della normativa sul soggiorno. Al 14 novembre dello scorso anno risale, invece, un’interessante articolo di Gian Antonio Stella (Corriere della sera) in cui vengono smentiti i titoli sensazionalistici sull’“invasione degli immigrati” e “l’insostenibile costo” di sussistenza a carico della collettività. Al netto delle risorse destinate al tema dell’immigrazione, scrive il cronista, vi è un margine di 3,9 miliardi cumulati dallo Stato attraverso il prelievo di tasse e contributi dei cittadini stranieri.

Esempi di buon giornalismo non mancano anche in altre testate italiane. Ciò nonostante, si tratta di casi per lo più isolati rispetto al prevalere di letture politiche e toni sensazionalistici in materia di immigrazione. Il tema è scottante e c’è chi sulla paura, il rifiuto dell’altro e il terrore costruisce il dialogo con i propri elettori. La Carta di Roma nasce in opposizione al “sopravvento di un lessico ‘politicamente indirizzato’, divenuto regola non scritta della professione”. Un traguardo certo, ma ancora lontano da raggiungere.

EUROPA E MIGRANTI, NUOVE NORME

Onu e UE si muovono per affrontare l’emergenza

di Tommaso Spotti

L’Unione Europea cambia passo in materia di migranti. Dopo anni di discussioni, rinvii e tragedie in mare la Commissione europea ha presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu un piano in 4 punti per far fronte all’emergenza: aiuti ai paesi di provenienza dei migranti, controllo delle frontiere meridionali della Libia, azioni di polizia internazionale contro gli scafisti e distribuzione pro quota dei nuovi arrivati tra i paesi dell’Unione.

Courtesy of Br1

E’ proprio il tema della distribuzione tra i vari Paesi al centro della discussione nella Commissione europea: alcuni Paesi, guidati dalla Germania, si oppongono alla proposta fortemente voluta dagli Stati mediterranei. Secondo l’agenda dell’UE, infatti, i migranti dovrebbero essere redistribuiti tra i Paesi membri a seconda del numero di abitanti, del Pil pro capite, del tasso di disoccupazione e del numero di rifugiati già presenti sul territorio nazionale. Ma la sensazione che si respira è quella di una mentalità finalmente cambiata dopo anni di tragedie e silenzio delle istituzioni europee. Il tema dei migranti esplode nell’aprile del 2011: un barcone partito dalle coste libiche si capovolge in mare e 249 persone perdono la vita. Sono i mesi dell’inizio della guerra civile siriana e della disintegrazione dell’unità politica della Libia. Da quel momento, il flusso di migranti non si è mai interrotto portandosi dietro una scia infinita di tragedie. Dal maggio 2011 al Luglio 2013 sono oltre 100 i morti nel tentativo di raggiungere l’Italia. Tra agosto e ottobre il bilancio si aggrava: a fine estate muoiono 405 persone nel canale di Sicilia. Il 3 ottobre si consuma il naufragio più grave, con 386 morti al largo dell’isola dei Conigli. E’ in quel momento che l’Italia, di fronte al silenzio assordante delle istituzioni europee, decide di mettere in campo “Mare Nostrum”, un’ampia azione di monitoraggio delle coste libiche e di salvataggio in mare. Per un anno le navi e gli elicotteri della Marina militare italiana pattugliano le coste e salvano vite. Nel 2014 non ci sono altre tragedie, e il tema dell’accoglienza dei migranti viene lasciato nei cassetti di Bruxelles, fino a quando l’Italia, di fronte al mutismo delle istituzioni europee, pone fine a Mare Nostrum il primo novembre 2014. L’Ue corre allora ai ripari con “Triton”, un’operazione comunitaria di minore portata e scarsa efficacia. Il confronto con il piano precedente è impietoso: dal 1° gennaio al 30 aprile dello scorso anno muore una sola persona in mare, nello stesso periodo del 2015 perdono la vita 1470 persone. In questi mesi si consuma anche la più grande tragedia dall’inizio dell’esodo, con oltre 800 morti il 18 aprile nell’ennesimo naufragio. In questi anni, l’indifferenza dei paesi europei verso il problema si è tradotta in continui respingimenti alla frontiera da parte degli Stati confinanti con l’Italia. Francia e Austria sono stati a più riprese accusati di fermare, a volte con la forza, i migranti che cercavano di lasciare i nostri confini. La tragedia dello scorso aprile sembra aver cambiato la prospettiva europea: la Commissione europea ha presentato il piano da sottoporre all’Onu. L’Inghilterra, fino a ieri tra i più strenui oppositori delle quote d’accoglienza, si farà carico di presentare il progetto al Consiglio di sicurezza. Il governo di Bruxelles, guidato da Juncker, ha annunciato l’attivazione dell’articolo 78.3 del Trattato di Lisbona — che prevede l’attuazione di misure straordinarie in caso di massiccio arrivo di migranti sulle coste europee — finora rimasto lettera morta. E se saranno vinte anche le resistenze di Austria e Germania, l’Europa si farà carico direttamente il tema dei migranti.

Disegni di rifugiati a Villa Quaglina (AT)

In questi anni, l’indifferenza dei paesi europei verso il problema si è tradotta in continui respingimenti alla frontiera da parte degli Stati confinanti con l’Italia. Francia e Austria sono stati a più riprese accusati di fermare, a volte con la forza, i migranti che cercavano di lasciare i nostri confini. La tragedia dello scorso aprile sembra aver cambiato la prospettiva europea: la Commissione europea ha presentato il piano da sottoporre all’Onu.

L’Inghilterra, fino a ieri tra i più strenui oppositori delle quote d’accoglienza, si farà carico di presentare il progetto al Consiglio di sicurezza. Il governo di Bruxelles, guidato da Juncker, ha annunciato l’attivazione dell’articolo 78.3 del Trattato di Lisbona — che prevede l’attuazione di misure straordinarie in caso di massiccio arrivo di migranti sulle coste europee — finora rimasto lettera morta. E se saranno vinte anche le resistenze di Austria e Germania, l’Europa si farà carico direttamente il tema dei migranti.

Svezia, la “terra promessa”

di Federica Frola

Chiesa di Stoccolma

Sono giovani disperati, “fantasmi” sociali, senza lavoro, senza una casa, ma soprattutto senza una patria, i richiedenti asilo. Scappano dai loro paesi alla ricerca di una libertà di pensiero, di parola, per vedersi riconosciuti i diritti umani. La meta ambita, dagli anni ‘90, è l’Europa, con un aumento costante degli arrivi nei paesi nordici. La Germania è in cima alla classifica, seguita dalla Svezia e dalla Danimarca. Germania e Svezia, in particolare, si trovano nella top 5 mondiale dei paesi con più richieste. La normativa europea (“Dublino III”), però, prevede che l’asilo venga dato dal Paese Schengen in cui il profugo è sbarcato o ha comunque messo piede per la prima volta in Europa. Questo fa sì che per diventare “rifugiato” in Svezia egli debba arrivarci clandestinamente. La Svezia è la meta più ambita dai richiedenti asilo, ma anche la più discussa e al centro di diversi scontri cittadini per l’aumento dell’immigrazione tra il 2013 e il 2014.

Valerio Pierantozzi, ex studente al master in giornalismo di Torino, vive a Stoccolma e lavora per l’associazione Crossroads, parte di una molto più grande, chiamata Stockholm Stadmission che si occupa di immigrati. L’anno scorso ha realizzato un video in collaborazione con Daniela Sala sulla condizione degli immigrati e dei richiedenti asilo in Svezia.

Per loro è come la ‘terra promessa’. Vengono qui perché vogliono vivere in un posto dove i diritti umani sono rispettati al 100 %. Secondo loro la Svezia è una salvezza, è l’obiettivo per cui partono dai loro paesi. Qui ai rifugiati, se non hanno già un posto dove stare, lo stato fornisce vitto e alloggio e un piccolo contributo giornaliero per due anni ( 5 se provengono dalla Siria)”.

Come ha preso la notizia della strage del 28 aprile l’opinione pubblica? E più in generale gli svedesi come si pongono nei confronti dell’immigrazione crescente?
“La notizia della strage di 700 immigrati, avvenuta sabato 28 aprile, sui giornali è arrivata quasi due giorni dopo. L’opinione pubblica svedese inizia ad avere una certa diffidenza verso la crescente immigrazione che interessa il loro paese. La Svezia si vanta di essere il paese meno discriminatorio del mondo, ma l’anno scorso, durante le elezioni, il partito dei Democratici (Sverigedemokraterna), conosciuto per le sue politiche anti-immigrazione ha preso il 12,9% dei voti, diventando il terzo partito del Paese”.

Husby, il quartiere di Stoccolma con la più alta concentrazione di migranti

D’altronde la situazione sta diventando problematica?
“Sì, abbiamo 80.000 mila richieste d’asilo nel 2014, la Svezia è il terzo paese europeo dopo Francia e Germania per numero. Se in Italia i richiedenti per milione d’abitante sono 155, in Svezia arrivano a 1965. Per il 2014 il governo ha stanziato un budget di 2 miliardi di euro per i rifugiati, che comprende assistenza di medio termine, vitto e alloggio, stipendi a coloro che lavorano. L’ufficio immigrazione di Solna, un quartiere di Stoccolma, nel 2013 ha assunto 2.000 nuovi dipendenti su 5.000”.

Lo Stato quindi continuerà ad aumentare gli aiuti e a sostenere i rifugiati?
“In realtà la politica si rende pian piano conto che ne stanno arrivando troppi e presto non si potranno più aiutare tutti allo stesso modo. Mancheranno posti dove farli stare e non ci saranno abbastanza risorse economiche. L’opinione pubblica sta chiedendo di rivedere i termini delle politiche di accoglienza. Già nel 2013, ad esempio, su 43.000 richieste di asilo, la Svezia ha previsto 7.800 trasferimenti, di cui 2.700 verso l’Italia”.

Provengono in molti dall’Italia?
“Normalmente nascondono il fatto di essere passati prima dall’Italia, ma nell’associazione in cui lavoro abbiamo dei dati giornalieri su quanti arrivano: il 20–30 % che transita da noi proviene dall’Italia. Come mai non dicono da dove vengono? In via ufficiale non possiamo sapere da dove vengono, perché secondo il Regolamento di Dublino i richiedenti asilo sono obbligati a fare domanda nel primo paese della comunità europea in cui arrivano. Ovviamente la Svezia non è il primo paese, ma se dichiarassero di essere stati in altri stati non potrebbero chiedere asilo, quindi i rifugiati arrivano illegalmente con dei pulmini attraversando Copenaghen e Malmoe. Ci sono trafficanti di uomini, che si fanno pagare per portare i rifugiati in un viaggio notturno cercando di evitare posti di blocco. Attraversano Francia, Germania e Danimarca”.

Kista, il quartiere di Stoccolma al centro degli scontri tra migranti del 2013

Una volta arrivati, in quanto tempo ottengono lo status di rifugiato?
“In Svezia ci vogliono da 6 a 9 mesi: per ottenerlo legalmente bisogna avere un visto del paese di partenza o uno presso l’ambasciata in un paese di transito. Come detto, la maggioranza arriva con un attraversamento clandestino passando per Bulgaria, Grecia e Italia. Dopo aver ricevuto lo status di rifugiato hanno diritto a 2 anni di aiuto statale, dopodiché divengono immigrati come tutti gli altri”.

Com’è la condizione degli immigrati? Vengono in Svezia per il lavoro? Lo trovano?
“Cercano lavoro in Svezia perché convinti che ce ne sia di più. La verità è che per essere assunto devi prima di tutto conoscere lo svedese, inoltre devono avere un personummer identificativo, per cui ci vuole più di un anno per ottenerlo. Molti si arrangiano con lavori di basso livello, ma per lo più sono in nero. Molti cercano su internet dove c’è più lavoro. Senza il personummer trovare lavoro è quasi impossibile. I centri di prima accoglienza per i rifugiati in Svezia sono cinque: i principali a Stoccolma e a Malmoe, mentre i centri di permanenza sono parecchi e si sviluppano in tutto il territorio, anche nell’estremo nord, organizzati come Hotel pagati dal Governo.

PIEMONTE, TERRA DI IMMIGRAZIONE

di Andrea Lavalle

Con le centinaia di profughi in arrivo in questi giorni in Piemonte è tornato al centro delle cronache il tema dell’immigrazione. Spesso però si tende a dimenticare che si tratta di un fenomeno che il Piemonte, e Torino in particolare, vive da più di un secolo. Dalle campagne piemontesi, passando per Veneto, Meridione, Nord Africa, Europa orientale e ora Africa Centrale e Asia meridionale, negli anni è cambiata la provenienza dei migranti, ma non le problematiche e le difficoltà legate all’accoglienza e all’integrazione. Nel 1900, l’inaugurazione del primo stabilimento FIAT, dà un’ulteriore accelerata al processo che, dalla fine dell’ottocento, aveva spinto una grande massa di persone ad abbandonare le zone rurali per cercare lavoro nel nascente settore industriale torinese. Il rapido incremento demografico porta il capoluogo piemontese ad avere 735mila abitanti nel 1950 (ne aveva 120mila nel periodo pre-unitario).

Negli anni del boom economico lo scenario cambia ancora. Le grandi industrie attirano sotto la Mole forza lavoro proveniente dalle regioni economicamente più disagiate d’Italia. Pugliesi, calabresi, siciliani, sardi e campani arrivano in massa in città. Inizialmente trovano sistemazioni temporanee nei quartieri di Porta Palazzo e del Centro storico ma gradualmente convergono verso le case popolari concentrate nei quartieri operai delle Vallette, Mirafiori, Barriera di Milano e nei comuni della cintura. Il censimento del 1971 fotografa la nuova situazione: in città risiedono 106.413 pugliesi, 77.589 siciliani, 44.723 calabresi, 35.489 campani e 22.813 lucani. Numeri che porteranno il sindaco Diego Novelli a definire Torino come “la terza città meridionale d’Italia, dopo Napoli e Palermo”. La città non è preparata a gestire un flusso di questa portata e, complici le differenze identitarie e culturali, il processo di integrazione sarà lungo e complicato. Emarginazioni e discriminazioni si protrarranno fino agli anni ’80.

Dopo aver toccato il massimo livello di popolazione nel 1974, con 1.202.846 residenti, Torino attraversa una fase di recessione economica e conseguente emigrazione, che la porta a perdere 150.000 abitanti nell’arco di un decennio. Il decremento demografico viene però frenato dai flussi migratori internazionali inizialmente provenienti dal Nord Africa (soprattutto dal Marocco), ma anche da Sud America (Perù), Cina e Filippine.

Nel 1991 arriva la prima ondata di immigrazione di massa proveniente dall’Albania in seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica, che negli anni successivi darà origine a un consistente afflusso di persone dai paesi dell’ex blocco sovietico. Tra il 1990 e il 2005 sono arrivati a Torino oltre 70.000 migranti, la maggior parte dal maghreb e dall’Europa Orientale, con un incremento del 450% che è andato a modificare la composizione della popolazione torinese.

Le normative con cui di volta in volta si è tentato di regolare i flussi migratori, hanno influenzato fortemente il fenomeno, vincolando le forme di regolarità e determinando l’emersione o la sommersione della clandestinità.

Con la liberalizzazione dei visti turistici in Romania nel 2002, e soprattutto il suo ingresso nell’Unione Europea nel 2007, Torino è stata investita da un flusso migratorio proveniente dall’ex repubblica sovietica che in pochi anni ha reso la comunità romena la più grande della città, davanti a Marocco, Perù, Cina e Albania.

Come i loro predecessori, molti migranti trovano riparo e sistemazione temporanea nelle zone centrali della città, ma la maggior parte di loro risiede in zone più periferiche, soprattutto a Torino Nord, nei vecchi quartieri operai. Attualmente in città vivono 142.191 stranieri, pari al 15,6% della popolazione. Un dato ampiamente superiore alla media regionale (8,5%) e nazionale (7,5%), e in aumento.

Le storie

Lemie, un piccolo paese diventa famiglia

di Davide Urietti e Francesco Beccio

In provincia di Torino, c’è un caso in cui l’integrazione non è stata un problema. A Lemie, 190 abitanti, nelle valli di Lanzo, sono state accolte 26 persone per la maggior parte provenienti dall’Africa sub sahariana e una famiglia dal Kosovo. Dallo scorso settembre sono ospitati all’interno di Villa Buzzi di proprietà del Cottolengo e ad assisterli è la cooperativa Pietra Alta Servizi che garantisce loro vitto, alloggio e beni di primi necessità.

Villa Buzzi, Lemie

“Non c’è alcuna difficoltà di convivenza tra gli abitanti e le persone all’interno della struttura — afferma Giacomo Lisa, sindaco del paese montano — già in precedenza avevamo accolto 40 migranti giunti in Italia dopo il caos in Libia”. L’edifico, però, è già al massimo della sua capienza. Il primo cittadino di Lemie sarebbe comunque disposto a ospitare più persone, ampliando la struttura oggi destinata agli anziani. “Purtroppo la nostra è una realtà marginalizzata — continua Lisa — non ci sono grandi possibilità lavorative. Inoltre, i trasporti sono scarsi e quindi non sentono la necessità di spostarsi”. Una scelta dettata anche dalla loro scarsa possibilità economica. Lo Stato garantisce loro 2,50 euro al giorno.

Villa Buzzi, nel corso di questi mesi, ha visto passare circa 200 migranti, molti dei quali hanno proseguito verso il nord Europa. I 26 che sono rimasti, dopo un primo periodo di ambientamento, sono riusciti a comprendere la realtà in cui si trovavano. Ognuno di loro è in possesso del permesso di soggiorno provvisorio, anche perché i tempi per ottenere lo status di rifugiati sono lunghissimi. Si parla di 2017 nella migliore delle ipotesi.

Davide Bertello, responsabile della cooperativa Pietra Alta, è stata la persona che ha seguito più da vicino il loro inserimento nella piccola realtà delle valli di Lanzo. “La maggior parte di loro sono nuclei familiari, e ciò ha permesso una più facile integrazione — sottolinea Bertello — la struttura in cui risiedono è stata pensata apposta per coppie o coppie con bambini”. Alle famiglie ospitate è garantita anche l’istruzione: sono 5 i bambini che frequentano, a Viù, scuole elementari e medie.

Rifugiati a Settimo Torinese

Si è trattata di una rapida integrazione: ”Per noi è stato semplice accoglierli e farci coinvolgere da questi splendidi ragazzi” afferma Liliana Negro, fiduciaria della scuola primaria di Viù. “Nonostante le prime evidenti difficoltà i bambini si sono inseriti nelle attività scolastiche previste. Le due ragazze provenienti dal Congo, che frequentano la scuola media, hanno avuto meno problemi a inserirsi con i compagni anche perché la loro lingua madre è il francese. Un po’ più complicata la situazioni dei 3 bambini kosovari, tutti appartenenti a un diverso ceppo linguistico. La capacità degli insegnanti e la predisposizione dei bambini ad imparare hanno fatto in modo che si abbattessero le barriere linguistiche e culturali” conclude Liliana Negro.

Istruzione non solo per i più piccoli, ma anche per gli adulti che hanno seguito corsi di italiano: alcuni di loro hanno ottenuto un attestato riconosciuto a livello europeo, e 4 di loro tenteranno a giugno di dare l’esame di terza media.

Molta importanza è data anche lavoro manuale. I nuovi arrivati si sono subito messi a disposizione della comunità. Molti di loro aiutano il comune nelle attività di pulizia delle aree verdi e dei sentieri di montagna. All’interno della villa si occupano inoltre di coltivare l’orto e, in caso di necessità, anche quello dei vicini.

L’esempio di Lemie rappresenta quindi un caso di integrazione ben riuscita, nonostante le difficoltà. La diffidenza iniziale dei cittadini è stata rapidamente sostituita dall’integrazione.

Villa Quaglina, l’Hub dei rifugiati

di Martina Tartaglino

Un migrante affacciato sul terrazzo di Villa Quaglina

Il cartello giallo a lato della provinciale indica una strada stretta tra i prati che porta fino alla grande casa sulla mezza costa della collina. Il Re-Hub (Refugee Hub) Villa Quaglina rimane circondato da boschi di acacie, in una valle tagliata dalla ferrovia Asti-Acqui Terme e dove ci sono solo vecchie cascine, campi, vigne e un mulino tra i più grandi della provincia. Villa Quaglina è stata nell’ordine un seminario, poi una comunità di recupero per tossicodipendenti e quindi abbandonata fino al 2014 quando è stata data in gestione alla cooperativa Co.a.la di cui il Piam fa parte, con un comodato d’uso gratuito per sei anni. Da rehab a Re-Hub. Dalla riabilitazione al rifugio.

Tra i centri di accoglienza per richiedenti asilo che hanno vinto la gara d’appalto bandita dalla Prefettura di Asti è quello che ha ottenuto il massimo punteggio. A gestire Villa Quaglina — quattro piani, un grande spiazzo con due porte da calcio, una chiesetta, l’orto e il roseto — è il Piam di Asti (Progetto integrazione accoglienza migranti), un’associazione Onlus composta da operatori sociali italiani e stranieri.

Una decina di persone gira tra i tavoli apparecchiati e vicino al pulmino giallo trasformato in consolle: tra poco a Villa Quaglina c’è una festa. Come spesso accade, soprattutto in estate, il Re-Hub si trasforma in una dance hall dove ragazzi italiani e migranti cercano di trascorrere insieme qualche ora in allegria, ballando fianco a fianco, allontanando paure, indifferenza e pregiudizi: la Onlus astigiana cerca di organizzare sovente eventi di questo genere, un po’ per far conoscere ai cittadini la realtà dei migranti, un po’ per coinvolgere gli ospiti in qualcosa di positivo.

“In autunno c’è stata la proiezione del film Io sto con la sposa ed è venuta un sacco di gente, così per la festa di fine Ramadan, dove c’erano più di 200 persone, sono arrivati anche da Alessandria” racconta Alberto Mossino, coordinatore del Piam.

Alberto Mossino, coordinatore Piam

“Qui siamo circa una ventina — spiega Mossino, seduto su un tavolo in giardino mentre ragazzi e ragazze preparano i giochi e la merenda per i bambini, figli di amici e operatori che vengono a passare il pomeriggio — tre cuochi, due custodi, quattro mediatori culturali, due che si occupano di logistica, e lo psicologo, il legale e i volontari. E due sono le persone presenti in struttura 24 ore su 24”.

Mossino e i ragazzi del Piam, anche con l’aiuto degli ospiti, hanno rifatto due bagni, la lavanderia, ripulito il terreno intorno, portato gli arredi per 21 camere, la palestra, le aule per la scuola e i quattro spazi comuni.

Il coordinatore Piam Alberto Mossino

Villa Quaglina ospita oggi una cinquantina di profughi, “ma i posti letto potenziali sarebbero anche 70” dice Mossino. Da qui, tra l’anno scorso e quest’anno, sono passate circa 500 persone. Tutti maschi, maggiorenni richiedenti asilo. Età media intorno ai 20 anni. “La maggior parte di quelli che arrivano ad Asti transitano da noi… Facciamo anche un primo screening sanitario prima che vengano assegnati ai vari centri di accoglienza in provincia”.

Mali, Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria, Somalia, Eritrea, Libia, Siria, Afghanistan e Bangladesh. A Villa Quaglina c’è mezzo mondo. Un mondo che aspetta di ottenere documenti che attestino lo status di rifugiato politico. C’è chi si ferma due giorni e chi due anni, chi vuole rimanere e chi cerca di scappare. Gli operatori del Piam offrono anche assistenza per la parte burocratica e legale, ma l’iter è lungo e potrebbe durare mesi, perfino anni.

Chi si reca ad Asti ogni giorno vede spesso ragazzi che indossano tute arancione da cantoniere attraversare la piana del Tanaro a bordo di biciclette o andare in città a piedi: il Re-Hub dista una manciata di chilometri dal centro. “Abbiamo acquistato quindici biciclette e le mettiamo a disposizione per chi deve andare a lavorare. La mattina gli diamo la chiave e la sera ce la restituiscono. Come un normale bike sharing — dice Mossino — chi vuole può fare anche l’abbonamento ai mezzi”.

Da ottobre 2014, infatti, il Piam in accordo con il Comune di Asti ha attivato un progetto per impiegare un gruppo di profughi in lavori di pubblica utilità, che vanno dalla cura e pulizia delle aree verdi alla manutenzione della segnaletica stradale. Si tratta di un’iniziativa organizzata nell’ambito del piano Sprar e che impiega le risorse che la la Unione Europea ha destinato all’Italia per l’accoglienza di persone in fuga da nazioni in guerra. I migranti ricevono tra i 300 e i 400 euro al mese per il lavoro svolto. L’equivalente di 3,50 euro l’ora.

Roberta, educatrice e operatrice Piam

Entrando in casa si passa attraverso la sala mensa, alle pareti dei corridoi sono appesi i ritratti Thomas Sankara, il rivoluzionario fondatore del Burkina Faso, e di Fela Kuti, il musicista e attivista nigeriano che ha inventato l’Afrobeat, in cucina c’è Ese, 28 anni, dalla Nigeria che prepara il riso assistita da altre due ragazze appena arrivate che parlano poche parole in Italiano. I menu cercano di tenere conto delle varie religioni.

Roberta ha 37 anni, è un’operatrice ed educatrice che si occupa dell’inserimento di profughi in famiglie di italiani e migranti che si sono dette disponibili all’accoglienza temporanea. “Alberto ha avuto questa idea un po’ di tempo fa — racconta — perché avevamo quasi finito i posti. Una parte della diaria che ci dà la prefettura la giriamo alle famiglie che, in cambio, forniscono vitto e alloggio e qualche vestito a questi ragazzi”. Per tutto il resto, l’assistenza sanitaria, legale e burocratica, la scuola di italiano, le attività ricreative e lavorative fanno riferimento al Piam.

Roberta, educatrice Piam

Roberta è anche una di quegli operatori che accompagnano i richiedenti asilo in uffici, tribunali e commissioni ad Asti e a Torino. Li segue nell’intricato percorso che porta alla conquista dello status di “rifugiato”. “C’è molta frustrazione da parte mia — confida — ho constatato che manca proprio un piano organico nazionale per l’accoglienza. Se solo le procedure fossero più snelle e veloci. Ho visto persone stare qui due anni e non avere ancora nessun genere di documento in tasca, per loro è una sorta di lotteria e se non estraggono il loro biglietto… Insomma è normale che poi nascano dei conflitti e molti ragazzi tentino la fuga”.

Roberta racconta che non molto tempo fa due ragazzini eritrei sono scappati dalla finestra, uno di loro cadendo si è ferito in modo piuttosto grave ed è stato ricoverato due settimane in ospedale ad Asti. Non appena è stato in grado di camminare è partito per la Norvegia, dove diceva di avere un fratello. “Hanno le loro reti e cercano di sfruttarle. Solo chi non ha contatti rimane. E noi non possiamo trattenere nessuno con la forza”.

C’è chi arriva e si ferma solo una notte, chi sta qualche settimana e poi parte soprattutto in cerca di lavoro: a Saluzzo per la raccolta di frutta e poi verso Foggia per “farsi la stagione dei pomodori”. Il numero di chi si presenta al Re-Hub di Villa Quaglina non è cambiato di molto. Rispetto a qualche anno fa sono cambiati, piuttosto, i flussi migratori. C’è chi arriva da Lampedusa e Pozzallo dopo una traversata da incubo (i somali, gli eritrei, i nigeriani, i libici) c’è chi arriva via terra, per il corridoio bulgaro, greco e ungherese (soprattutto siriani e afghani). Questi ultimi vivono con il terrore di essere rimandati indietro per il Regolamento Ue di Dublino.

“Quasi tutti sanno che qui in Italia non c’è futuro per loro e tentano di raggiungere il Nord Europa. Non è strano che chi rimane e non abbia una solida struttura di appoggio, venga avvicinato dal criminale di turno che gli chiede se vuole spacciare. Il ragazzino senza casa, vestiti e soldi in tasca accetta e finisce a fare il pusher”.

Giorgia e Adriana, volontarie e insegnanti

Giorgia Mendola e Adriana Quagliata hanno 26 anni e la passione per l’Antropologia. La prima è laureata all’Università di Torino, la seconda è al secondo anno di specialistica. Una volta a settimana vanno a Villa Quaglina per insegnare italiano ai migranti. Lo fanno come volontarie, dopo aver conosciuto Simona Povigna dell’associazione Noix de Kola, che tiene regolarmente corsi di italiano per stranieri alla Casa del Popolo “Santa Libera” di Asti. Corsi mirati e con almeno due livelli di apprendimento.

Giorgia Mendola e Adriana Quagliata, volontarie Noix de Kola

“Noi cerchiamo di insegnare prima di tutto le cose basilari — racconta Adriana — le frasi e i vocaboli più comuni, come presentarsi, cosa dire e come dirlo in italiano corretto. A loro serve soprattutto saper esprimersi davanti a un giudice o a un commissario Unhcr. Saper rapportarsi con l’autorità, insomma… E’ il primo step”.

Tra la palestra e la sala comune c’è una bella classe con i banchi costruiti dai ragazzi, la lavagna e i cartelloni con l’alfabeto. “Possiamo fare lezione per un’ora e mezza — spiega Giorgia — poi dipende: dalla giornata, da quanti sono presenti nella struttura, da chi è interessato e da chi ha voglia di imparare. A volte c’è una classe di 20 persone, a volte di quattro. Noi non obblighiamo nessuno, anzi chiediamo sempre se hanno piacere di fare lezione. Per esempio oggi che c’è la festa nessuno ha voglia di stare a scuola. Comunque si interessano e fanno molte domande. Un po’ di tempo fa c’era un ragazzo che faceva avanti e indietro a piedi da Asti per venire a seguire”.

Anche quello di Giorgia e Adriana è un ruolo di mediazione che richiede tatto e sensibilità. Nonostante i rapporti di amicizia e confidenza che si possono creare con i migranti, gli operatori del Piam e gli psicologi si sono raccomandati di non essere invadenti, di evitare di chiedere la storia personale di ciascuno e di fare domande sulla famiglia: “Non sappiamo nulla della maggior parte dei ragazzi — sottolinea Giorgia — ci limitiamo a chiedere il nome e la provenienza: quella che a noi potrebbe sembrare una domanda ingenua, in loro, che si sono lasciati alle spalle tutto, contribuisce invece a far riaffiorare ricordi spiacevoli”.

Dalla punta rossa dell’Africa alle Alpi

di Sabrina Colandrea

Punta estrema del Corno d’Africa, forte della seconda costa più lunga del continente nero, la Somalia avrebbe le caratteristiche geografiche, le risorse minerarie e anche le riserve di petrolio sufficienti per diventare una potenza economica. Non solo: sull’intero territorio, pari a 637.657 km², si parla quasi esclusivamente il somalo, e un’omogeneità anche maggiore si registra sul piano religioso, con oltre il 99% di musulmani. Nonostante tutto questo, la Somalia è uno dei Paesi più poveri e devastati del mondo.

Guerra civile, carestia, pirateria, attentati, oltre all’avvicendarsi di dittatori al potere e all’assenza di un vero e proprio governo somalo da vent’anni, hanno distrutto il Paese e costretto tanti a fuggire verso Medio Oriente, Europa e Stati Uniti, al punto che si parla di “diaspora somala”.

L’instabilità politica della Somalia si può far risalire all’indomani della seconda guerra mondiale, quando l’Onu affida il Paese a un’amministrazione italiana della durata di 10 anni, prima di concedere l’indipendenza, il 1° luglio 1960.

Un villaggio in Somalia. Via Flickr, foto di Frank Keillor

Nel 1969, un colpo di stato militare porta al potere il primo di una lunga serie di dittatori, il generale Mohammed Siad Barre, che governa fino al 1991. È solo l’inizio di un ventennio tormentato di cui non si vede la fine. A causa della discriminazione operata da Barre nei confronti dei clan nemici, infatti, i cosiddetti “signori della guerra” scatenano una rivolta armata che costringe il generale alla fuga. I clan, però, non riescono ad accordarsi su chi debba governare: gli scontri per il controllo del territorio porteranno alla morte di oltre 350.000 persone.

Una missione umanitaria — di fatto militare — dell’Onu cerca di sistemare la situazione, ma si risolve con un nulla di fatto, e intanto causa la morte di altri 1000 civili. Dal 1995, i contingenti Onu abbandonano il Paese in balia del suo destino. I clan seguitano a scontrarsi per un decennio. Solo nel febbraio 2004 le principali fazioni firmano un accordo di pace a Nairobi, che porta alla nomina di un Parlamento di transizione.

Nel frattempo, l’Unione delle Corti islamiche riesce a ottenere l’appoggio di una larga fetta di popolazione, ormai stanca delle rivalità tra clan. Seguono 6 mesi di relativa stabilità politica, prima della dichiarazione di guerra nei confronti della vicina Etiopia. Gli Usa intervengono in sostegno di quest’ultima, ma, inspiegabilmente, il leader delle Corti islamiche, Sharif Sheikh Ahmed, viene risparmiato. I giovani, un tempo combattenti nelle fila delle Corti islamiche al suo fianco, ne deducono che sia un traditore e si riuniscono nel movimento Al Shabaab, letteralmente “i giovani”. Il gruppo è considerato da molti governi e servizi di sicurezza occidentali una vera e propria organizzazione terroristica.

Nel corso del 2007, gli scontri a fuoco tra i soldati Etiopi e i membri di Al Shabaab si intensificano al punto che le due fazioni iniziano a sparare a vista. Come conseguenza muoiono diversi civili, e non solo per mano degli etiopi — che non capiscono il somalo e, quindi, possono scambiare un innocente per un combattente. Al Shabaab ha rivendicato alcuni attentati che hanno ucciso, tra gli altri, anche moltissimi somali. Per chi se lo può permettere, partire è quasi una scelta obbligata. Tra i fuggitivi, Abdullahi Ahmed, 26enne di Mogadiscio, arrivato in Italia nel giugno del 2008.

Abdullahi Ahmed, dalla Somalia

di Gianluca Palma

L’Italia gli ha mostrato il suo volto buono e lui ha voluto “ricambiare”. La storia tra Abdullahi Ahmed e il Belpaese inizia nel giugno del 2008 quando, sbarcato da quattro giorni a Lampedusa, lui e un altro centinaio di profughi provenienti dall’Africa sono stati trasferiti a Torino, per la precisione a Settimo Torinese, ospitati al Centro di Accoglienza Fenoglio, gestito dalla Croce Rossa Internazionale.

Somalo di 26 anni ne aveva 19 quando ha lasciato la sua famiglia, la sua terra, afflitta da guerre e attentati quotidiani, e la facoltà di Relazioni Internazionali dell’Università di Mogadiscio. “Non appena arrivato a Settimo mi sono subito attivato per imparare l’italiano e cercare lavoro — racconta — per fortuna al Centro Fenoglio mi hanno aiutato molto”.

Abdullahi ci tiene a precisarlo: “Sono stato uno dei più fortunati, non solo per l’accoglienza che ho trovato, ma soprattutto perché sono riuscito a salire anche io su una di quelle imbarcazioni di fortuna per arrivare fino a qui. In Europa pensate che i migranti siano solo quelli che vedete stipati sui barconi in televisione, ma non è così: tanta gente muore attraversando il deserto, che è terra di nessuno o viene rapida dai libici”.

Abdullahi Ahmed, 26 anni

Italiano fluente e battuta pronta, ciò che più colpisce di questo ragazzo arrivato sette anni fa dal Corno d’Africa sono il sorriso e l’ironia con cui racconta ciò che ha dovuto affrontare: “quando sono arrivato in Italia, nel vedere nuovi immigrati sicuramente tutti pensavano <<vediamo che vuole quest’altro africano>> invece ora io stesso lavoro al Centro di Accoglienza di Settimo Torinese, dove ho firmato un contratto a tempo indeterminato da due settimane e mi sono montato la testa (ride)”.

Uno spiccato senso del dovere e della solidarietà. Da quando è arrivato in Piemonte, infatti, Abdullahi voleva un contratto di lavoro ma, per ottenerlo, oltre alla conoscenza della lingua, doveva dimostrare di aver già avuto qualche esperienza lavorativa in Italia. Così, sin dai primi tempi, ha frequentato un corso da mediatore culturale, ha collaborato con la cooperativa “Crescere Insieme” di Cottolengo e ha svolto il Servizio Civile Internazionale all’InformaGiovani di Torino. Tutto ciò anche perché, come ribadisce: “volevo ringraziare in qualche modo la comunità torinese per avermi accolto”.

Abdullahi fugge dalla Somalia nel novembre 2007, è costretto a lasciare il suo Paese afflitto da anni di dittatura militare e sangue nelle strade, nel duro scontro tra le forze Etiopi e le frange dei “Giovani” di Al Shabaab. “C’erano decine di morti ogni giorno — ricorda — ho perso anche degli amici. Era insostenibile, non potevo più restare. Così sono andato prima in Sudan, poi in Etiopia e, dopo aver conosciuto altri somali che cercavano di raggiungere la Libia, ho attraversato il deserto con quaranta persone su due pick up, fino a Tripoli. Lì ho vissuto per tre mesi aspettando il segnale per imbarcarmi nel Canale di Sicilia e andare Lampedusa”.

E il segnale arriva. All’alba del 22 giugno 2008 è salito anche lui su uno di quei barconi della morte, pagando 700 dollari. “L’Europa pensa di bombardare i barconi per colpire gli scafisti, ma è una follia, non sono loro a gestire questi viaggi, ci sono delle organizzazioni sia in Africa sia in Italia che intascano i soldi. Gli scafisti sono la fine della catena. Non voglio difenderli, ma non sono loro il vero problema, perché scappano dalla guerra come tutti noi”.

Finalmente, dopo 24 ore di navigazione, ecco Lampedusa. Lì nella punta più a sud d’Europa è rimasto per quattro giorni. Al centro di identificazione dove hanno preso i suoi dati, gli hanno offerto una maglietta, un paio di pantaloni e di ciabatte. Via tutto il resto.

“A Lampedusa sono stato poco, per fortuna, ma come tanti altri in quel centro non ho subito un buon trattamento. Ci hanno obbligato più volte a spogliarci per lavarci in gruppo con getti d’acqua gelata”.

Abdullahi allo stadio Olimpico tifa Toro

La nuova vita di Abdullhai è iniziata una volta giunto a Torino. Dopo tre mesi, la Questura gli ha rilasciato il permesso di soggiorno come rifugiato politico. Lui però vuole ottenere la cittadinanza, e ne ha fatto richiesta al Ministero dell’Interno il 20 giungo 2014, esattamente dopo cinque anni di residenza, come previsto dalla legge. “Mi hanno detto che devo aspettare due anni per avere una risposta e nel frattempo non posso neanche prendere un avvocato, ma aspetto fiducioso”.

Nell’attesa del verdetto ministeriale, il 18 settembre scorso Abdullahi è diventato “cittadino onorario” di Settimo Torinese, grazie a una delibera votata all’unanimità dal consiglio comunale. Insomma il matrimonio tra Abdullahi e la città di Torino è già stato sancito, ne è convinto lui stesso: “Ho sangue africano, ma mi sento torinese a tutti gli effetti”. E le foto che campeggiano sul suo profilo Facebook ne sono la dimostrazione.

LA POLEMICA IN CONSIGLIO COMUNALE

Intervista doppia ai Consiglieri comunali Michele Curto (Sel) e Maurizio Marrone (Fdi). di Monica Merola e Sara Iacomussi

Tra le palazzine olimpiche occupate, dove lo Stato ha chiuso entrambi gli occhi

di Federico Gervasoni

Facciate scolorite, pareti dei muri scrostate, pavimenti sporchi e odore di spazzatura. Sono trascorsi nove anni dalle Olimpiadi 2006 eppure sembra che ne siano passati cento: una parte delle palazzine dell’ex villaggio Olimpico è l’esempio concreto della parola fatiscenza. Non è soltanto per il degrado, figlio di un complesso edilizio abbandonato a se stesso. Non sono solo i vandali che ogni tanto vengono sia per rubare il rame della ferrovia che passa appena dietro sia per imbrattare qualche facciata rimasta ancora stranamente pulita. Quelle che agli occhi degli atleti apparvero un tempo felici e colorate residenze ora sono popolate da oltre 800 profughi provenienti da ogni parte dell’Africa. Somalia, Eritrea, Etiopia, Ciad, Sudan, Costa d’Avorio, Mali, Senegal, Tunisia, Ghana, Nigeria, Gambia, Burkina, Guinea Bissau, Camerun, Congo, Niger, Algeria, Marocco, Liberia, Bangladesh. Ventuno nazionalità in un fazzoletto di città.

Le palazzine olimpiche occupate di via Giordano Bruno, nell’area ex-Moi

Eccolo qui l’ex Moi di via Giordano Bruno: trenta palazzine di cui quattro occupate, per un totale di ottocento persone. Popoli che mescolano usi e consuetudini, modi di pensare e credo religioso differente. Sono loro i “nuovi residenti” delle palazzine, ospiti indesiderati in questo quartiere che non trova pace, che un tempo protestava per il rumore del traffico dei mercati generali e oggi per le occupazioni.

Beppe Cioffi ha 55 anni e conosce la situazione come conosce a memoria le quasi trenta chiavi che circolano tra le sue mani, lui fa il manutentore dell’Ostello della Gioventù, in un edificio non ancora ‘colonizzato’. “Viviamo una realtà che nulla ha a che fare con la parola Stato, istituzioni e forze dell’ordine hanno deciso di chiudere non un occhio ma ben due davanti a quello che accade qui ogni giorno”, commenta sconsolato. Lui, che dai migranti viene regolarmente salutato e rispettato, racconta della difficoltà della convivenza con persone completamente spaesate rispetto a quella che è la realtà italiana: “Non ho mai avuto particolari problemi con loro ma, negli ultimi tempi, la situazione è precipitata. Complice anche l’arrivo di numerosi somali, popolo da oltre 40 anni in guerra e con cui il dialogo è molto difficile”. Per sopravvivere c’è chi spaccia oppure va in giro a chiedere l’elemosina. Altri se ne stanno tutto il giorno chiusi in casa.

Profughi sudanesi

Omar è di origine sudanese, lo capisci dalla maglietta che indossa, con bandiera e simbolo del suo Paese, è uno dei pochi che ha voglia di parlare. Racconta del viaggio interminabile, dello sbarco a Lampedusa e dell’arrivo a Torino, quasi 3 anni fa. Omar, è sopravvissuto a un inverno gelido come questo scaldandosi con i giornali bruciati, spiega nel suo italiano stentato. Ha fame e vive raccogliendo gli scarti del ferro per poi rivenderli al minimo nelle fonderie. E’ uno di quelli che ha trovato lavoro e per quel poco si ammazza ogni giorno. Soltanto in pochi trovano un’occupazione infatti, spostandosi nelle campagne di Saluzzo a raccogliere frutta e pomodori.

Altri sono semplicemente di passaggio, puntano al freddo della Svezia e di altri paesi nordici. La situazione di fatto non è mai completamente degenerata perché nessuno di loro ha mai aggredito i residenti del quartiere. Contrariamente a quanto si dica in giro, Beppe che è italiano garantisce per loro. Nessuno ha mai attaccato gli italiani anche se tra loro spesso volano parole grosse e botte. L’ultima volta, la peggiore, sono spuntati alcuni coltelli e uno di loro, un ragazzo ivoriano, è finito in ospedale. C’è un continuo flusso di persone. Tensioni che nascono dalle divisioni etniche e religiose con la componente islamica che ha preso il sopravvento. Gerarchie e gruppi dominanti che impongono la loro “legge” con l’uso della violenza.

Fortunatamente Beppe non è il solo ad aiutare i migranti: dal 2013, durante questo percorso di due anni, si è creata una rete di collaborazione con il Comitato di Solidarietà, un gruppo eterogeneo composto da italiani di diversa estrazione sociale che si occupa di reperire per loro materassi, coperte per l’inverno ma anche vestiti e cibo.

Anna Tavella, per esempio è una volontaria: “Quello che ogni giorno facciamo è investire le nostre energie, cercando di dividere in maniera equa le donazioni di cibo e materassi”, dichiara. Lei e quelli del Comitato sono riusciti ad aprire un corso di italiano, inoltre hanno distribuito del materiale informativo per agevolare l’accesso ai servizi sanitari e al mondo del lavoro. Pavimenti crepati, muri scrostati e un senso di abbandono che fa paura: è stato l’appalto più costoso tra quelli commissionati per i Giochi e ora è soltanto una costruzione in piena decadenza.

LE VOCI DEI TORINESI

Come i Torinesi vedono i migranti e i rifugiati. di Monica Merola e Sara Iacomussi
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