La Hall of Fame del Calcio Italiano deve essere ripensata

Breve storia dell’ iniziativa di facciata che invece di premiare i meriti ingrassa la casta del calcio italiano

di Giacomo Rizzi

La Hall of Fame del calcio italiano, nata nel 2011 “per celebrare le figure che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del calcio italiano, in differenti ruoli e in differenti epoche”, è un riconoscimento che dovrebbe difendere il patrimonio calcistico italiano dall’oblio del tempo. Le investiture però avvengono nel totale distacco del grande pubblico degli appassionati di calcio.

Il “Salone della fama” è un modello consolidato negli Usa, dove lo sport è molto più affine alla show, alla narrazione epica e gli sportivi sono vere e proprie icone. La Hof del calcio italiano pare ricalcare quella del calcio inglese — nata nel 2001 — la quale dopo l’inaugurazione aveva già inserito un pacchetto di stars unanimemente riconosciute, mentre il modello italiano è più simile ad un concorso annuale. In Inghilterra si limitano solamente a giocatori, giocatrici, allenatori eletti da una commissione di figure calcistiche di riferimento — Sir Alex Ferguson, Bobby Charlton, … — in Italia abbiamo fatto molto di più.

Una giuria composta dai direttori delle principali testate giornalistiche sportive — Tuttosport, Gazzetta dello Sport, Sport Mediaset, Corriere dello Sport, Sky Sport 24, Rai Sport — eleggono un giocatore italiano, un giocatore straniero (che abbia giocato almeno 5 anni in Italia), un veterano italiano (ritirato da più di 25 anni), un allenatore italiano, un arbitro italiano e un dirigente italiano. Dal 2014 anche una giocatrice italiana.

Il modello italiano più che proporre un pantheon di personaggi dello sport, titolati e riconosciuti, dà un’investitura ad una sola persona per categoria ogni anno. Come se si trattasse di meriti da valutare e premiare anno per anno. Suscita qualche dubbio la categoria veterano: riguarda calciatori che hanno appeso gli scarpini al chiodo da più di 25 anni, mentre quella di calciatore italiano riguarda chi si è ritirato da più di 2 anni. Tra i veterani troviamo ad esempio i reduci di Spagna 82: Zoff, Tardelli e Rossi mentre Bergomi e Baresi fanno parte della categoria giocatori.

La categoria che più lascia perplessi è però quella del dirigente italiano. Perché decidere di premiare i dirigenti? E soprattutto perché premiare chi ha vinto di più? Chi vince di più nel calcio perché ha potuto spendere di più a dispetto della salute delle società non è un dirigente da premiare.

Galliani (premiato nel 2011) grazie alla prodigalità di Berlusconi (2016) ha acquistato i calciatori più forti del panorama internazionale ed ha reso il Milan il club più titolato in Europa. Se però il cuore della società smette di pompare cash succede che il Milan deve ridimensionarsi, diminuire gli stipendi, scommettere sui giovani. Tutto questo avviene nei proclami della società, ma non nella gestione reale: il Milan ha perso 255 milioni negli ultimi 3 anni (nonostante il mercato finanziato con le cessioni), non vince ed è in (s)vendita.

Massimo Moratti (2013) è uno dei presidenti più amati dai propri tifosi, tanto che dopo le sue prime dimissioni — 6 Maggio 1999 — ritorna alla guida per acclamazione popolare. Diventato presidente nel 1995 investe moltissimo nell’Inter nonostante i magrissimi risultati. Si stima solo nei primi anni un esborso vicino ai 750 milioni di euro. I risultati arriveranno dopo calciopoli, Moratti continua a pagare di tasca sua e l’Inter è paradigma della squadra che pullula di campioni, ma “brucia” i giocatori e “rovina” i talenti. Gli ultimi bilanci dell’era Moratti — conclusasi ad Ottobre 2014 — dicono perdite di 79 milioni nel 2013, 77 nel 2012, 86 nel 2011, 69 nel 2010.

Corrado Ferlaino (2015) è il presidente del grande Napoli dello scudetto. Ha un rapporto di amore-odio con la città e i tifosi, ma rappresenta la più lunga presidenza nella storia del club — dal 1969 al 2000. In grado di allestire la corazzata che porterà allo scudetto dell’87, ma anche di generare la vergogna dell’annata 98: 4 allenatori cambiati e 14 punti. Dopo la promozione una nuova retrocessione e la fine dell’era Ferlaino, con una situazione societaria totalmente dissestata che culmina nel fallimento del 2004.

Una Hall of Fame seria del calcio italiano potrebbe catalogare queste quattro figure nella categoria “benefattori” poiché sono stati i mecenati degli ultimi quarant’anni del nostro calcio, concedendoci di gustare campioni e vedere i club italiani competere a livello europeo. Se però si vuole premiare degli esempi di gestione societaria bisogna cercarli nei club che hanno lavorato in una crescita e selezione dei giocatori nei vivai, permettendo alla Serie A ed alla nazionale di avere giovani risorse; nei club che attraverso il lavoro di osservatori hanno scoperto talenti stranieri ed hanno saputo valorizzarli; nei club solidi che con poche risorse, ma con un’organizzazione collaudata, massimizzano il risultato. I club più potenti, sono quelli che hanno più soldi e ricevono più soldi dai diritti tv — le prime 5 squadre della Serie A prendono il 45% del totale soldi elargiti da Infront — se poi li spendono male non importa, avranno ugualmente i riconoscimenti che gli spettano.