Esco o non esco? Fuori è Brexit ma è normale a dicembre

Dopo una settimana durissima per Theresa May se ne sta per aprire un’altra ancora più complicata. Si voterà sul «deal» (forse)

Le operazioni simpatia non fanno per Theresa May. È evidente. Guardate questa foto, siamo in un asilo. E senza troppi sforzi (bastano un po’ di arancione in primo piano e colori tetri sullo sfondo) vi verranno in mente le migliaia di immagini che abbiamo visto negli ultimi anni ritraenti i prigionieri dello Stato Islamico condannati a morte.

Alla May e al marito Philip queste operazioni simpatia non sono mai riuscite, mai riusciranno. Direte: ma più in basso di così… E invece sì, ci è finita più in basso di così. Lasciamo da parte per un attimo il suo operato politico, concentriamoci sulla sua comunicazione. Il premier britannico ha deciso di andare di persona a prendersi i voti, i tanti voti che le servono in vista del voto sulla Brexit previsto alla Camera dei Comuni per martedì prossimo. Il suo primo obiettivo sono i suoi deputati, quelli del Partito conservatore. E lunedì scorso, a poche ore dall’inizio della settimana di dibattito in Aula su quell’accordo che lei ha negoziato con l’Unione europea, ha pensato di passare un po’ di tempo alla mensa dei deputati per convincerli a sostenere il suo progetto di Brexit. Ma chi era lì ne racconta il disagio: non sapeva dove girarsi, dove prendere l’acqua. Era disorientata, come un pesce fuor d’acqua. Non è sembrata disponibile e aperta al dialogo, bensì disperata.

BLACK TUESDAY
E la mossa dell’ultimo minuto non è servita a evitarle, poche ore dopo, una giornataccia. Martedì infatti ha incassato tre sconfitte ai Comuni in un solo giorno che hanno alimentato i sospetti che, nonostante tutti gli sforzi, il suo governo stia perdendo il controllo dell’iter parlamentare della Brexit.

La discussione è stata posticipata dal mattino al tardo pomeriggio per fare spazio a una mozione presentata da tutti e sei i partiti di opposizione che chiedevano di censurare l’operato del governo sul parere legale in merito alla Brexit. Riavvolgiamo il nastro: a novembre, una maggioranza trasversale di deputati aveva intimato al governo di rendere noto il testo integrale del documento, ma May aveva deciso di pubblicarne solo un riassunto «politicamente motivato». Martedì, il primo ministro è stato però accusato di oltraggio al Parlamento, grazie al decisivo sostegno alla mozione di numerosi ribelli del suo stesso Partito conservatore. La prima sconfitta è stata definita come «medaglia della vergogna» da Keir Starmer, ministro per la Brexit del governo ombra laburista. Secondo Starmer, «trattando con disprezzo il Parlamento, il governo ha perso la sua maggioranza e pure il rispetto» della Camera dei comuni. La seconda sconfitta è arrivata quando i deputati hanno bocciato l’idea della May di pubblicare il parere legale integrale sulla Brexit dopo il voto dell’11 dicembre. La terza e più significativa, infine, quando una maggioranza trasversale ha approvato un emendamento che assegna al parlamento il potere di decidere sulla Brexit nel caso l’accordo negoziato tra la May e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker venga bocciato. Con l’ultima votazione di ieri, in pratica, il Parlamento si è riappropriato del potere di decidere sulla Brexit.

La situazione è talmente critica che molti ministri stanno facendo pressione sulla May affinché rinvii il cruciale voto di martedì. Anche perché una sconfitta così catastrofica come quella a cui sembra destinata la May (addirittura con un centinaio di voti di scarto) potrebbe provocare la caduta del governo. Tra i ministri convinti che in questo momento l’accordo sulla Brexit potrebbe essere bocciato rovesciando il governo ci sarebbero molti fedelissimi della May, come il ministro della Difesa Gavin Williamson, il ministro del Lavoro Amber Rudd, il ministro dell’Interno Sajid Javid e il ministro per il Galles Alun Cairns.

L’AIUTO DA BRUXELLES
In caso di voto contrario martedì, Bruxelles pare essere disposta a dare una mano a Londra. L’Ue sembra infatti pronta a discutere l’estensione dell’Articolo 50, rinviando di fatto l’uscita del Regno Unito a dopo il 29 marzo 2019, se l’accordo presentato dalla May venisse bocciato dal Parlamento nel voto dell’11 dicembre. Che, va sottolineato, sarà anticipato dalla pubblicazione lunedì della decisione della Corte di giustizia europea sul diritto per il Regno Unito di annullare unilateralmente l’attivazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, cioè la richiesta di divorzio dall’Unione. Il premier sarà a Bruxelles il 13 dicembre, due giorni dopo il voto (se si terrà davvero lunedì), e i leader europei sono pronti ad avviare nuove discussioni sul tema Brexit. Nonostante la May abbiamo sempre ribadito che il Regno Unito uscirà dall’Ue il 29 marzo, i 27 potrebbero essere disposti a estendere il processo previsto dall’Articolo 50 per evitare una Brexit senza accordo se il premier britannico (che fino a pochi giorni fa era convinto che agitare lo spauracchio del «no deal» avrebbe serrato le fila del Partito conservatore) lo chiederà.

Il punto più controverso dell’accordo della May è il cosiddetto backstop sul confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Il governo sta pensando a due alternative da proporre all’ala più intransigente dei conservatori: la prima prevede che May venga costretta a cercare un meccanismo unilaterale di uscita dal backstop, mentre la seconda stabilisce che venga dato ai deputati la possibilità di scegliere tra l’intesa sui confini nordirlandesi e il «no deal», se le trattative sugli accordi commerciali con l’Ue dovessero fallire.

SOFT BREXIT O NUOVO REFERENDUM
Il Times ha messo in fila le possibilità per la May in caso di sconfitta martedì. Basta dare un’occhiata alla complessità dell’immagine per capire che la strada per la Brexit è ancora lunga. Questi i sei scenari secondo il quotidiano londinese: nuovi negoziati con Bruxelles, secondo voto sullo stesso accordo, sfiducia del suo partito, elezioni anticipate, secondo referendum, dimissioni. Ma se la May vuole che il suo accordo di Soft Brexit venga approvato nonostante il voto contrario dei Comuni, la sua unica opzione sarebbe chiedere il voto popolare. Magari con un referendum con tre opzioni: l’accordo May, il Remain e il «no deal» (quest’ultimo per accontentare l’ala più dura degli euroscettici conservatori). C’è solo un problema: come si decide chi ha vinto? Maggioranza assoluta? Maggioranza relativa? Doppio turno? Un dilemma che rischia di corrodere perfino la dura corazza della resiliente May.


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