Il vero amico della Cina sta lasciando l’Ue

Il grande alleato del Dragone in Occidente è Londra. La Brexit offre un’opportunità a Roma, che però pare preferire Pechino a Washington

Il presidente cinese Xi Jinping con il premier britannico Theresa May

Adottando martedì un regolamento che stabilisce un quadro per l’esame degli investimenti diretti esteri, il Consiglio Ue ha deciso di dare per la prima volta all’Unione europea una serie di regole per esaminare gli Ide (investimenti diretti esteri) effettuati da Paesi terzi sulla base della sicurezza e dell’ordine pubblico. Si tratta di un genere di strumenti che i maggiori partner commerciali dell’Unione europea, a partire dagli Stati Uniti, già hanno adottato. Ștefan-Radu Oprea, ministro della Comunità imprenditoriale, del commercio e dell’imprenditorialità della Romania e presidente di turno del Consiglio, ha spiegato che «l’Ue è e rimarrà uno dei luoghi più aperti del mondo in cui investire», ma le nuove regole faranno sì che l’apertura venga accompagnata da una «protezione adeguata delle nostre attività strategiche».

Il comunicato parla di protezione e non di protezionismo. Il Consiglio Ue ha in questo modo voluto utilizzare parole diverse da quelle adottate dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Ma il bersaglio è il medesimo: la Cina. Negli ultimi 20 anni, infatti, gli investimenti di Pechino verso l’Unione europea sono aumentati di sei volte (quelli dal Brasile di dieci volte, mentre dalla Russia più che raddoppiati). Il timore dell’Unione europea è che attraverso flussi di capitali e operazioni poco chiare i gioielli di famiglia finiscano nelle mani di economie concorrenti.

Le nuove norme entreranno in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea e si applicheranno 18 mesi più tardi. Con il nuovo regime si verrà a creare un meccanismo di cooperazione in cui gli Stati membri e la Commissione saranno in grado di scambiare informazioni e sollevare preoccupazioni specifiche. Gli Stati membri manterranno comunque la facoltà di esaminare ed eventualmente bloccare gli investimenti esteri diretti per motivi di sicurezza e ordine pubblico. Anche la decisione di istituire e mantenere meccanismi di controllo nazionali resterà nella competenza dei singoli Stati membri. Alla Commissione sarà consentito formulare pareri in casi riguardanti vari Stati membri, o quando un investimento potrebbe incidere su un progetto o programma di interesse per tutta l’Unione, come Horizon 2020 o Galileo.

LE ASTENUTE: ROMA E LONDRA
Il provvedimento è stato appoggiato praticamente da tutti i Paesi membri. Tranne due: Il Regno Unito, che sta per lasciare l’Unione europea, e l’Italia. E all’indomani dell’astensione di Roma, cioè ieri (mercoledì, ndr), ecco sul Financial Times l’intervista al sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, in passato investment banker a Merrill Lynch, dieci anni vissuti in Cina prima di essere incaricato dal vicepremier Luigi Di Maio di seguire il dossier cinese. Geraci ha annunciato al quotidiano finanziario che l’Italia potrebbe diventare il primo Paese dei G7 a firmare un accordo con la Cina nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road (Bri), voluta da Pechino per la riapertura delle antiche Vie della Seta euroasiatiche (un memorandum d’intesa simile è già stato firmato da Portogallo, Ungheria, Polonia e Grecia). «Il negoziato non è ancora finito, ma è possibile che venga concluso in tempo per la visita» in Italia del presidente cinese Xi Jinping, atteso il 22 marzo a Roma (il 21 e 22 marzo prossimi si terrà anche una importante seduta del Consiglio europeo durante ci sarà, tra le altre cose, una sessione dedicata alla preparazione del vertice Ue-Cina del 9 aprile).

Ma sono bastate poche parole da Washington a lacerare il governo M5s-Lega. «Noi vediamo la Bri come un’iniziativa fatta dalla Cina per la Cina», ha commentato Garrett Marquis, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale statunitense, sempre al Financial Times. «Siamo scettici», ha aggiunto, «che il sostegno del governo italiano porti qualche sostenuto beneficio economico al popolo italiano e potrebbe danneggiare la reputazione globale dell’Italia nel lungo periodo». Le critiche di Washington sono state bollate come «davvero assurde» dal portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang. Ma intanto oggi (giovedì, ndr), sempre il Financial Times parlava di «divisioni all’interno della coalizione la scorsa notte dopo un duro rimprovero della Casa Bianca che chiedeva un ripensamento a Roma». Basti pensare alla reazione di Guglielmo Picchi, deputato della Lega e sottosegretario agli Esteri che su Twitter ha spiegato che c’è del «lavoro da fare» e che un’«ulteriore riflessione interna al governo» è «necessaria» per concludere che «a oggi non credo si debba procedere alla firma».

CHE SI DICE A LONDRA
Del fronte italiano molto si sta parlando in queste ore. Da segnalare il ritratto di Geraci a firma di Giulia Pompili sul Foglio e l’intervista al sottosegretario fatta da Alessandro Barbera sulla Stampa. Ma sulle mosse britanniche si è detto poco, forse meno, niente. E pensare che soltanto sei mesi fa il South China Morning Post scrive che il Regno Unito, pur non mettendoci la faccia, ha promesso alla Cina di sostenere la Bri con investimenti finanziari, sostegno tecnologico e personale specializzato. Il premier britannico Theresa May punta a un accordo bilaterale in vista della Brexit, dando per certa l’intesa con gli Stati Uniti nonostante le difficoltà di comunicazione con il presidente Donald Trump.

Ma si tratta della stessa May che, appena arrivata a Downing Street nel luglio del 2016, volle vederci chiaro sul ruolo dell’azienda cinese China General Nuclear Power Company, accusata dal dipartimento di Giustizia americano di spionaggio nucleare e proprietaria del 33% delle quote di partecipazione nel progetto da 18 miliardi di sterline della centrale nucleare Hinkley Point C. Nell’estate di tre anni fa il premier May decise di bloccarne la realizzazione proprio a causa delle preoccupazioni per il coinvolgimento cinese, in un periodo che entrambi i governi avevano definito storico per le relazioni tra i due Paesi. Soltanto un mese fa il governo di Londra sembrava ribadire la linea dura contro Pechino: il ministro della Difesa Gavin Williamson aveva minacciato di schierare una nave da guerra britannica nel Mar Cinese Meridionale, la HMS Queen Elizabeth che però, spiegava l’ex capo dell’esercito, il generale Richard Dannatt, a Skynews, non è ancora pronta. «Occhi ben aperti» diceva Williamson parlando dei rischi per la sicurezza con Pechino, in particolare sulla rete 5G e Huawei.

LONDRA, DA FALCO A COLOMBA
Quella minaccia convinse la Cina a cancellare un incontro previsto con il cancelliere britannico Philip Hammond. La politica estera britannica verso Pechino sembrava diventata da «falco» più che da «colomba», com’era ai tempi di David Cameron e del suo fidato cancelliere George Osborne, che lavoravano per rendere il Regno Unito il migliore amico della Cina in Occidente. Ma in poche settimane è arrivata una svolta inattesa. Londra si è staccata dalla linea di Washington e ha dato luce verde a Huawei. Con questo titolo il Financial Times ha annunciato l’apertura del governo di Londra al colosso delle telecomunicazioni cinese. Per il National Cyber Security Center, le apparecchiature compatibili con la futura connessione super veloce 5G fornite da Huawei rappresentano un rischio «gestibile» per la sicurezza nazionale.

Il rapporto potrebbe avere «grande peso», scriveva il Financial Times, tra i leader europei perché il Regno Unito ha accesso a informazioni riservate degli Stati Uniti attraverso la rete condivisa con gli altri membri dell’alleanza Five Eyes che fa capo agli Stati Uniti. Intanto però, dopo la pubblicazione del documento e nonostante gli avvertimenti del centro studi Rusi sulle possibili interferenze cinesi sulle questioni di interesse nazionale britannico, il Regno Unito ha scelto di imporre agli operatori telefonici del Paese un tetto all’adozione di sistemi Huawei. Che in questo modo potrà comunque partecipare almeno parzialmente alla costruzione dell’infrastruttura 5G del Paese.

L’OPPORTUNITÀ CHE ROMA IGNORA
Londra ha quindi deciso di non ascoltare Washington, la cui intelligence aveva condiviso una serie di informazioni con gli alleati per convincerli a bandire l’azienda cinese. E diversi Paesi, tra cui Nuova Zelanda, Australia (due dei Five Eyes, gli altri tre sono Stati Uniti, Canada e Regno Unito) e Giappone hanno sposato la linea dura statunitense. Anche la Germania starebbe pensando di consentire una qualche forma di partecipazione del colosso tecnologico cinese alla realizzazione della nuova infrastruttura tedesca delle comunicazioni.

Come fa notare su Twitter Attilio Geroni, responsabile della redazione Esteri del Sole 24 Ore, il problema della mossa italiana è «più politico che economico». Infatti, «ci sono Paesi, come Germania e Francia, che fanno molto più business di noi con la Cina». Con il memorandum sulla Bri, però, l’Italia dà, conclude Geroni, «un forte segnale politico di basculamento sempre più a Est, sempre più da mercato emergente». Questo «basculamento sempre più a Est» dell’Italia, complici anche la fascinazione di Lega e Movimento 5 stelle per la Russia e i tratti euroscettici dei due partiti al governo, ha ricadute che toccano anche i nostri conti. Washington ha parlato chiaramente contro l’intesa tra Roma e Pechino. Ciò significa che a rischio ci sono i 400 miliardi che servono ogni anno all’Italia per servire il suo debito. E chi ha comanda sui mercati finanziari? Sembra averlo capito la Lega che, soprattutto con la visita negli Usa del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, ha rinsaldato i suoi rapporti con l’amministrazione statunitense di Donald Trump dopo le intelligenze iniziali con la Russia di Vladimir Putin. Verso la quale, invece, punta una certa parte del Movimento 5 stelle (con il presidente della Camera Roberto Fico reduce da alcuni giorni a Mosca durante i quali è anche intervenuto alla Duma), mentre l’altra continua a dialogare con la Cina.

La Brexit offre all’Italia un’opportunità: sostituire il Regno Unito come cavallo di Troia degli Stati Uniti nell’Unione europea. Con Londra prossima a lasciare il club di Bruxelles, Roma potrebbe diventare il primo interlocutore di Washington nell’Unione europea, visto anche l’asse forte tra Berlino e Parigi. Ed è forse anche per questo che la Lega non parla più di Italexit e si sta avvicinando, in vista delle elezioni per il Parlamento europeo di fine maggio, al Partito popolare europeo sognando per novembre una Commissione europea, più atlantica di quella attuale, composta da popolari e populisti.


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