Perché il Nord Italia teme il «no deal»

Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni che rischiano di più se salta l’intesa sulla Brexit. Paure anche per il settore tessile di Toscana e Marche

Mancano tre mesi al 29 marzo 2019, il giorno della Brexit, e un mese al voto della Camera dei Comuni sull’accordo negoziato dal premier britannico Theresa May. Ma le due parti già lavorano all’ipotesi peggiore, il «no deal». La Commissione europea ha presentato il suo «piano d’emergenza» nel caso in cui si arrivasse all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza la ratifica dell’intesa raggiunta a novembre durante una seduta record del Consiglio europeo di appena 30 minuti: si tratta di un pacchetto di 14 misure destinate a contenere i danni e riguardanti molti aspetti cruciali dei rapporti tra le due sponde della Manica, in particolare per il funzionamento dei servizi finanziari, del trasporto aereo e di quello terrestre e delle dogane. Intanto, il governo britannico sta pianificando il «no deal», considerato ormai «una priorità operativa», mettendo sul piatto 2 miliardi di sterline per le spese legate allo scenario peggiore (somma che va ad aggiungere ai 4,5 già stanziati negli ultimi mesi). Il segretario alla Difesa, Gavin Williamson, ha anche annunciato la mobilitazione di 3.500 soldati per «qualunque evenienza» in vista di un’uscita senza accordo. E ancora, sempre da Londra: stretta all’immigrazione, spazi sulle navi per le scorte di generi alimentari e farmaci, lettere alle aziende del Paese affinché si preparino al peggio, un bando del ministero dell’Ambiente per assumere 90 nuovi dipendenti in vista di un’unità d’emergenza per il «no deal». Ma soprattutto un’imponente campagna mediatica e di pubbliche relazioni. Il tutto con un unico obiettivo, comune a Londra e Bruxelles: convincere il Regno Unito, in particolare i deputati chiamati a dire la loro ai Comuni la settimana del 14 gennaio, che l’accordo negoziato dalla May — e che l’Unione europea è disposta a rivedere — è il migliore possibile e va votato per non bloccare un Paese.

Ma quali sarebbero le ripercussione di un «no deal» sull’Italia? A questo tema è dedicato un recente documento di Antonio Villafranca, coordinatore della ricerca dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale). Il legame che unisce Italia e Regno Unito nell’ambito del comune (almeno finora) contesto dell’Unione è più stretto di quanto possa sembrare all’apparenza, scrive il ricercatore. Ma per capire la connessione serve guardare dentro quel 5%, la percentuale delle nostre esportazioni che raggiungono il Regno Unito. Non è «solo» il 5%. Si tratta di circa 23 miliardi di euro, che fanno del Regno Unito il quarto Paese, a pari merito con la Spagna, tra i mercati di destinazione del nostro export dopo Germania, Francia e Usa (che insieme raccolgono oltre il 35% dell’export italiano). E se si considera che il nostro import da Londra ammonta a circa 12 miliardi, emerge un avanzo commerciale di 11 miliardi. Ecco perché, per quanto si tratti di cifre che non sconvolgerebbero il nostro interscambio con l’estero, sono numeri da trattare con attenzione.

Come spiega Villafranca, si potrebbe sostenere che non bisogna esagerare sugli effetti di Brexit perché anche nell’ipotesi «no deal» i 23 miliardi di export non andrebbero totalmente in fumo. Tuttavia, ci sarebbe un contraccolpo da non sottovalutare. Basti pensare che a inizio 2016, prima del referendum del 23 giugno in cui vinse il Leave, ci si attendeva un aumento dell’export italiano verso il Regno Unito di circa il 5–6%. Dopo il voto che ha premiato la causa anti Ue la percentuale si è fermata sullo 0%, per poi raggiungere il 3% soltanto nel 2017. Un anno, quest’ultimo, in cui però si è registrato un boom delle nostre esportazioni nel mondo, con un incremento di oltre il 7%. «Il rallentamento dell’economia britannica e la debolezza della sterlina hanno quindi avuto un impatto significativo», sottolinea Villafranca.

Tralasciando due aspetti comunque non secondari analizzati dall’esperto, quali la perdita per Roma di un alleato prezioso nel contrasto all’asse Parigi-Berlino che spesso ha dettato l’agenda europea e il rischio di nuova instabilità in Europa che certo non aiuterebbe il nostro Paese, concentriamoci su altri due elementi: i settori della nostra economia che potrebbero essere colpiti da un «no deal» e gli investimenti britannici in Italia. Ben il 40% dell’export italiano verso il Regno Unito si concentra in soli tre settori: meccanica strumentale, mezzi di trasporto e agroalimentare. Ciò significa che gli effetti del «no deal» non si spalmerebbero equamente su tutta l’economia ma si farebbero sentire in maniera netta su questi tre. Senza dimenticare che in caso di «no deal» si applicherebbero i dazi previsti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che, secondo stime della Banca d’Italia, si tradurrebbero in dazi medi del 5% sul nostro export verso Londra, che sarebbero vicini o addirittura superiori al 10% per alcuni settori (tessile e abbigliamento, agroalimentare e automotive). Ultimo tema da monitorare: gli investimenti diretti esteri. Il nostro Paese riceve pochi Ide rispetto alla media europea (il 18,7% del nostro Pil contro il 46,7% della media Ue nel 2016) ma anche in questo caso serve disaggregare i dati per evitare di sottovalutare le ripercussioni di una riduzione di stelline nelle nostre casse. Si tratta, infatti, fa notare Villafranca, di investimenti con forte concentrazione a livello settoriale (manifatturiero, Ict e commercio all’ingrosso) e geografico, con alcune regioni — a partire dalla Lombardia, e dal milanese in particolare — che risulterebbero particolarmente colpiti.

Ed è sufficiente incrociare queste informazioni con i numeri contenuti nel documento di marzo del Comitato europeo delle regioni per trovare conferme del fatto che in caso di «no deal» e nuovi dazi a farne le spese saranno in particolare le piccole e medie imprese italiane. Mentre il Sud, le isole e la costa tirrenica centrale e meridionale (Lazio compreso) non sembrano troppo esposti ai rischi della Brexit (per quanto la ricerca dichiari le difficoltà di analisi in aree economiche meno ricche e più concentrate), a subire i maggiori danni da un «no deal» potrebbero essere, oltre alla già citata Lombardia, Emilia Romagna (per la produzione di macchinari), Toscana e Marche (entrambe per il settore tessile). Tre regioni che sono addirittura inserite nello studio tra quelle dell’Unione europea a 27 Stati più colpite dall’uscita del Regno Unito. Numeri che dovrebbero convincere il governo italiano — in particolare, viste le aree a rischio, il lato leghista, per quanto da tempo si trovi su posizioni euroscettiche e pro Brexit — a riattivare i canali diplomatici in Italia e in Europa (messi in standby molto probabilmente per evitare di aprire un nuovo fronte di scontro con l’Ue) per scongiurare quello che unanimemente viene il peggiore scenario peggiore della Brexit: il «no deal».


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