#1 Questa è una prima call to action

Vittima della confusione di questo inizio secolo, cerco di trovare una visione per un futuro migliore. Questi scritti sono la mia riflessione utopica: perché senza aspirazioni ideali, quali ragioni ci spingono a vivere?

Perché nonostante ciascuno sia molto occupato in mille cose personali, molti dei miei amici condividono alcune riflessioni su dove sta andando il mondo, fuori dal nido sicuro delle nostre case.

E questi pensieri voglio riproporveli qui, brevemente. Saranno i primi di una serie. Se alla fine vi sentirete d’accordo e vorrete fare veramente qualcosa, anche nel vostro piccolo, mandatemi un messaggio. E vedremo di combinare qualcosa insieme.

Questa è una call to action per uscire dal nido. Ne verranno anche altre!

Ritorno al passato

Il XXI secolo mi sembra sempre più avviato a essere etichettato come il secolo “autoritario”. O, per lo meno, c’è il rischio palpabile di vedere un numero crescente di demagoghi ordinari al potere che cavalcano — per mero calcolo politico — l’indiscusso e giustificato risentimento causato (nel Vecchio e Nuovo Mondo) da una generalizzata crescita della disuguaglianza economica e sociale.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=9meWQ41AfUM
Questi demagoghi — che in larga parte sono xenofobi, autoritari o patriarcali — solo accidentalmente sono sovrapponibili ai loro seguaci, impauriti, arrabbiati e risentiti

In un mondo dove i problemi (terrorismo, migrazioni, clima, crisi economico-monetarie) sono di natura globale e richiederebbero quindi approcci coordinati globali, i demagoghi che aspirano a una leadership nazionale si rendono conto di non avere nessun’altra leva da controllare se non quella dei temi culturali, etnici o confusionariamente identitari.

Perché la sovranità economica è già un’utopia chiamarla con questo nome. Non esisterà più

I demagoghi sono quindi in realtà molto deboli, e alla loro ultima occasione: dirottano perciò l’attenzione via dai fenomeni che non possono controllare, tentando per l’ultima volta di prendere il potere.

Le vittorie populiste di questi ultimi anni non sono altro che forme di “exit” (alla Hirschman) dalla democrazia, che ha deluso i “vinti” degli ultimi 40 anni di storia occidentale. Sono ammutinamenti elettorali che hanno come bersaglio — fra l’altro, assolutamente a ragione — la globalizzazione economica, il neoliberismo e gli establishment che li promuovono.

Gli elettori hanno, di fatto, rifiutato il neoliberismo progressista (di stampo anglosassone) che sanciva l’alleanza tra movimenti sociali e settori simbolici di alto livello del mondo degli affari che venivano dotati del carisma dei primi senza in realtà meritarlo (vedi miopia e conseguente sconfitta di Hillary Clinton alle ultime presidenziali USA). E in questo processo, una parte dell’elettorato (i “vinti” dalla globalizzazione) veniva completamente dimenticato e abbandonato.

La difficoltà ad affrontare i citati problemi (enormi e complessi) lascia aperta la porta alla tentazione di rispondere all’insicurezza con violenza e forza, illudendosi che qualche potere sia rimasto nelle nostre mani.

E c’è quindi un fuggi fuggi verso il passato, visto come più positivo e desiderabile di un futuro incertissimo e inimmaginabile, fonte di angosce e della paura di non essere riconosciuti più da questo mondo o di essere riclassificati come incapaci. Perché l’oggi è temuto soprattutto per lo scarto enorme tra gli strumenti che pensiamo di avere a disposizione e i problemi che dobbiamo affrontare.

Naturalmente, i demagoghi capitalizzano questa paura dell’ignoto, e ne alimentano i caratteri di intolleranza e di rifiuto

E ahimè non fanno altro che palesare il dramma cosmopolitico che già viviamo da tempo: l’assenza di consapevolezza e la completa inattitudine cosmopolitica della popolazione contro l’ormai consolidata interdipendenza dell’umanità sul piano materiale (e forse anche quello spirituale).


La risposta dei contromovimenti

E il dramma è che cerchiamo di gestire tutto questo con strumenti che vorrebbero favorire autonomia, indipendenza e sovranità, senza aiutarci a diventare un’umanità solidale come “intero”.

Tutto questo malcontento, utilizzando le vecchie categorie novecentesche, è scaricato a terra sia a destra che a sinistra: movimenti di reazione con atteggiamenti nostalgici e difensivi (prima via) e movimenti di giustizia sociale guidati dagli sconfitti dello sviluppo neoliberista (seconda via).

Se i primi portano a un populismo che implica un’appropriazione di soggettività popolare da parte di personalità dominanti che controllano canali, ritmi e forme organizzative della mobilitazione sociale (modo difficile per dire che giocano su un legame plebiscitario), i secondi — che perseguono il ripristino di diritti tradizionalmente garantiti — possono sì proporre uno storytelling progressista e partecipativo, ma c’è anche il rischio di ricorrere facilmente a modelli regressivi, soprattutto a causa del senso di spossessamento politico dovuto alla separazione tra politica popolare e potere istituzionale.

E le altre ideologie tradizionali sono totalmente incapaci di fornire visioni alternative e attraenti

Riorentare

Una terza possibile via — da esplorare in futuri articoli — deve innanzitutto partire dal riconoscere che i problemi globali devono avere soluzioni globali, che una cornice morale è fondamentale e che bisogna recuperare legittimità politica e ridare voce agli sconfitti e agli alienati, rifacendo interessare il pubblico ai beni comuni e alla partecipazione ai processi democratici, anche attraverso nuovi spazi di incontro.

In sostanza, si deve provare a riorientare la rabbia ridefinendo i termini stessi della politica.

Ora, il problema è che molto di ciò che è stata la politica del passato si è dimostrato innanzitutto essere un fallimento di idee e, soprattutto, di lettura della realtà: delle cornici interpretative rigide, che fossero di destra o di sinistra.

Se prima c’erano grandi sistemi e granitiche convinzioni su come doveva funzionare il mondo, oggi il principio guida di una nuova filosofia politica dovrebbe essere un pragmatismo non ideologico, che sappia parlare a chi non piace essere costretto a scelte limitate, vecchi paradigmi o giochi a somma zero.

La realtà è che, contrariamente a quanto ad esempio raccontano durante le lezioni di economia politica, il mondo è un sistema adattativo complesso e NON un sistema in equilibrio. E le persone sono degli approssimatori emozionali con propensione alla reciprocità, e NON degli egoisti calcolatori razionali.

Questo modo alternativo di vedere le cose, ridefinisce la cornice e le metafore che devono guidare il discorso politico. Provate a immaginare il mondo (e la democrazia) come un insieme di ecosistemi (o di giardini) interconnessi: “condutture” che spostano capitale sociale e fiducia lì dove sono necessarie, e reti di crescita economica e di contagio comportamentale che collegano questi giardini.

Le vecchie ideologie (liberismo, comunismo, socialismo, etc.) immaginavano una realtà meccanicistica, e di conseguenza pensavano alle persone come ingranaggi di una macchina più grande: voti da raccogliere, consumatori da manipolare, dipendenti da gestire.

Tutto derivava dall’Illuminismo, che ci ha fatto pensare che il mondo fosse lineare e razionale, e soggiogabile dal genio umano. In realtà, dagli anni ’60, la nostra comprensione del mondo è cambiata drasticamente (da semplice a complesso) e così è possibile anche pensare che l’essere umano non sarebbe sopravvissuto come specie se non avesse avuto la capacità di cooperare attraverso organizzazioni sociali che premiavano la mutualità e la reciprocità.

Pensate alla differenza che esiste tra l’immagine di un meccanico che aggiusta una macchina che si è rotta e quella di un custode di un giardino che lo cura con amore per farne fiorire tutto il suo potenziale: non è una cornice di pensiero totalmente diversa? La prima non è una visione “sofferta” mentre la seconda è benefica?

Call to action

Questo post è il primo di una serie che vuole provare a esplorare nuovi storytelling, nuove forme per immaginare il futuro, nuove interpretazioni dei “giardini della democrazia”, nuovi strumenti per dare voce alle persone e ai territori.

Quali giardini e quali aree dove trovare fiori nuovi? Quali fonti utili per questi tempi così difficili e complessi? Quali gli ambiti di azioni e cambiamento? I territori non sono solo il passato: sono anche le comunità, le risorse e le relazioni che le persone vivono, e sulle quali costruire un futuro

Se questa prima lunga riflessione ha mosso il tuo interesse, scrivimi in privato, commenta qui di seguito o fatti sentire in altro modo. Stiamo cercando di costruire qualcosa, velocemente, e con un approccio serio e pragmatico. Ci sono altre persone che si stanno muovendo insieme a me, e abbiamo l’ambizione e la responsabilità di fare cose grandi.

Se invece non vuoi ancora sbilanciarti e sei curioso di capire cosa verrà dopo, stay tuned e lo scoprirai presto!


L’esperienza definisce felicissimo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri uomini… Se abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, nessun peso ci può piegare, perché i sacrifici vanno a beneficio di tutti; allora non proveremo una gioia meschina, limitata, egoistica, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone, le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre (Carlo Marx)