Il giorno in cui ho smesso di essere un bamboccione.

Gano Cataldo
Aug 9, 2017 · 4 min read

Circa dieci anni fa, nel mese di ottobre, a 27 anni compiuti decisi di lasciare la casa di famiglia per intraprendere un’esistenza autonoma o perlomeno per provarci. Il mio orgoglio e la testardaggine da mulo mi avrebbero trasformato in clochard ma giurai a me stesso che non avrei fatto ritorno alla vita precedente in famiglia.

Tutto sommato me la sono cavata e dopo la laurea, con un lavoro ai primordi, puntavo ad eguagliare in termini di notorietà pioneristica l’impresa di Amundsen ma l’esito alle prime battute era più prossimo a Giacomino, interpretato da Jerry Calà in “Vado a vivere da solo”. Insomma sono trascorsi dieci anni lascio la mia prima casa , in affitto, e vado nella prima casa, di proprietà (per ora ipotecata).

Sento però di dover fare qualche breve considerazione. Nel caso chi legge sospettasse di un melenso approccio esistenziale, può fermarsi qui: intanto perchè evidentemente non mi conosce; infine perchè non è detto che gli/le interessino le mie considerazioni.

Andare via di casa è una cosa complicatissima che non può essere celebrata in questo paese ostico senza nessuna agevolazione, senza nessun sostegno, senza nessuna mano, salvo quella dei tuoi genitori che non ti rinfacciano la tua svolta esistenziale autonoma e non ti lasciano mai indietro, fintanto che possono. Raramente, ma mi è capitato, ho lanciato un razzo di segnalazione in mare aperto e mamma e papà con la loro barchetta, sono sempre accorsi per fare quello che potevano, fosse anche solo una parola di incoraggiamento. Non c’è nulla di quella retorica filmica degli adolescenti che si trasfomano in donne e uomini adulti quando vanno via di casa. La libertà ha un prezzo elevatissimo.

In questi giorni lascio la mia prima casa da solo, dove poi solo non sono mai stato, con all’attivo diversi transiti e convivenze, con un matrimonio (in corso) e un figlio (in corso anch’egli), tre lavori diversi fatti ad oggi, due gatte, un migrante tunisino accolto (a proposito del “teneteveli a casa vostra”) che ora èa Parigi, un furto d’auto subito, per colpa mia, e tante, tantissime storie ascoltate e da raccontare.

Non rimpiango nulla ma quando sento vilipendere la mia generazione perchè è troppo precaria per permettersi un’esistenza autonoma, mi ribolle il sangue e non capisco perchè tra tante giuste battaglie non si conduca diacronicamente quella dell’emancipazione, di tutte e tutti, sempre e comunque, per un’esistenza libera e autonoma. Quelle belle, care battaglie per salario, lavoro o reddito garantito (elenco le ipotesi in modo da non scontentare nessuno). So bene che in tante e tanti, per la verità non tantissimi, si prodigano per queste istanze ma, visti i risultati, direi che marciare divisi riesce perfettamente, colpire uniti un po’ meno e, ad occhio, mi pare non stia vincendo il fronte del progresso, anzi, facendone parte a vario titolo, direi che come squadra, siamo abbastanza sotto.

La riflessione potrebbe condurmi facilmente a ricordi di lacrime di ministre passate oppure a frasi di tecnici con il loden o a qualche imprenditore dalla misteriosa genesi.
Non citerò nessun volto pubblico che ha lanciato strali indegni nei confronti della mia generazione come pietra di paragone negativa però vorrei vedere loro nei miei panni, in quest’epoca, con i salari o ricavi (quando ci sono e nel mio caso per fortuna ci sono) della mia generazione, a cercare casa, ad adempiere agli obblighi comunicazionali e formali, ad allacciare utenze. La vulgata attuale, o storytelling se si desidera, prevede che tutte queste cose si possano fare con internet e smartphone ma, come è noto, con gli strumenti del XXI secolo i processi si avviano in rete ma finiscono inevitabilmente con un funzionario pubblico o privato, con il quale intessere un eterno tira e molla, per responsabilità sue, raramente, o del “sistema”, frequentemente. Di cosa fare degli idealtipi non citati all’inizio del paragrafo, dirò alla fine di questo omaggio alla mia transizione da adulescens a iuvenis.

Ora parlo di me, Simona e Niccolò: abbiamo deciso di cambiare casa, non di cambiare quartiere, perchè Libertà e Bari ci piacciono per le loro chicche e per le storture, anche se per quest’ultime siamo un po’ meno entusiasti. Abbiamo deciso di comprare una casetta e ristrutturarla, di farlo con le nostre risorse e con l’aiuto di quei familiari, genitori in testa, che non si tirano mai indietro. Non vi parlerò delle complicazioni dei mutui e dei prestiti, degli spread e delle garanzie da dare su tutto, dei rapporti con i fornitori, della difficoltà di riavere il riallaccio del telefono.
Mi limiterò a dire che nelle tante complicazioni siamo felici di quello che stiamo facendo. E che la prossima volta che una ministra, un deputato, un tecnocrate, un’altolocata figura imprenditoriale diranno che non siamo in grado di lavorare perchè “ai miei tempi era diverso, mentre voi avete trovato la strada già fatta”, noi tre raggiungeremo le persone in questione, ovunque si trovino, per tirargli quel famoso ceffone che forse non hanno mai avuto quando hanno detto una cazzata di portata analoga.
Non metto in dubbio che esistano in natura gli scioperati e buoni a nulla. Ma sono certo che siano molti di più nell’un per cento più ricco che non nel restante novantanove.

Nel frattempo, nonostante loro, ci proveremo ad essere felici, come gli zingari visti da Cludio Lolli. La vecchia casetta mi mancherà. Ma quella nuova mi piacerà perchè l’ha pensata Simona per noi tre e per chi eventualmente in futuro arriverà, grazie al coraggio che avremo di diventare di più e non certo perchè lo suggerisce chi promuove del fertility day.

Gano Cataldo

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