La verità, vi prego, sulla grandeur repubblicana della Francia!

Una riflessione ad alta voce sulla Cerimonia di Insediamento di Emmanuel #Macron

Lavorando nel e con il #Cerimoniale, prima ancora essendo innamorato di questa affascinante materia, domenica scorsa ovviamente ero incollato alla tv e al tablet per seguire, live, il lungo protocollo che lo Stato francese ha stratificato nel corso degli anni per simboleggiare e festeggiate l’insediamento del suo nuovo Presidente della Repubblica.

Conoscevo, dallo studio e dalle occasioni precedenti, le consuetudini salienti di questa importante cerimonia istituzionale, altre cose invece ho imparato a conoscerle proprio qualche giorno fa dalla mia esperienza di spettatore.

Devo dire che al netto del mio spirito critico, cruccio maniacal-perfezionista prima mio e poi degli altri che hanno a che fare con me, all’immedesimazione nella situazione o meglio nell’attuale Chef de Protocole dell’Eliseo Frédéric Billet (lasciatemi sognare) e dei suoi vari funzionari addetti al cerimoniale, tutto mi è parso bello, solenne pur nella semplificazione di alcuni modi e segmenti, alto e giustamente reattore di commozione in chi guarda; commozione nel senso di compartecipare ad un’emozione, che a mio modesto parere, non richiesto, deve sempre essere la cifra di sottofondo di iniziative protocollari al fine non solo di essere poi queste realmente meta-comunicative della potestà dell’Autorità e non del singolo uomo che la riveste pro-tempore, ma anche fonte di ammirazione nel senso più lirico del termine e di rinvigorimento degli ideali e della storia di un popolo.

Certo, devo dire che per i miei gusti forse ci sono state troppe sbavature sul cronoprogramma, troppi slittamenti, lunghissime file di strette di mano che di protocollare non avevamo nulla, ma dilaniavano soltanto la mia curiosità avida di sapere chi fosse l’uomo col baffo mustache in piedi in quarta fila che le Nouveau President si affannava a salutare nel Salone dell’Hotel De Ville di Parigi, per poi scoprire magari che era il fratello del cugino del cognato di Macron ed era lì in quota, pur importante e nobilissima, dei familiari propri o acquisiti, ma allora si poteva salutare durante il rinfresco senza far ingolfare l’intera magnifica costruzione del programma messa a regola da alti mandarini di Stato, feluche blu e semplici impiegati nel corso di frenetici preparatori giorni di lavoro, lavoro in cui non sanno neanche se saranno confermati a valle di uno spoil system nelle caselle dell’alta burocrazia, momento fisiologico in qualsiasi avvicendamento del potere.

Forse, ma dico forse, a onor del vero, sarebbe stato tanto utile una presenza leggermente più marcata di quei funzionari di cui sopra accanto ad un comprensibilmente emozionato e spaesato presidente entrante, per sussurrargli, all’orecchio suo e della Premiere Dame, movimenti da compiere e tempi da rispettare. Tutto questo facendolo ovviamente bisbigliando con il tono più basso degli ultrasuoni percepibili dai pipistrelli e la fugacità da navigate spie ai tempi della Guerra Fredda che solo noi del Cerimoniale sappiamo avere.

Però, del resto si sa, molta della marzialità di un tempo dei cerimoniali di stato è venuta meno nel tempo e io, come dice sempre un mio caro maestro di questo mestiere, sono in realtà un nostalgico classe 1929! Un ancien régime, direi io visto il Paese in questione.

Detto ciò, mi ripeto con convinzione, tutto bello, tutto importante, tutto repubblicanamente francese. Questa la mia analisi del fatto in sé; analisi, su questo medium, intendiamoci, senz’altro sbrigativa.

Quello che però mi ha stupito, il giusto per carità perché ormai lo stato di trauma non è più del nostro vivere contemporaneo che troppe ne vede (a meno che, sia chiaro, voi non siate nei talk show di infotainment della tv generalista dove è tutto una rivelazione esclusiva e choccante dietro l’altra), è come sia sul web, tra semplici post sui social network, sia leggendo/ascoltando più approfonditi e ragionati servizi di cronaca fatti in nostra Madre Patria (se approfonditi e ragionati possono dirsi), sia stata fatta, a volte e non sempre, da alcuni e non da tutti, una sorta di analisi ermeneutico-esegetica di questa cerimonia ufficiale. Dimenticando o forse non prendendo in considerazione in prima istanza che le cerimonie se sono ben fatte non hanno affatto bisogno di interpretazione perché estrinsecano il loro significato all’istante, lo rendono limpido, senza necessità di mediata spiegazione.

Queste interpretazioni a cui riferisco magnificavano, chi per un verso chi per un altro, l’evento di investitura e presa di potere del Presidente della Repubblica Francese ogni oltre ragionevole accettazione del proverbio, sempre vero, che vede l’erba del vicino più verde.

Una cerimonia manco a dirlo che dovrebbe essere presa a modello dagli italiani.

Una grande cerimonia laica e io a chiedermi quando, in Italia, siamo soliti far dire messa per sottolineare un momento importante di enti e istituzioni nostrane. No, infatti MAI, quello semmai succede negli USA nel pomeriggio dell’Inauguration Day alla presenza del Presidente di turno.

Una cerimonia veloce, ma il tempo si sa è relativo.

Una cerimonia semplice/pulita e anche qui non mi pare, così a naso, che nel Bel Paese di prassi intervenga, che dire, il Cirque du Soleil per l’insediamento del nuovo Parlamento o la Nazionale Ginnastica Ritmica al giuramento dei nuovi giudici della Corte Costituzionale o che, in generale, il protocollo, internazionalmente inteso, sia qualcosa di manierato.

Il cerimoniale anzi è codice comunicativo terzo il quale oggettiva e azzera qualsiasi guizzo personalistico e, aggiungo io, sensazionalistico.

Insomma molti resocontisi italiani della passata domenica francese ho capito che, per analogia, una qualsivoglia cerimonia di insediamento del Presidente della Repubblica Italiana forse non l’hanno mai vista (e apprezzata) da capo a piede.

Non mi soffermo sugli storici dell’arte dell’ultima ora che raccontandoci della bellezza, imponenza, funzionalità del Palazzo dell’Eliseo, posa della prima pietra: 1718, si dimentichino che un Palazzo storico del potere italiano, uno a caso, sì il Quirinale esatto, sia giusto di qualche annetto più agée, anno domini: 1583 ed esistente già da molti anni prima l’intervento di ampliamento; una cosetta insomma e se è vero che l’anzianità non fa importanza, certamente però il Palazzo in sé in fatto di promanazione di auctoritas è internazionalmente riconosciuto essendo stato, tra l’altro, centro del vero potere temporale e diplomatico di tutto il vecchio continente ai tempi dei Papi Re e che un francese più francese della baguette, Napoleone, vi si volesse insediare non facendovi però poi più in tempo.

La ratio di questo mio scritto? Partigianeria? No, parteggio solo per il mio meraviglioso settore lavorativo e i suoi professionisti in qualunque confine disseminati. Campanilismo? Non mi ci ritrovo. Patriottismo? Forse sì, un pochetto, del resto per formazione e deformazione umana e professionale sono coinvolto in qualche modo in quello che è il contesto istituzionale del nostro Paese e credo anche che un tantino di spirito patriottico in più, di cittadinanza attiva e consapevole, da parte di tutti sia utile per dare carburante alla Nazione, qualsiasi Nazione, aiuti a unirla certamente, ma anche comunicare dentro e fuori i limes andando oltre la retorica immaginativa invece della politica, con la ‘p’ minuscola appunto.

No, la morale di questa riflessione forse non c’è o forse è solo voglia di condivisione leggera in un giorno di maggio. Del resto questa è una riflessione ad alta voce come recita l’occhiello al testo, e come tutte le cose dette ad alta voce volente o nolente vengono udite, introiettate da ascoltatori/lettori anche inconsapevoli. Non me ne vogliate per il disturbo.

Certo è che ri-scorpire il Cerimoniale e le sue regole sarebbe, in Italia, per le Istituzioni di ogni ordine e grado, le Aziende piccole e grandi, i giornalisti, opinionisti, blogger e assimilati molto utile, pur rifuggendo la chimera di essere onniscienti e/o tuttologi, per comprendere che il Cerimoniale è un linguaggio e un codice di comportamento comune e sistemico che vale e ha senso solo esclusivamente in un contesto culturale/istituzionale omogeneo, dunque, a prescindere da regole, leggi e consuetudini internazionalmente valide e riconosciute che pure ci sono, ciò che in fatto di protocollo va bene per la Francia non va bene per l’Italia e viceversa, ogni architettura di poteri di uno Stato esprime protocolli diversi e questi mutano al mutare di essa e della storia, al modo che i pubblici poteri hanno di comunicare e comunicare loro stessi entrando in relazione con altri poteri, la società, il popolo.

Voler appiattire, omologare, criticare il modo di essere nella vita di rappresentanza ufficiale proprio di un Paese o di un Ente significa non cogliere a fondo il modo di essere e di relazionarsi di essi. Significherebbe anche, non da ultimo, non guardare, come si dovrebbe, oggi più dei tempi andati, al Cerimoniale come settore strategico, di nicchia forse, ma non meno importante, del complesso sistema delle relazioni pubbliche.

Concludo dicendo che in tema di Cerimoniale la grandeur francese è la grandeur francese, ma anche il paradigma italiano non è niente male e ha fatto nei secoli proseliti in giro per il mondo.

Consentite una nota autoriale di chiusura: una venatura ironica attraversa tutto il testo diversamente da altri miei, pochissimi in realtà, scritti in ambito professionale. È stato necessario per condividere temi e pensieri non all’ordine del giorno nel dibattito popolare, ma soprattutto per evitare che io, il pasionario del Cerimoniale, come un Gavrilo Princip qualunque, inneschi una nuova guerra mondiale a causa del primato di questo o quel protocollo, in una congiuntura, come quella attuale, caratterizzata da un test missilistico e dal lancio di una bomba con una nonchalance pari a quella con cui si scende in piazzetta a prendere un aperitivo con gli amici.

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