Le mani di Perugia

Vetri, tessuti, libri, mobili e gioielli prodotti a mano tramandano tradizioni millenarie, raccontano storie della città e delle famiglie che da secoli la abitano, cambiano nel tempo grazie all’impulso artistico di chi li crea. Girovagando per questi laboratori si possono scoprire non solo le antiche tecniche, ma anche gli aneddoti di vita degli artigiani e dei loro stagisti, i ragazzi di bottega del terzo millennio.

L’interno della tessitoria Giuditta Brozzetti

Il nostro itinerario inizia da via Berardi, dove una tessitrice porta avanti una storica tradizione. «Questo posto con tutte le strutture adiacenti fu comprato da mio padre nel 1955, per farne casa nostra» ci spiega Marta Cucchia accogliendoci nella chiesa sconsacrata del XIII secolo San Francesco delle donne. È stata lei nel 1996 a trasferire qui i telai antichi. La sua famiglia però li usava da ben quattro generazioni. In una catena tutta al femminile, su questi giganteschi telai sette e ottocenteschi prima di Marta hanno lavorato sua madre, sua nonna e la sua bisnonna.

Tessuti e strumenti

I motivi decorativi della tradizione medievale e rinascimentale umbra che ancora oggi vengono tessuti nella bottega assumono un fascino tutto particolare con le luci di quella che un tempo fu una chiesa.

Marta Cucchia al telaio

Un dettaglio che non è sfuggito al grande fotografo americano e appassionato di Umbria Steve McCurry che ha scelto Marta e il suo laboratorio-museo come uno dei soggetti della sua mostra “Sensational Umbria”. «Steve è una persona incredibile, ora siamo amici», si vanta la tessitrice, che ci racconta divertita un aneddoto: «Quando venne per fotografarmi disse che doveva cogliere l’attimo, che è una cosa importante per un fotografo… certo, quattro ore per cogliere un attimo!».

Josè al telaio

La sua attività è svolta in forma di cooperativa: i suoi soci Josè e Patrizia l’aiutano nel lavoro con i telai e nella gestione del museo, «È faticoso e costoso — sottolinea Marta — ma non c’è dubbio che ne valga la pena».

La mano di Maddalena che con un pennello dipinge sul vetro

Dalla parte opposta del centro di Perugia, sono le mura quattrocentesche del palazzo dei nobili Baglioni a ospitare un’altra famiglia di artigiani. Si tratta dei Moretti — Caselli, che da fine ‘800 hanno ridato vita a un’arte basso-medievale abbandonata nei secoli: la pittura su vetro.

Maddalena Forenza guarda una foto dei suoi avi

Ad accoglierci affacciata alla finestra del ‘museo-laboratorio’ è Maddalena Forenza, sorridente perugina di 35 anni, che ci guida nei luminosi locali del palazzo. Ci mostra libri antichi e i disegni preparatori. Ogni oggetto dei tanti conservati la spinge a raccontarci un tassello della sua artistica storia familiare. Il capostipite è lo zio del suo bisnonno, Francesco Moretti. Artista eclettico, studioso d’arte, ma anche di chimica, fu lui a fine ‘800 a comprare il palazzo e a trasferire lì famiglia e bottega.

Maddalena al lavoro

«Una soluzione ideale — ci spiega Maddalena — perché, è esposto a sud e ha grandi finestre, quindi c’è sempre luce, indispensabile per lavorare il vetro».

Cristo dipinto su vetro nel salone del museo-vetreria

Proprio giocando con le luci e le trasparenze, il Moretti ha creato uno stile di pittura su vetro che riesce a restituire alle immagini la profondità. La tecnica è passata di generazione in generazione. Negli anni ’30 le prozie di Maddalena, Rosa e Cecilia Caselli, hanno lavorato anche all’estero: la loro monumentale riproduzione su vetro dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci si trova nella cappella del “Forest lawn memorial park” vicino a Los Angeles. «È sepolto lì anche Michael Jackosn!» ci rivela Maddalena.

La legatura a piombo

Indossati guanti e grembiule, l’artigiana inizia a piombare il vetro e a parlarci di lei. «Venivo al laboratorio fin da bambina, ma ci ho messo un po’ a capire che sarebbe stata la mia vita».

Le decorazioni

Dopo le superiori, Londra e poi Milano, dove Maddalena ha imparato a mischiare il vetro con rame e stagno, per creare gioielli in stile ‘Tiffany’, che ora vende all’interno del laboratorio. Non ha abbandonato, però, il tradizionale mestiere di famiglia, anche se ai temi religiosi, si sono sostituiti quelli astratti e floreali.

Anna Fornari all’opera nella sua bottega

Tombini, alveari, ma anche sigilli medievali sono invece i motivi che ispirano Anna Fornari, bergamasca di nascita, ma perugina d’adozione. Figlia di una pittrice, ha girato l’Italia in lungo e in largo, ma ha scelto l’Umbria come quartier generale per la sua attività.

Saldatura con la fiamma ossidrica

Quando arriviamo nella sua bottega in via Deliziosa, minuscola traversa di Via dei Priori, l’orefice ci presenta Claudia Bottini «è una storica dell’arte e mi aiuta a fare le ricerche per i miei lavori». Un connubio inedito, ma molto proficuo a sentir loro. È proprio l’assistente a guidarci nella visita della bottega: ci racconta dei lavori più noti e delle esposizioni più importanti dell’ “artista”, come chiama Anna, che intanto sta seduta alla scrivania, lavorando un gioiello, creato dallo stampo di un sigillo medievale.

Di nuovo Anna nella sua bottega

«Le sue opere sono sempre ispirate a qualcosa del passato, ma sono nuove — spiega Claudia — non a caso la sua più famosa collezione si chiama “Il futuro degli Etruschi”». Subito dopo ci chiarisce come sia stato il “progetto lavoro artigiano” della regione Umbria, finanziato da un fondo sociale europeo, a permettere l’originale collaborazione nella forma di stage retribuito.

La rilegatura con ago e filo

In città, però, Anna Fornari non è l’unica ad avvalersi dell’aiuto di una stagista attraverso il progetto finanziato dalla Regione. Anche Michele Biccini, titolare di una legatoria in via Baldeschi a pochi passi da piazza IV novembre, ha fatto la stessa scelta.

Chiara al lavoro

Quando lo andiamo a trovare, incontriamo proprio Chiara Sebastiano, la sua stagista, di professione psicologa, ma per passione artigiana, intenta, cerotti alle dita, a rilegare con ago e filo un grosso tomo. «Dopo aver studiato per anni la psiche umana — confessa la stagista legatrice — l’idea d’imparare a fare qualcosa con le mani mi affascinava molto».

Michele ha ereditato l’attività dal padre nel 1997, e con la madre continua a fare i lavori di sempre. La sua bottega non è certo un museo, ma non per questo è un luogo meno affascinante. Nel retrobottega ci mostra dei volumi del Codice atlantico di Leonardo da Vinci che sta restaurando con cura per la casa editrice Ars illuminandi, la stessa per cui lavora anche a un grosso evangeliario.

Libro con sopra un ferro per dorare

Michele fa tutto come una volta: dal lavaggio dei libri alle antiche legature a mano. Per non chiuder bottega, però, la tradizione deve confrontarsi con le esigenze di oggi: è per questo che alla legatoria Biccini piccole agende moderne vengono rilegate a mano come una volta e impreziosite con i ferri per dorare, lunghe bacchette di legno con uno stampo sulla punta, gelosamente custodite in un cassetto della piccola bottega.

Michele Biccini nella sua legatoria

«Come una cornice contribuisce all’espressione di un quadro, — scrive Michele sul suo sito web — così l’artigiano dialoga con l’antichità per capire ciò che oggi c’è in noi del passato».

Leonardo Mancini all'interno della sua bottega

Proprio accanto alla bottega di Michele c’è una piccola vetrina, che cattura l’attenzione per la grande scacchiera di legno esposta. È la bottega di Leonardo Mancini, aperta dal fratello di suo nonno negli anni ’30. I Mancini, però, facevano mobili in legno già da quasi 200 anni. «Mio cugino è riuscito a risalire fino al 1746, quando l’attività era ancora a Todi», ci racconta Leonardo. Lui ha imparato il mestiere prima da suo padre e poi da sua zia, ma negli anni ha affrontato molti cambiamenti: «Negli anni ’60 c’è stato il boom dei mobili su misura — spiega l’artigiano — mio nonno ha arredato le case di tutta l’alta borghesia nascente qui a Perugia». Nei decenni successivi, però, l’attività è diventata quasi esclusivamente quella del restauro: le chiese prima, e poi gli stessi mobili del nonno, come l’armadio che ha appena finito di dipingere. Un’attività — quella del restauro — che in Umbria ha fatto gola a molti. «Dove ci sono i soldi, arrivano gli squali», sintetizza Leonardo. «Noi pesci piccoli o ci adattiamo o veniamo mangiati». Lui ha scelto la prima strada e ora, quando anche il restauro non tira più abbastanza, all’attività tradizionale affianca un nuovo lavoro nella cantieristica.

Servizio di Alice Bellincioni e Gianluca De Rosa

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