#lamiastoriaconinternet: quando sono i preliminari a fare la differenza.

La mia storia con internet è cominciata ben più di vent’anni fa e questo significa sostanzialmente una cosa: sono vecchia!

Sì, lo ammetto, appartengo alla generazione che a scuola utilizzava pesanti dizionari ed enciclopedie, che ha avuto il primo cellulare in età adulta, che ha imparato a fotografare con la macchina analogica, ha ascoltato la musica con il walkman e ha studiato inglese solo dalle medie, come se fosse materia esotica e di poco conto.

Insomma, la mia storia con internet, come tutte le storie più belle d’altronde, è fatta di una lunga serie di preliminari.

Avevo 12 anni quando mio padre, nato con la passione dell’elettronica, mi portò a casa il primo computer: era un 286 e correva l’anno 1988. Lo sistemò con una certa enfasi sul tavolo della tavernetta e mi disse: “È tuo!”

Poi aggiunse: “Ricordati solo che ha sempre ragione. Se non fa quello che vuoi è perché hai sbagliato qualcosa tu”

In un colpo solo avevo ricevuto le regole d’oro della programmazione e della comunicazione. Ma io ancora non lo sapevo.

Cominciai ad essere una tipa all’avanguardia, nerd ante litteram, quando essere all’avanguardia significava impaginare il libretto dei canti della parrocchia con word.

Poi arrivarono le superiori, la fine del biennio al Liceo Scientifico Sperimentale, davanti a me due strade: il triennio linguistico (certamente più affine alla mia indole) e quello informatico (che mio padre caldeggiò con un approssimativo quanto oracolare “l’informatica è il futuro”).

Diedi retta a mio padre, sacrificando certamente la mia media scolastica e facendo la prima conoscenza con i linguaggi di programmazione (il mio primo manuale di DOS fa ancora bella mostra di sé come una reliquia nella libreria del mio studio).

Non fu un colpo di fulmine. L’informatica non faceva per me, il mio forte, senza dubbio, erano le materie umanistiche e mi muovevo con grande disagio tra le tantissime ore di matematica, informatica e fisica. Mi piaceva la comunicazione, il giornalismo. Così per sopravvivere iniziai a muovere i primi passi nella redazione del giornale d’istituto. Altro incontro che lasciò il segno: quello con il Macintosh del Preside, messo a disposizione esclusiva dei redattori per impaginare la rivista con Pagemaker, rivista che poi veniva rigorosamente ciclostilata dal bidello (si… sono vecchia!).

Alla fine è arrivata l’università. Era il 1996. Test di ammissione a Scienze della Comunicazione a Bologna con tanto di Umberto Eco che ci dà il benvenuto con un discorso fintamente bonario e a tratti decisamente minaccioso. Tra le domande più o meno assurde di cui era pieno il test due si conficcarono nella mia mente per sempre, come un destino. Una era “Cosa significa WWW?” l’altra “In quale film Charlie Chaplin mangia una scarpa?” Una mi lasciò impietrita e attonita, non ne avevo idea. Non era la prima.

Per la cronaca ebbi un voto brillante nel suddetto test ma non entrai a causa del mio voto della maturità scientifica a sperimentazione Informatica. Quel 54 causato da un 5 al secondo scritto (quello di matematica, fisica, informatica) alla fine mi segnò la vita. Presi 9 nello scritto di italiano facendo un tema su Dante che mi valse un articolo sul quotidiano locale, ma l’informatica, o meglio quello che era l’informatica allora, proprio non mi andava giù.

Mi iscrissi a Lettere pensando che si sarebbe chiusa lì. E invece no. Li è cominciato tutto. Perché io ho cominciato a scrivere e internet è arrivato davvero. È arrivato e si comprava nei negozi come il pane, è arrivato e quando da casa ci si collegava bisognava avvertire tutta la famiglia perché non si potevano fare le telefonate. È arrivato e non c’era nulla che assomigliasse ad internet come lo conosciamo ora. Pochissima roba italiana, niente video, zero pubblicità.

È arrivato e all’inizio non ci si capiva tanto. Era a metà tra l’oracolo e la fantascienza. Tra il pericolo rivoluzionario e la manna scesa dal cielo per renderci la vita più semplice. Si doveva decidere se lasciarsi andare e cedere a questa provocante tentazione di futuribile globabilità o al contrario fare resistenza. D’altronde eravamo in Italia e l’innovazione non è il nostro forte.

Io, che storicamente amo le novità e il cambiamento, mi lasciai andare: inizia a scrivere per un antesignano magazine online, quando in Italia il giornalismo online non era riconosciuto. Non si sapeva che nome dare a quel mondo che stava prendendo forma, non si riusciva a dare dignità a quegli articoli che non prendevano la via della stampa ma rimanevano lì, in quello spazio indefinito senza identità, né dignità.

Io però avevo certamente trovato il mio posto e unito finalmente la mia passione per le lettere a quella “informatica che era il futuro”. Grazie a internet iniziai a riscattare le costrizioni di mio padre e a trovare la mia dimensione.

Oggi lavoro per la maggiore search agency indipendente italiana (perché sì… adesso internet è così grande che farsi trovare è una sfida!) e ho un blog. Dai preliminari confusi con cui la mia storia con internet ha fatto i primi passi direi che siamo convolati a nozze. Per vivere insieme felici e contenti.

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