La storia risentita (il giorno della memoria del Sud)

«L’unità d’Italia costò la vita di almeno 20.000 meridionali, sebbene autorevoli storici annoverano finanche 100.000 vittime». L’incipit della mozione proposta dall’ex candidata M5S alla Presidenza della Puglia, Antonella Laricchia, spiega da che parte sta la richiesta di istituire un “Giorno della memoria del Sud”, come adesso la chiama il presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo.
Loizzo è un politico esperto e pragmatico. Ha visto lievitare il dibattito contrario a questa iniziativa del Consiglio regionale pugliese.

E replica precisando lo scopo di quel voto espresso il 4 luglio scorso: «Con il dibattito che potrà scaturirne, si offrirà a tutti la possibilità di affermare i propri convincimenti e, ai proponenti, di dimostrare se con quella mozione, essi sono interessati alla pratica del ricordo o a quella della speculazione politica. Infatti, la richiesta di commemorare, dovrà porsi l’obbiettivo di ricordare le sofferenze subite dalle popolazioni meridionali, non certo di celebrare un regime sanguinario e illiberale».

Il resoconto stenografico di quella seduta consiliare non conforta su questa versione delle intenzioni sia dei proponenti sia di chi, come lo stesso presidente Michele Emiliano, le ha condivise.

Dopo la contabilità all’ingrosso proposta nell’introduzione, la mozione ricorda, in particolare, le stragi di Pontelandolfo e Casalduni. Per subito lamentare che «nella maggior parte dei testi scolastici e universitari le pagine più oscure della storia d’Italia sono appena annoverate». Il rimedio? Istituire «il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell’unità, nonché i relativi paesi rasi al suolo; avviare, in occasione della suddetta giornata della memoria, tutte le iniziative di propria competenza al fine di promuovere convegni e eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche gli istituti scolastici di ogni ordine e grado».

E, nell’illustrazione, Laricchia chiarisce meglio.

«Può sembrare un’attività un po’ superficiale istituire una giornata della memoria — dice la leader del M5S pugliese –. Magari non ci fa comprendere il peso di quello che significherebbe. Io, però, voglio che ricordiamo un attimo la grande rivoluzione che c’è stata con i libri di Pino Aprile, dal Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia in poi. Illustri storici e ormai sempre più accademici ci hanno aiutato a comprendere che cosa sia realmente accaduto in quell’occasione.
Se guardiamo il primo libro di Pino Aprile, “Terroni”, e poi il secondo, uscito un anno dopo, credo sia proprio questa differenza tra ciò che è scritto nel primo libro e ciò che è scritto nel secondo che ci fa comprendere la portata del significato, della comprensione e della consapevolezza che si diffonde tra i meridionali di quanto è accaduto.
Nel primo libro ci viene raccontato che cosa sia realmente accaduto, ossia che l’Unità d’Italia non è stata così felice e che ci sono stati dei morti, devo dire sia da una parte che dall’altra.
Nel secondo libro Pino Aprile racconta ciò che ha visto in tutti i comuni e in tutte le realtà che è andato a visitare quando ha presentato il primo libro. Quello che è successo è stato un risveglio della coscienza, assolutamente. Tantissimi giovani — e non solo giovani, naturalmente — hanno imparato a valorizzare il loro territorio e ad amarlo, perché qualcuno ha spiegato loro che non è vero che siamo fannulloni, non è vero che non ci piace fare nulla, non è vero che siamo sempre stati così. Siamo stati un popolo che ha motivi di essere orgoglioso della sua storia. Proprio su quelle valorizzazioni e su queste risorse, che magari sono state a lungo deplorate dagli stessi meridionali, si può puntare per creare reddito e occupazione e per far girare l’economia».

Un exploit di questo “risveglio di coscienze” si è registrato a Napoli, nel 2015, all’esito di una petizione lanciata su change.org da Alessandro Bello, sottoscritta da 10.503 persone e recepita dal sindaco Luigi De Magistris.

Rinominare “Piazza Giuseppe Garibaldi” in “Piazza Pino Daniele”

Pino rappresenta la storia della musica napoletana, ha rappresentato Napoli in Italia e nel mondo, raccontandola come solo un vero artista sa fare.
Merita un riconoscimento reale.
Di contro l’attuale nome della piazza è riconducibile a colui che unendo Napoli e tutto il Sud al resto dell’italia diede il via a un enorme tracollo economico e culturale, un uomo che non c’entra niente con la nostra terra.

Torniamo a Bari. Come ha reagito l’Assemblea alla proposta M5S?
Il presidente Loizzo ha chiosato: «Penso che, oltre i morti e le catastrofi, nell’Unità d’Italia ci imbrogliarono. Da lì cominciò l’imbroglio del Mezzogiorno e se cominciamo a studiare bene quella storia lo capiremo».
Il presidente Emiliano ha precisato che «il Governo non ha nulla in contrario. Com’è noto, Pino Aprile è uno dei consiglieri del Presidente. Abbiamo anche tutta l’attrezzatura pronta per organizzare al meglio una giornata come questa. Il mio parere è favorevole».

Solo il consigliere del Gruppo “Emiliano Sindaco di Puglia”, Giovanni Liviano, ha interrotto l’inerzia con cui si stava andando al voto prorompendo in un «Mi dispiace, ma non ce la faccio». «Faccio proprio fatica — ha proseguito — a dividere le persone in meridionali e settentrionali, in italiani e stranieri. Io mi sento parte di un genere, che è quello dell’umanità. Non vorrei sembrare retorico, ma per me ogni uomo è mio fratello. Chiedo scusa, ma non riesco proprio a ragionare in questi termini, ragion per cui voterò contro questa mozione».

“Se noi tutti, Nord e Sud tra l’800 e il ‘900, entrammo nella modernità, fu perché l’Italia si unì facendosi Stato”, ha detto molte volte Giorgio Napolitano, prima e durante le celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia.
Ho scritto un libro che ha provato a sistematizzare quel discorso pubblico dell’undicesimo presidente della Repubblica italiana.

Parlando a Marsala, l’11 maggio 2010, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dello Sbarco dei Mille, anche Napolitano ammette quanto sia

necessario che in un bilancio critico del lungo periodo che ha seguito l’unificazione d’Italia, non si coltivino nel Mezzogiorno rappresentazioni semplicistiche delle difficoltà che esso ha incontrato, dei prezzi che ha pagato, per errori e storture delle politiche dello Stato nazionale nella fase della sua formazione e del suo consolidamento.
Il ripescare le vecchissime tesi (perché vecchissime sono) — come qualche
volta si sente fare — di un Mezzogiorno ricco, economicamente avanzato a
metà Ottocento, che con l’Unità sarebbe stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso, non è degno di un approccio serio alla riflessione storica pur necessaria.

Ma, in quell’occasione, Napolitano ricorda quanto il processo unitario non si definì solo con le sue ultime fasi.

(…) rimane un fatto storicamente indiscutibile — al di là di ogni varietà di accenti tra gli studiosi — che ben prima dell’aprile 1860, quando comunque l’insurrezione soffocata alla Gancia si estese ai paesi vicini della provincia di Palermo, ben prima, a partire dall’estate-autunno 1859, si erano venuti moltiplicando i fermenti rivoluzionari e i moti contadini in Sicilia. Lo sbarco di Garibaldi e dei Mille si giovò di quel clima, e suscitò a sua volta un più ampio fenomeno insurrezionale. Come hanno scritto storici di diverse tendenze, “per la prima volta una regione italiana — e fu la Sicilia — insorgeva di sua iniziativa contro il regime esistente” e ciò creò “una situazione del tutto nuova” per il movimento unitario su scala nazionale; “la Sicilia fece sì che il sogno pluridecennale dell’iniziativa meridionale del Risorgimento diventasse realtà”.
E restano le parole indirizzate da Garibaldi ad un amico il 4 maggio: “L’insurrezione siciliana porta nel suo grembo i destini della nostra nazionalità”.

Degli storici, evidentemente si può fare a meno. Lo stesso ormai ex presidente della Repubblica ricordava le parole di Benedetto Croce, secondo cui “il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di ‘storia contemporanea’, perché per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”.

Ma che neanche la cultura politica riesca a riconoscere il vocabolario più utile alla koiné, è davvero il segno che abbiamo cominciato il viaggio schizofrenico di un pacman che non ha più puntini alle spalle.

GiovanniDelloIacovo

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