
Studiare Storia per fare la bibliotecaria: si può ma non si può.
C’è una domanda che rincorre tutti, qualunque sia l’età: “Cosa vorresti fare da grande?”. I bambini spaziano dalla maestra al medico, dall’astronauta al poliziotto; l’influenza del mondo che li circonda è immensa e tutto può trasformarsi in fonte d’ispirazione. A 5 o 6 anni, dopo aver visto Jurassic Park, volevo fare l’archeologa; a 10 anni, grazie alla scoperta di The Sims, volevo fare l’architetto, a 12 anni, grazie alla figura di Sandy Cohen in The Oc, volevo fare l’avvocato; al liceo, studiando Scienze sociali con un professore particolarmente appassionato alla sua materia, volevo fare lo psicologo. Ogni volta c’è sempre stato qualcuno pronto a distruggere il mio sogno: la maestra dell’elementari mi rispose di lasciare stare archeologia perché, a detta sua, “è già stato scoperto tutto”; per l’architetto, l’avvocato e lo psicologo sono intervenute persone frustrate con la classica frase “l’Italia ne è piena, non troveresti mai lavoro”. Col tempo, l’esperienza e le giuste persone ho capito che certe persone non vanno ascoltate e che non c’è niente di meglio della propria testa, così ho deciso di fare la fame: la bibliotecaria. L’ho deciso mentre preparavo il mio primo esame di biblioteconomia, con un professore che, al tempo stesso, era direttore di una bellissima biblioteca moderna. Lì, tra i principi di catalogazione, Ranganathan e la soggettazione, ho capito che da grande volevo fare proprio quello. Volevo occuparmi di una biblioteca, lavorarci, catalogare, diffondere l’importanza di un posto così tra le persone che ancora non l’avevano ben capita. Così mi sono buttata letteralmente a pesce nel mio primo tirocinio presso la biblioteca diocesana della mia città.
Sono state 150 ore bellissime, intense, ricche di polvere, pesciolini d’argento, libri sulla chiesa e sulla sociologia, scritti da uomini della Chiesa per insegnare ai genitori come educare i propri figli — seppur essi non ne avessero mai avuti -, libri di storia locale, racconti sulla Resistenza, su uomini e donne che avevano combattuto ardentemente sulle nostre montagne; 150 ore alle prese con signori anziani alla ricerca di un libro di cui non ricordavano il titolo, né l’autore, ma giusto il tema, studenti in aula studio che perdevano le chiavi del bagno, che schiamazzavano, che venivano a brontolare su quelli che facevano confusione. 150 ore fatte di novità, inventariazione, timbri, catalogazione digitale, scarto e creazioni di eventi culturali. Poi sono finite le ore e sono tornata tra i libri degli esami. Esami che non centravano niente ma che andavano fatti comunque.
Ho scoperto così che volevo fare la bibliotecaria: pezzo per pezzo, scoperta dopo scoperta, polvere dopo polvere. Con lo scopo di rendere il mio piano di studi il più vicino possibile a questo sogno, ho incastrato dentro esami secondo me utili: storia delle biblioteche e storia dell’editoria. Nonostante ciò, c’è da dire che il dipartimento di Storia di Pisa non è tra i più adatti a chi ha un desiderio così: mancano esami, mancano professori formati su queste tematiche e, quel poco che c’è, dura giusto due semestri, dopo di che viene chiuso.
Così, dritta per la mia strada, mi sono laureata convinta di poter proseguire con la magistrale in Archivistica e biblioteconomia a Firenze — che si è rivelata totalmente a frequenza obbligatoria — o a Milano — che, seppur avesse la frequenza libera, aveva esami che ne richiedevano l’obbligo, cosa che la distanza non consentiva. Convinta, comunque, delle mie scelte ho continuato ad informarmi su tutti i corsi possibili. Nel mentre, però, avevo fatto richiesta per il Servizio Civile Regionale, convinta di iniziare prima e di finire in tempo per iscrivermi in uno dei due atenei. Ma così non è stato. Sono stata presa — e ne sono davvero felice — ma le tempistiche sono andare un po’ diversamente da come avevo calcolato. Non rientrando nei tempi, non potendo frequentare e non potendo fare altrimenti, ho deciso di continuare con la magistrale in Storia. Bellissima, niente da dire, ma pur sempre un ripiego. E che succede quando si ripiega in qualcosa che si avvicina ma che non è quello che si voleva fare realmente? Ci si ingegna. Si crea da zero. Ed è quello che, passo dopo passo, racconterò: sfruttare l’università per creare un proprio piano di studi.
