Il Messico, la terra che mi ha insegnato a sorridere

Se ancora non avete deciso dove andare in vacanza questo inverno, la risposta è molto semplice: Messico! In questa terra baciata dal sole e messa sottosopra da vento e pioggia, troverete sicuramente ciò che fa per voi: spiagge bianchissime, monti dalla folta vegetazione e persone dal cuore d’oro. Io, chiaramente, ci ho trovato anche qualche indimenticabile dis-avventura.

Tarda serata di aprile, sento al telefono la mia dolce metà vagabonda. La prossima vacanza sarà sole e avventura. Un mix perfetto per chi vive le sue giornate con un’uniforme addosso, risucchiata in un paio di calze e con il trucco da rifare ogni due per tre. Ma dove? Dopo un’attentissima analisi di pochissimi istanti esce fuori il Messico. Gasatissime ci lanciamo in una ricerca di voli, itinerari e posadas – pare che queste abitazioni, messe a disposizione dai locali, siano la cosa più economica e caratteristica che si possa avere.

Tempo qualche giorno, dopo aver accuratamente rotto le scatole a tutti quelli che erano già stati da quelle parti, prenotiamo la nostra posada a Playa del Carmen. È da lì che inizieremo: sole, mare pulitissimo, cocktail e vita notturna. È quello che ci vuole dopo un anno di lavoro: staccare da tutto e da tutti.

Non appena arriviamo sulla Riviera Maya, di cui Playa del Carmen è la perla, siamo sbalzate in un mix letale di americani, italiani e brasiliani: mi viene un cerchio alla testa e per poco non riprendo l’aereo per tornare nella mia bella Roma. Per fortuna, mentre procediamo verso la nostra posada, vedo il mare: blu, azzurro, cobalto, meraviglioso. E la spiaggia è bianchissima, sembra quasi un sacrilegio calpestarla.

La nostra casetta si trova a pochi isolati dal mare, quando la vediamo pensiamo subito a quanto sarà bello svegliarsi e camminare per arrivare in spiaggia. Come suoniamo, veniamo travolte dall’abbraccio di un più che robusto signore italiano, che ci invita ad entrare e ci racconta la sua vita. È romagnolo, e in tempi non sospetti pare sia stato cubista al Cocoricò. Certo…e io e Lety siamo due hippy che girano il paese cercando di convertire tutti al culto della dea Kahlì.

Ogni giorno scopriamo una parte diversa della Riviera: le meravigliose spiagge di Akumal, dove si può nuotare con le tartarughe marine; Tulum, la roccaforte maya che spicca su un promontorio che finisce a strapiombo nel mare turchese; Sian-Ka'an, la riserva naturale nascosta da mangrovie e strade quasi inaccessibili… Il mare della riviera sembra quasi volerci dire che quel paradiso è merito suo, che quella meraviglia è opera della sua tenacia a rimanere blu, così blu da potersi confondere con il cielo e far sognare chi ci si immerge.

Mentre a casa combattiamo con il romagnolo, ormai soprannominato Tortellino per l’affinità con la rinomata pasta, che vuole invitarci a cena anche quando è ora di colazione, fuori casa iniziamo a fare conoscenze. Capita così che ci imbattiamo in tre ragazzi che sembrano averne passate di tutti i colori – durante uno dei tour fatti insieme, uno di loro ha anche ricevuto un promessa di matrimonio da una sedicente principessa Maya di 90 kg. È con loro che ci troviamo a fine giornata per un cocktail – non fate l’errore di truccarvi prima di uscire, ve ne prego… l’umidità della Riviera ve la farà pagare cara – una serata in discoteca – il Cocobongo resta uno spettacolo imperdibile, anche se non ho ancora deciso se mi è piaciuto più lo show, o vedere Lety tornare a casa scalza – o semplicemente per ammirare una splendida luna rossa che il cielo ha deciso di regalarci.

È insieme a loro che ci avviamo verso a stazione dei bus per continuare il nostro viaggio verso Palenque, uno dei più grandi siti Maya del Messico. Mentre il bus si allontana da Playa del Carmen, salutiamo i nostri amici, convinte che sentiremo ancora parlare di loro. È notte fonda quando il bus improvvisamente si ferma nel mezzo del nulla. Io sono stranamente sveglia, Lety invece dorme. Un paio di militari messicani salgono a bordo, hanno un fucile che pende sulle spalle, e vogliono denaro. Metto al sicuro quello che posso e, spinta dalla paura che solo la vista di un’arma da fuoco può generare, cedo al ricatto vigliacco di chi sta tentando – senza successo – di farmi odiare questa terra. È strano essere rapinati, anche se solo di pochi Euro. Ti lascia in bocca una sensazione di amaro e rabbia, di soffocamento e immobilità.

Lo spavento passa quando, poche ore dopo, arriviamo nella zona archeologica: se Chichén Itzá è uno dei posti più magici del Messico, Palenque è tra u imponente. Un’intera città immersa nel verde, rovine che fanno capire che un tempo quei massi, quelle scalinate, quelle costruzioni erano abitate da un popolo intelligente, pieno di vita e ricco di tradizioni. È impossibile spiegare quanto ci si senta piccoli di fronte a tutto ciò e quanto ci si senta responsabile della distruzione di una meravigliosa civiltà.

Lasciamo Palenque per dirigerci verso San Cristòbal de las Casas, una città tanto colorata quanto piovosa. Se dovessi scegliere un aggettivo per descriverla, questo sarebbe «zuppa». Zuppa come la mia felpa, come la mia maglietta, come me. Dalla testa ai piedi. Probabilmente l’uso dei colori serviva proprio a contrastare il grigio della pioggia e del cielo denso di nuvoloni. E infatti San Cristòbal è un arcobaleno di rosso, blu, celeste, verde, giallo… E poi qui fanno davvero un’ottima cioccolata, e le scuse per stare al caldo in una caffetteria non mancano davvero.

A pochi chilometri di distanza c’è la cittadina di San Juan Chamula, dove la bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola costa 30 centesimi circa. La ragione è semplice: in questo paese tra i monti del Chiapas il culto cristiano si è mescolato con un antico culto locale. La chiesa non ha panche, ma il pavimento è ricoperto di aghi di pino. Alle pareti ci sono immagini di santi illuminate da centinaia di candele. I fedeli siedono in circoli e sono accompagnati da uno sciamano, che la maggior parte delle volte indossa un curioso gilet in pelo di non si sa bene cosa. Lo sciamano fa dei gesti, dice qualcosa, poi prende un sacco nero, dentro al quale c’è qualcosa che si agita, e lo passa sulle spalle di una delle persone sedute a terra. Dopo pochi istanti il sacco viene aperto e vediamo una povera gallina, che non solo ha assorbito i mali della persona attorno alla quale è stato fatto passare il sacco in cui era contenuta, ma che a breve verrà anche sacrificata. Intanto i presenti bevono un liquore e coca cola, tanta coca cola, finché non arrivano a sentire il bisogno di ruttare fragorosamente. Con l’aria, anche il male fuoriesce dal corpo. Lo spettacolo ha dell’assurdo, ma è tutta realtà. Io e Lety ci sentiamo catapultate in un quadro di Dalì.

Lasciata questa comunità dal rutto facile, partiamo alla volta di Oaxaca de Juarez. Ci arriviamo un po’ per caso, un po’ perché volevamo vedere i colori di una soleggiata città coloniale. L’hotel dove alloggiamo è spettacolare, peccato che dal tetto di legno, bagnato dall’acquazzone in corso (era soleggiata, eh), piovano microscopici vermicelli. Non vi dico cosa è potuto accadere in quella stanza. Senza contare che la mattina, dopo aver goduto di una spettacolare colazione con vista sui colli circostanti, siamo andate al mercato cittadino, dove abbiamo scoperto, con buona pace del nostro naso, che è usanza messicana mangiare delle nauseanti cavallette. Gli animaletti vengono cotti e poi ammassati sui banchi del mercato, producendo un odore davvero disgustoso.

Nonostante tutto ciò che avete appena letto, il Messico resta una delle terre più accoglienti che io abbia mai visitato: è lì che per la prima volta ho sentito che non bisogna tornare ogni volta negli stessi luoghi, ma bisogna trovare sempre lo stimolo per cercare se stessi in posti diversi. Se riuscite a scavalcare il muro dell’abitudine, il risultato vi sorprenderà. Soprattutto se ad accompagnarvi in questa vostra scoperta ci saranno persone dal sorriso buono e dall’anima allegra: nonostante le difficoltà quotidiane, i messicani ridono e sorridono. Sarà il mare, sarà l’aria, sarà il cioccolato, eppure è impossibile resistere a quel taglio meraviglioso che abita il loro viso e che rende imperdibile anche il più piccolo degli incontri.

Se avrete il coraggio di andare oltre, di fidarvi, nonostante i malintenzionati e i contrattempi, del buonumore e della bontà di questo popolo, riderete tantissimo quando ripenserete al periodo trascorso in una terra della quale conoscevate poco e nulla e che ora considerate un po’ come il luogo in cui avete capito che dalle disavventure può nascere il più bello dei sorrisi. Andate in Messico, imparate a sorridere.

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