La struttura che connette e la connessione che struttura

Riferimenti a supporto delle slide per l’intervento disponibile su:

L’intervento si propone di fare il focus sui concetti abituali di informazione e significato per decostruirli e sostituirli con nuovi, maggiormente adatti all’epistemologia della complessità. Mostrare quindi l’opportunità dell’utilizzo di questi concetti rigenerati anche nell’ambito dei processi conoscitivi e decisionali e negli scenari sistemici della salute.

Slide 2 — Percorso

Slide 3 — Introduzione

Slide 4 — Introduzione — Le chiavi di casa

Notizie su Mulla Nasrudin

https://frassanti.wixsite.com/francescosanti/nasrudin

Altre storie di Mulla Nasrudin

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticaislamica/mulla.pdf

Slide 5 — Introduzione — Paradigmi

«Ciò che è ben conosciuto, proprio in quanto ben conosciuto, non è conosciuto.»
(Georg Wilhelm Friedrich Hegel. In Edgar Morin, il metodo 3, la conoscenza della conoscenza, p. 1)

«Il fatto è che le discipline si sono chiuse su oggetti mutilati. Così la conoscenza chiusa ha un po’ dovunque distrutto o occultato la solidarietà, le articolazioni, l’ecologia degli esseri e degli atti, l’esistenza! Così siamo divenuti ciechi alle aperture, tant’è vero che la cosa più difficile da percepire è l’evidenza occultata da un paradigma dominante.»
(Edgar Morin. Il Metodo 1, p. 239)

«Il mythos è come una cornice nella quale inseriamo tutto ciò di cui siamo coscienti grazie al nostro lògos. Ciò in cui crediamo, senza sentire il bisogno di porci alcun altro perché, è ciò che costituisce il nostro mythos in cui riposiamo. Crediamo talmente in esso da non sapere nemmeno che vi crediamo. Lo diamo per ovvio, per scontato, lo vediamo evidente; la nostra mente è acquiescente, ossia tranquilla e non chiede altro. […]

Il mythos si crede senza altro fondamento al di fuori di se stesso. Crediamo nella ragione perché la ragione ce lo dice. Non ne siamo coscienti in modo riflessivo. Il mythos è il primo gradino della coscienza su cui ci appoggiamo per tutti i passi successivi. Avremmo anche potuto dire che è l’ultimo stadio, poiché in esso la nostra attività intellettuale si arresta.»
(Raimon Panikkar. Opera Omnia 1/1, p.195)

«Fin da bambini impariamo che il mondo è stato creato, è fuori di noi pronto per essere scoperto. Fin da bambini i grandi ci insegnano che gli oggetti hanno delle proprietà, che c’è un prima e un dopo, che gli eventi accadono a causa di altri eventi che li hanno preceduti. La Realtà esiste ed è stabile. La psicologia ingenua e il senso comune considerano i fatti come il necessario derivato di una legge generale. La scienza classica ha esasperato la ricerca dell’invarianza, considerando oggetto di scienza quanto fosse ripetibile, semplice, spiegabile, oggettivo, assoluto e sovrastorico. Il caso era messo tra parentesi e considerato scarto, gli accadimenti erano spiegati utilizzando “verità” quali forze, energie, cause…L’osservatore osservava da una posizione esterna e neutrale.»
(Umberta Telfener. Introduzione a: Heinz von Foerster. Sistemi che osservano, p. 27)

«La scienza non prova mai nulla.
La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata.
Non esiste esperienza oggettiva.
I processi di formazione delle immagini sono inconsci.
La divisione in parti e in totalità dell’universo percepito è vantaggiosa e forse necessaria, ma nessuna necessità determina come ciò debba essere fatto.
Le successioni divergenti sono imprevedibili.
Le successioni convergenti sono prevedibili.
“Dal nulla nasce nulla”.
Il numero è diverso dalla quantità.
La quantità non determina la struttura.
In biologia non esistono “valori” monotoni.
Talvolta ciò che è piccolo è bello.
La logica è un cattivo modello della causalità.
La causalità non opera all’indietro.
Il linguaggio sottolinea di solito solo un aspetto di qualunque interazione.
“Stabilità” e “Cambiamento” descrivono parti delle nostre descrizioni.»
(Gregory Bateson. Mente e Natura, p, 39)

«Concependo l’uomo e l’universo come qualcosa di creato, la mente cristiana e occidentale tende a interpretarlo in modo meccanico. l’occidente cristiano nutre un’ideé fixe che lo spinge a vedere l’universo come un insieme di cose o entità distinte, che sono paragonabili a parti meccaniche. Si sente a disagio nel suo ambiente naturale, pensando alla sua anima come qualcosa che arriva dall’esterno, così come un componente che viene inserito in una casa o in una macchina. Oltre a ciò, cerca di comprendere l’operare dell’universo in termini di leggi logiche, leggi che possono essere espresse in forme semplificate, matematiche, dotate di carattere regolare e simmetrico. Egli misura la terra e il cielo approssimando le forme caparbie e bizzarre della natura sino a ridurle ai cerchi, ai triangoli e alle linee rette del signor Euclide. Se giunge davvero a credere che la natura sia un meccanismo, è perché può afferrare dalla natura solo quel poco che può trattare con qualche analogia meccanica o matematica. Ne risulta che non riesce mai a vedere realmente la natura. Ciò che vede è soltanto la struttura di forme geometriche che è riuscito a proiettare su di essa.»
(Alan Watts. Parlando di zen, p. 71)

Slide 6 — Introduzione — Obiettivo e approccio

«Le premesse errate, in effetti, funzionano. D’altra parte, le premesse funzionano solo fino a un certo limite, e se uno si porta dietro gravi errori epistemologici, a qualche stadio o in certe circostanze si accorgerà che quelle premesse non funzionano più; e a questo punto scoprirà con orrore che è tremendamente difficile liberarsi dall’errore che ci sta appiccicato addosso. È come se avessimo toccato del miele. Come il miele, la falsificazione si propaga: ogni cosa con cui si cerca di sbrattarla diviene appiccicosa, e le mani restano sempre appiccicose.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, p. 498)

«Non cercare di capire cose nuove, ma giungere a forza di pazienza, di fatica e di metodo a capire le verità evidenti con tutto se stesso»
(Simone Weil. Quaderni. Volume primo, Quaderno IV, p. 396)

«Ho perso il contatto con coloro i quali non hanno intrapreso il medesimo viaggio e non vedo ancora i miei compagni, che esistono, senza dubbio, e che a loro volta non vedono me…[…] …incertezza e aporia possono e devono costituire progressi della conoscenza complessa, in quanto tali progressi, a ben riflettere, possono fondarsi solo su regressioni della scienza semplice.»
(Edgar Morin. Il metodo 1, pp. 22, 214)

«La scienza è un’impresa essenzialmente anarchica: l’anarchismo teorico è più umanitario a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull’ordine.»
(Paul Feyerabend. Contro il metodo, p. 15)

«Gli spostamenti dei punti di vista e degli osservatori provocano in altri termini una ristrutturazione dei tipi di sistemi, dei tipi di dinamiche, della natura delle interazioni in considerazione. Così ciò che appare come rumore, e quindi come distruttore di informazione, dal punto di vista di un osservatore collocato all’interno di un particolare sistema, può apparire invece come creatore di nuova informazione agli occhi di chi è collocato al di fuori di questo sistema; e ugualmente variano la natura e la funzione del caso a seconda delle distinzioni e dei confini che vengono tracciati.»
(Mauro Ceruti. La fine dell’onniscienza, p. 71)

Slide 7 — Parte prima, rigenerazione

Slide 8 — Informazione

Slide 9 — Informazione — Teoria dell’informazione

«Va sotto il nome di teoria dell’informazione un complesso di studi di tipo matematico che hanno come oggetto specifico della loro ricerca la trasmissione di segnali, con l’obiettivo di ottimizzarne il processo, garantendo cioè il massimo di dati trasmessi, al minimo costo, alla più alta velocità consentita dal canale, con il pieno controllo degli errori anche in presenza di disturbi non eliminabili.»
(https://www.lacomunicazione.it/voce/teoria-dellinformazione/)

«Dato un messaggio prodotto da una sorgente, l’obiettivo è capire come si deve rappresentare tale messaggio per ottenere una trasmissione efficiente ed affidabile dell’informazione in essa contenuta su un canale di comunicazione reale.»(Federico Marini. http://ricerca.mat.uniroma3.it/users/merola/critto09/seminari/Marini.pdf)

«In una teoria matematica che cerchi di spiegare e prevedere gli eventi nel mondo che ci circonda si prende sempre in esame un modello semplificato del mondo, un modello matematico contenente soltanto gli elementi relativi al comportamento in esame»
(N. Wiener, Cybernetics. Control and Communication in the Animal and the Machine, cit. in J.R. Pierce, La teoria dell’informazione. Simboli, codici, messaggi. In Giovani Ciofalo. Corso di sociologia della comunicazione. http://www.coris.uniroma1.it/sites/default/files/Lezione%207%20-%20Modelli_0.pdf)

Slide 10 — Informazione — Ambiguità

«[Gli] aspetti semantici della comunicazione sono irrilevanti per il problema di ingegneria»
(Claude E. Shannon. A Mathematical Theory of Communication, p.1 http://www.essrl.wustl.edu/~jao/itrg/shannon.pdf)

«E’ proprio rinunciando a comprendere nella teoria gli aspetti semantici e pragmatici della comunicazione che Shannon ha potuto dare una formalizzazione relativamente semplice dell’aspetto tecnico; è tuttavia necessario tener presente questo aspetto riduttivo della teoria per non essere indotti, ad esempio, a tentarne applicazioni fuori dagli ambiti squisitamente tecnici.»
(Giuseppe Longo. Sui fondamenti della teoria dell’informazione. https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/4873/1/LongoRendMat20.pdf)

«…l’informazione diviene imperiale proprio occultando i caratteri multidimensionali, ricorsivi, retroattivi, concreti in e attraverso i quali occorre comprendere la macchina, la vita, la società.»
(Edgar Morin. Il Metodo 1, La Natura della Natura, p. 359)

«Ricordiamolo: già Shannon ha mostrato che l’informazione non è né una cosa né un concetto puramente formalizzatore. L’informazione è un concetto fisico relazionale; è in questo senso che ha dimensione zero. L’errore ontologico è quello di localizzare l’informazione nel segno che inscrive o nel segnale che la veicola. La grande virtù della teoria shannoniana è quella di avere definito l’informazione come un rapporto evenemenziale in situazione. Essa prende esistenza nel rapporto emettitore/ricevitore al momento dell’atto di ricezione. Essa prende esistenza nell’evento rigeneratore, cioè nel rapporto attivo tra il gene, il complesso generativo, l’attività cellulare nel suo insieme. L’informazione è quindi sempre attivamente relazionata e relazionante. È un concetto autosufficiente e chiuso solo nell’ideologia informazionista.»
(Edgar Morin. Il Metodo 1, La Natura della Natura, p. 396)

«Il fenomeno della conoscenza non può essere concepito come se esistessero fatti e oggetti esterni a noi che uno prende e si mette in testa.»
(Humberto Maturana, Francisco Varela. L’albero della conoscenza)

«Esiste uno schema che guida la percezione, la percezione a sua volta modifica lo schema, il quale riorienta la percezione. Si tratta di “operare” sul mondo, determinando soggettivamente le categorie di riferimento.»
(Ulrich Gustav Neisser. In Umberta Telfener. Introduzione a: Heinz von Foerster — Sistemi che osservano, p. 27)

«Il passo decisivo è stato compiuto con la rinuncia alla ricerca del “vero” livello di osservazione fondamentale, e con quella sorta di “rivoluzione copernicana” che ha condotto ad attribuire l’origine del concetto di informazione alla relazione tra un osservatore e un sistema osservato, o meglio fra l’osservatore che “costruisce” il sistema stesso, che a sua volta “costruisce” l’osservatore.»
(Mauro Ceruti. La fine dell’onniscienza, p. 68)

Slide 11 — Informazione — Obiezioni al modello egemone

«La teoria dell’informazione, come chiaramente spiegato nell’introduzione di Weaver (Shannon, Weaver 1983), riguarda il solo livello sintattico dell’informazione. A ben guardare tuttavia sarebbe, come ha fatto notare von Foerster, più opportuno parlare di teoria dei segnali e non di teoria dell’informazione. L’informazione è infatti, in questo senso, il risultato di un’operazione di osservazione che rileva le differenze (Bateson 2001) e le elabora nella forma di senso. Non esiste informazione senza un osservatore. I libri non sono dunque dei contenitori di informazioni perché non c’è informazione senza lettore. Dunque, anche in questo senso, non esiste un trasferimento di messaggi che contengono informazioni. Secondo Heinz von Foerster, che partecipò regolarmente alle Conferenze della Macy e che ne curò la pubblicazione degli atti, tutto il problema trae origine da uno sfortunato errore linguistico: la confusione tra “informazione” e “segnale” che portò i cibernetici a definire la loro teoria una “teoria dell’informazione” piuttosto che una “teoria dei segnali”.»
(Fabio Giglietto. Alle radici del futuro. Dalla teoria dell’informazione ai sistemi sociali)

«Una persona vede un gatto interagire con un topo e dice che il gatto sta acchiappando il topo. Il gatto non sta prendendo il topo, il gatto fa quello che fa. Ludwig Wittgenstein nel Tractatus (1954) dice che il mondo non è informativo. È come è, non c’è causalità. La causalità è anzi la più grossa superstizione. Io penso la stessa cosa: l’informazione è ciò che noi costruiamo»
(Heinz von Foerster. In Umberta Telfener — introduzione a: Heinz von Foerster — Sistemi che osservano, p. 33)

«Nella cibernetica di secondo ordine o dei sistemi osservanti (von Foerster, Bateson, Watzlawick), l’informazione è concepita come differenza che genera differenza. Questa definizione postula infatti l’esistenza di un osservatore (uomo o macchina) in grado di identificare e costruire le differenze in quanto tali. Da questo punto di vista l’informazione ha sempre carattere relativo e “non sta nella bocca del parlante ma nell’orecchio dell’ascoltatore”. Una macchina complessa è dotata di uno stato interno. Questo comporta che le relazioni di input/output non sono invarianti ma sono determinate dal precedente output.» (Alberto Marinelli. Il concetto di complessità nella teoria dei sistemi. http://www.isticom.it/documenti/evidenza/il%20concetto%20di%20complessita%20nella%20teoria%20dei%20sistemi.pdf)

«L’informazione associata a una descrizione dipende dalla capacità dell’osservatore di ricavare inferenze dalla descrizione stessa. L’ambiente non contiene informazioni: l’ambiente è quello che è.»
(Heinz von Foerster — 1984, p. 167)

«Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nella conoscenza, dov’è la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?»
(Thomas S. Eliot. In Morin, la testa ben fatta, p. 9)

«Innanzitutto occorre sottolineare che l’informazione non è un oggetto ma un processo. Nei termini della teoria dell’informazione (Shannon, Weaver 1949), l’informazione “non riguarda tanto ciò che si dice effettivamente, quanto “ciò che si potrebbe dire” (p. 8), non è quindi tanto la cosa comunicata ma è piuttosto la differenza fra quella cosa specifica e tutto ciò che invece poteva essere. È quindi la riduzione d’incertezza su un insieme di eventi comunicativi possibili e contemporaneamente è il rinvio a tali eventi. Al contempo selezione e rinvio: la stessa matrice del senso! Varrà la pensa ritornarci sopra.

Per ora basti osservare come tale dimensione processuale e selettiva sia efficacemente esplicata nella sintesi proposta da Gregory Bateson (1972), per il quale l’informazione è “una differenza che crea una differenza”, cioè un mutamento che viene colto e che genera delle modificazioni in un sistema. Così come quando a un individuo che ha da tempo un rapporto d’amore stabile il proprio partner dice: “Io non ti amo più” — a differenza di prima sa qualcosa di nuovo — e questo porta poi a un cambiamento nel proprio umore, del proprio atteggiamento nei confronti del partner, della propria visione del mondo. Tutto ciò presuppone l’esistenza di un osservatore capace di rilevare e riprodurre differenze.

L’informazione associata a una descrizione dipende dalla capacità dell’osservatore di ricavare inferenze dalla descrizione stessa. L’ambiente non contiene informazioni: l’ambiente è quello che è (von Foerster 1984, p. 167)

E’ evidente come l’informazione non sia quindi un dato trasmissibile ma l’operazione di produzione di senso a partire dalle differenze che si sono osservate. Il che lascia comunque l’osservatore libero di prodursi la realtà che può e vuole a partire dalle differenze osservate e da quelle in seguito da lui prodotte. […]

L’informazione, allora, sta non tanto nella bocca di chi parla ma nell’orecchio di chi ascolta. Non abbiamo a che fare con un’entità trasmissibile (Boccia Artieri 1998) ma con una realtà autoprodotta a partire dalle differenze osservate in base ai propri vincoli strutturali (capacità percettiva, abilità cognitive, esperienze pregresse) e interessi pragmatici (motivazioni, obiettivi).»
(Giovanni Boccia Artieri. I media-mondo: forme e linguaggi dell’esperienza contemporanea)

«…gli umani non sono macchine che processano informazioni quanto esseri che generano significati»
(Umberta Telfener. Sistemica, voci e percorsi nella complessità. http://www.systemics.eu/sistemica-voci-e-percorsi-nella-complessita/)

«Evidentemente la natura di ‘significato’, struttura, ridondanza, informazione e simili dipende dal nostro punto di osservazione. Quando discutono dei messaggi che A manda a B, di solito gli ingegneri omettono l’osservatore e dicono che B ha ricevuto da A un’informazione che si può misurare in funzione del numero di lettere trasmesse meno la ridondanza presente nel testo, che avrebbe consentito a B di fare qualche congettura. Ma in un universo più ampio, cioè quello corrispondente al punto di vista dell’osservatore, ciò non appare più come una ‘trasmissione’ di informazione bensì come una diffusione di ridondanza. Le attività di A e B si sono combinate per rendere l’universo dell’osservatore più prevedibile, più ordinato e più ridondante. Si può affermare che le regole del ‘gioco’ giocato da A e B spiegano (in quanto sono ‘vincoli’) ciò che altrimenti sarebbe una coincidenza sconcertante e improbabile nell’universo dell’osservatore, cioè la coincidenza di ciò che sta scritto nei due taccuini. […] Perciò quando diciamo che un messaggio ha ‘significato’ o che ‘riguarda’ qualche referente, intendiamo dire che esiste un più ampio universo di pertinenza consistente in messaggio-più-referente e che in questo universo il messaggio introduce ridondanza o struttura o prevedibilità. […] L’universo ‘messaggio-più-referente’ riceve struttura o forma: l’universo è informato, in senso shakespeariano, dal messaggio; e la ‘forma’ di cui stiamo parlando non è né nel messaggio né nel referente. È una corrispondenza tra messaggio e referente.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, p. 443)

«Un osservatore in quanto tale si mantiene sempre all’interno di un dominio descrittivo, cioè di un dominio cognitivo relativo. Una realtà assoluta non può essere descritta, poiché tale operazione richiederebbe un’interazione con l’assoluto da descrivere. Ma la rappresentazione che nascerebbe da questa interazione sarebbe necessariamente determinata dall’organizzazione autopoietica dell’osservatore e non dall’agente deformante (l’assoluto da spiegare), generandosi in questo modo una realtà cognitiva inevitabilmente dipendente da colui che conosce e ad esso relativa.»
(Humberto Maturana, Francisco Varela. Macchine ed esseri viventi, p. 84)

Slide 12 — Significato

Slide 13 — Significato — Concezione diffusa

«Il significato è magico, ossia appare qualcosa di intrinsecamente, magicamente legato alla parola che lo esprime (la serie di puntini alla base del triangolo sarebbe secondo questa visione una linea tracciata con forza e nettezza, i due lati obliqui mancherebbero). È «la teoria magica del nome in quanto parte della cosa, la teoria della connessione intrinseca tra simboli e referenti. Questo retaggio, in pratica, induce a cercare il significato delle parole». Si tratta, evidentemente, di una superstizione, di una concezione mistica, metafisica, peraltro diffusa in vari periodi storici. Anche lo studio etimologico (intuitivo) era fondato su questa concezione della forma magica della parola.»
(Charles Kay Ogden, Ivor Armstrong Richards. Il significato del significato)

«…in quanto a fondamento epistemologico, gli oggetti fisici e gli dei differiscono solo per grado e non per la loro natura. Sia l’uno che l’altro tipo di entità entrano nella nostra concezione soltanto come postulati culturali. Da un punto di vista epistemologico il mito degli oggetti fisici è superiore agli altri nel fatto che si è dimostrato più efficace degli altri miti come mezzo per elevare una semplice costruzione nel flusso dell’esperienza.»
(Willard Van Orman Quine. Due dogmi dell’empirismo. In: il problema del significato, p. 44

http://online.scuola.zanichelli.it/lezionidifilosofia/files/2010/03/U2-L05_zanichelli_Quine.pdf)

«…non si può, a meno di cadere in contraddizione, pensare un oggetto senza soggetto, al dogmatico che spiega la realtà del mondo esterno con la sua indipendenza dal soggetto noi dobbiamo negare francamente codesta realtà. L’intero mondo degli oggetti è e rimane rappresentazione, e appunto perciò in tutto ed eternamente relativo al soggetto: ossia ha una idealità trascendentale.»
(Arthur Schopenhauer. Il mondo come volontà e rappresentazione)

«È sintatticamente corretto dire che le asserzioni soggettive sono fatte da soggetti. Allora, in modo corrispondente, potremmo dire che le asserzioni oggettive sono fatte da oggetti. Disgraziatamente queste dannate cose non fanno asserzioni.»
(Heinz von Foerster. In Bradford P. Keeney. L’estetica del cambiamento, p. 16)

«La realtà in cui viviamo e agiamo è una realtà che tendiamo a percepire come “naturale”, così come spesso identifichiamo come “naturali” processi che, al contrario, sono “culturali” e che scaturiscono da complesse dinamiche di produzione sociale dei codici e dei simboli condivisi. Possiamo senz’altro affermare che questa realtà empirica è la risultante di un processo di semiosi illimitata in cui questa viene totalmente e completamente “etichettata”: in altri termini, il mondo intorno a noi viene ricoperto di etichette cariche di significato che di fatto attivano continui ed incessanti processi interpretativi anche in assenza di un interlocutore. […] Pertanto, non è possibile pensare di isolare e decontestualizzare le parole e i termini al fine di individuarne un’interpretazione più corretta e/o dimensioni semantiche più convincenti. Allo stesso modo, dobbiamo essere consapevoli che, nel momento in cui si condivide un codice linguistico, qualsiasi parola, qualsiasi significato della parola costituisce di fatto un “prodotto sociale” (e relazionale). […] il rapporto tra parola e oggetto “etichettato” (denominato) non esaurisce mai la questione fondamentale del suo significato. Inoltre, le singole parole non hanno soltanto un rapporto di denotazione (denominazione) o riferimento con gli oggetti che designano, esse in maniera molto più articolata esprimono un senso.»
(Piero Dominici. Dentro la società interconnessa, p. 133)

Slide 14 — Significato — Il corpo

«Il mondo è un testo a diversi significati e si passa da un significato ad un altro mediante un dato lavoro. Un lavoro in cui il corpo ha sempre la sua parte come quando si impara l’alfabeto di una lingua straniera: quell’alfabeto deve entrare nella mano a forza di tracciare le lettere. Al di fuori di ciò ogni mutamento nel modo di pensare è illusorio.»
(Simone Weil. L’ombra e la grazia, p.233)

«Quello che percepiamo e memorizziamo, più che la realtà in se, è come il nostro corpo reagisce all’incontro con essa.» […]

«Noi siamo e quindi pensiamo, e pensiamo solo nella misura in cui siamo dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dall’attività dell’essere»
(Antonio Damasio, 1995)

«L’informazione associata a una descrizione dipende dalla capacità dell’osservatore di ricavare inferenze dalla descrizione stessa. L’ambiente non contiene informazioni: l’ambiente è quello che è.»

(Heinz von Foerster 1984, p. 167, in Giovanni Boccia Artieri — I media-mondo: forme e linguaggi dell’esperienza contemporanea, p. 41)

«…una persona è la propria metafora fondamentale: usa (cioè) la propria struttura interna per comprendere il suo ambiente, o meglio per organizzare e generare la propria risposta all’ambiente.»

(Mary Catherine Bateson. Dove gli angeli esitano, p. 297)

«noi viviamo nel mondo come fossimo appesi ad una corda e immersi di volta in volta in diversi tipi di zuppa; noi descriviamo il mondo in base ai cambiamenti di stato che avvertiamo in noi in relazione alla particolare zuppa in cui siamo immersi.»

(Humberto R. Maturana. Personal communication, giugno, 1981.

In Paul F. Dell. Bateson e Maturana: verso una fondazione biologica delle scienze sociali

http://www.oikos.org/dell.htm)

«Non dobbiamo chiederci se percepiamo veramente il mondo. Dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che percepiamo.»

(Maurice Merleau-Ponty. Fenomenologia della percezione)

«La struttura è rilevata dall’esperienza sensoriale: se si considera l’esperienza come primaria, l’unica cosa che si può fare è sperimentare. L’esperienza è la causa, il mondo la conseguenza»
(Heinz von Foerster, 1987)

«Le perturbazioni non sono input istruttivi ma semplici indici di innesco integrati nell’organizzazione dinamica del sistema in funzione della riproduzione di questa stessa organizzazione.»
(Mauro Ceruti. Il vincolo e la possibilità, p. 125)

«… nessun significato può essere concepito se non a partire dall’esperienza vissuta.»
(Massimo Giliberto. Nuove prospettive teoriche in psicologia: la prospettiva costruttivista. http://www.interattivamente.org/articoli-psicologia/articoli-psicoterapia/nuove-prospettive-teoriche-in-psicologia-la-prospettiva-costruttivista.html)

«E i boscaioli continuano ad amare e a trattare con sensibilità il legno vivo e gli alberi da cui proviene, forse perché la loro conoscenza è codificata nei muscoli e nei polpastrelli, in armonia con il loro corpo.»
(Gregory Bateson. Dove gli angeli esitano, p. 296)

«L’origine della conoscenza (e il farsi di senso) non assomiglia al progetto di un sistema ottimizzato al fine di corrispondere a una particolare norma esterna. Diremmo piuttosto che essa assomiglia a un processo di bricolage, una scultura dinamica, una costruzione di strutture a partire dai materiali disponibili a un organismo, il quale li mette insieme, man mano essi appaiono, in una deriva che segue un percorso tra molti possibili. In questa dinamica, ogni percorso di bricolage sorgerà dal processo di deriva naturale. La chiave di questo processo è che le conseguenze di tutte le interazioni vanno trovate non nella natura della perturbazione che le ha innescate, ma nel modo in cui la struttura compensa tali interazioni coerentemente con il suo paesaggio dinamico; risultato complessivo è cambiamento di struttura nel continuo mantenimento dell’integrità del sistema nel suo mezzo. Un percorso nel processo di deriva naturale è una storia di validazione interne di interazioni da parte di un’entità autonoma, quale è un organismo dotato di sistema nervoso. […]

Noi non possiamo saltare fuori dal dominio specificato dal nostro corpo e dal nostro sistema nervoso. Non vi è un mondo salvo quello che sperimentiamo attraverso quei processi che ci sono dati e che ci rendono quelli che siamo. Ci troviamo in un dominio cognitivo, e non possiamo uscire da esso con un balzo, né scegliere i suoi inizi e le sue modalità. In secondo luogo — cosa egualmente importante — non possiamo ricondurre una determinata esperienza alle sue origini in maniera univoca. In realtà, tutte le volte che cerchiamo di trovare le origini di una percezione un’idea ci troviamo immersi in un frattale che si ridetermina in continuazione, e tutte le volte che cerchiamo di scavare in esso troviamo egualmente pieno di particolari e di interrelazioni. È sempre la percezione di una percezione una percezione… O la descrizione della descrizione di una descrizione… non vi è alcun posto in cui si possa gettare l’ancora e dire: «questo è il punto da cui la percezione è incominciata; questo è il modo in cui è stata fatta»
(Francisco Varela. In Mauro Ceruti. La fine dell’onniscienza, p. 58)

«La vita riguarda i significati. In questa visione, le sensazioni e i sentimenti sono i portatori dei significati, anche se spesso non sappiamo distinguere il senso di ciò che proviamo perché abbiamo imparato a reprimere i nostri “feelings.” Se accettiamo di essere macchine, la vita e l’universo perdono il loro significato, esattamente come la realtà descritta dai fisici è senza senso. Mentre i simboli si possono tradurre meccanicamente in altri simboli, manipolandoli come può fare un computer, il significato di un simbolo può solo provenire dalla percezione consapevole. Solo la nostra consapevolezza ci permette di capire.»
(Federico Faggin. Intervista a Panorama, 17/03/2017. https://mytech.panorama.it/economia/golden-gate/come-si-studia-la-coscienza/)

«Come mai i sentimenti sono stati così efficaci nell’indurre la mente ad agire in maniera tanto vantaggiosa? Una ragione è data da quello che i sentimenti realizzano nella mente e da quello che fanno per la mente. In circostanze normali i sentimenti le raccontano, senza che sia pronunciata una sola parola, la direzione buona o cattiva del processo vitale in atto all’interno del corpo. Così facendo, i sentimenti qualificano i processi vitali come favorevoli o meno al benessere e alla prosperità. Un’altra ragione per cui i sentimenti avrebbero successo dove le pure idee falliscono riguarda la loro natura peculiare. I sentimenti non sono una produzione indipendente del cervello, ma il risultato di un’alleanza. cooperativa tra il corpo e il cervello, che interagiscono mediante molecole libere di diffondersi e vie nervose.

Questa organizzazione particolare, e sottovalutata, fa sì che i sentimenti perturbino quello che altrimenti sarebbe un flusso mentale indifferente. La fonte del sentimento è la vita in equilibrio tra il prosperare e il morire. Di conseguenza, i sentimenti sono stimoli mentali, inquietanti o magnifici, delicati o intensi. Possono stimolarci in modo sottile, per così dire intellettualizzato, oppure con intensità ed evidenza, catturando saldamente la nostra attenzione. Persino al culmine della loro positività, essi tendono a turbare la serenità e a infrangere il silenzio.»
(Antonio Damasio. Lo strano ordine delle cose, p. 22)

Slide 15 — Significato — Dall’informazione al significato

«L’informazione consiste in differenze che producono una differenza.

[…] Il vescovo Berkeley aveva ragione, almeno quando sosteneva che ciò che accade nella foresta è senza significato se egli non è lì a subirne gli effetti.

Stiamo discutendo un mondo di significato, un mondo in cui certi particolari e certe differenze, piccoli e grandi, in certe situazioni vengono rappresentati in relazioni tra altre parti di questo mondo totale.»
(Gregory Bateson. Mente e natura, p. 135)

“Ciò che si sviluppa è un atteggiamento completamente diverso rispetto a ciò che si vuole illustrare. Si incappa in un nodo che unisce l’osservatore con la cosa o con l’oggetto dell’osservazione. Non si deve solamente illustrare il cervello di un altro, ma anche il proprio, con il quale si elabora questa illustrazione. D’un tratto i cibernetici parlano di se stessi, d’un tratto nasce una cibernetica della cibernetica, ossia una cibernetica di secondo grado: la cibernetica di primo grado separa il soggetto dall’oggetto, rimanda a un mondo “là fuori”, che si presume indipendente. La cibernetica di secondo grado, ossia la cibernetica della cibernetica, è essa stessa circolare: si impara a intendere se stessi come una componente del mondo che si vuole osservare. La situazione complessiva della descrizione scivola in un altro ambito, nel quale all’improvviso si deve assumere la responsabilità delle proprie osservazioni.”
(Heinz von Foerster. La verità è l’invenzione di un bugiardo. Colloqui per scettici, p. 111)

«L’uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto»
(Max Weber)

L’essenza e la raison d’être della comunicazione è la creazione di ridondanza, di significato, di struttura, prevedibilità, informazione e la riduzione della componente casuale mediante ‘restrizioni’. […] Perciò quando diciamo che un messaggio ha ‘significato’ o che ‘riguarda’ qualche referente, intendiamo dire che esiste un più ampio universo di pertinenza consistente in messaggio-più-referente e che in questo universo il messaggio introduce ridondanza o struttura o prevedibilità.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, pp. 170–443)

«L’informazione sta nell’orecchio dell’ascoltatore più che nella bocca del parlante.»
 (Giuseppe O. Longo. Prefazione a Fabio Giglietto: Alle radici del futuro: dalla teoria dell’informazione ai sistemi sociali, p. 8)

«La comunicazione umana, contrariamente a quanto ipotizzato dalle teorie che prevedono una concezione disincarnata e astratta (es. Shannon), è un fenomeno non solo biologico ma anche storico e culturale che si articola in codici più o meno flessibili.

La fondamentale differenza tra comunicazione reale e teorie astratte della comunicazione è paragonabile a quella intercorrente tra comunicazione umana e comunicazione informatica: quest’ultima è un mero scambio di informazioni attuato con codici semplici e non flessibili, mentre la lingua è un fenomeno globale, mentale e corporeo insieme. Ogni atto linguistico è un atto sistemico del mondo, cioè è scritto dal mondo su se stesso: ogni testo è radicato nel mondo e tradurre un testo significa tradurre il mondo.»
(Giuseppe O. Longo. Il nuovo Golem: Come il computer cambia la nostra cultura)

«E’ il sistema a determinare il proprio comportamento, non «l’informazione». L’informazione non ha esistenza o significato se no quello che le attribuisce il sistema con cui interagisce. Il sistema determina non solo che cosa è un’interazione (per lui) ma anche che tipo di interazione è quella data interazione. Perciò l’informazione non può avere un’esistenza oggettiva e poiché il concetto di oggettività è intrinseco al significato convenzionale del termine «informazione», Maturana afferma che non esiste una cosa come l’informazione.»
(Paul F. Dell. Bateson e Maturana: verso una fondazione biologica delle scienze sociali. http://www.oikos.org/dell.htm)

Slide 16 — Sintesi

Slide 17 — Sintesi — Decostruzione

«Siamo stati abituati a immaginare le strutture, salvo quelle della musica, come cose fisse. Ciò è più facile e comodo, ma naturalmente è una sciocchezza»
(Gregory Bateson. Mente e Natura, p. 27)

Slide 18 — Sintesi — Rigenerazione

«A noi uomini, invece, nascendo, è toccato un tristo privilegio: quello di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di noi questo nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna.»
(Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal)

«Ne abbiamo avuto l’esperienza ma ci è sfuggito il significato

E avvicinarci al significato ci restituisce l’esperienza

In una forma differente, al di là di ogni significato»
(Thomas Stearns Eliot. Quattro Quartetti)

«Noi vediamo e sappiamo sempre molto più di quello che consapevolmente ci risulta. Quando c’è un problema, bisogna permettere a questo di più, che non può essere visto in modo immediato e diretto, di affiorare. Importante è anche tacere. Un tacere, che con-tiene e con-sente, senza ridurre subito con la parola.»
(Serena Dinelli. Racconti in mare aperto, p. 84)

«Un osservatore in quanto tale si mantiene sempre all’interno di un dominio descrittivo, cioè di un dominio cognitivo relativo. Una realtà assoluta non può essere descritta, poiché tale operazione richiederebbe un’interazione con l’assoluto da descrivere. Ma la rappresentazione che nascerebbe da questa interazione sarebbe necessariamente determinata dall’organizzazione autopoietica dell‘osservatore e non dall’agente deformante (l’assoluto da spiegare), generandosi in questo modo una realtà cognitiva inevitabilmente dipendente da colui che conosce e ad esso relativa.»
(Humberto Maturana, Francisco Varela. Macchine ed esseri viventi. P. 84)

«Attraverso la riduzione fenomenologica, la coscienza appare come un fondamento che fa luce su come possono sorgere in prima istanza delle nozioni derivate come quelle di soggettivo e oggettivo.»

(Francisco Varela. Neurofenomenologia. Una soluzione metodologica al «problema difficile». http://www.oikos.org/varelaneurofenomenologia.htm)

«Quello che percepiamo e memorizziamo, più che la realtà in se, è come il nostro corpo reagisce all’incontro con essa.»
(Antonio Damasio — 1995)

«In effetti ciò che intendiamo per informazione (per unità elementare d’informazione) è una differenza che produce una differenza ed è in grado di produrre una differenza perché i canali neurali, lungo i quali essa viaggia e viene continuamente trasformata, sono anch’essi dotati di energia. Questi canali sono pronti per essere innescati. Si può dire addirittura che la questione è già implicita in essi. C’è tuttavia un importante contrasto fra la maggior parte dei canali d’informazione interni al corpo e la maggior parte dei canali esterni. Le differenze tra la carta e il legno sono dapprima trasformate in differenze nella propagazione della luce o del suono, e viaggiano sotto questa forma fino ai miei organi sensoriali periferici. Nella prima parte del loro viaggio essi ricevono energia nel solito modo della fisica, da ’dietro’; ma quando le differenze entrano nel mio corpo eccitando un organo periferico, questo tipo di propagazione è sostituito da una propagazione la cui energia è fornita a ogni passo dall’energia metabolica latente nel protoplasma che riceve la differenza, la rigenera o la trasforma e la passa avanti. […] Il mondo mentale — la mente — il mondo dell’elaborazione dell’informazione — non è delimitato dall’epidermide.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, p. 493)

Slide 19 — Sintesi — Una parola

Quello che fa comparire una volta l’oscuro ed una volta il chiaro, è il Senso (Tao).
(King)

«Noi non possiamo saltare fuori dal dominio specificato dal nostro corpo e dal nostro sistema nervoso. Non vi è un mondo salvo quello che sperimentiamo attraverso quei processi che ci sono dati e che ci rendono quelli che siamo.»
(Mauro Ceruti. La fine dell’onniscienza, p. 58)

«Tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita.»
(Etty Hillesum)

«Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?”, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: “io vivo perché vivo”… e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, “perché operi le tue opere?”, se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: “io opero perché opero”. E se tu gli chiedessi “perché vivi?”, risponderebbe: “non lo so, ma vivo volentieri!”».
(Meister Eckhart. Hoc apparuit caritas dei in nobis)

«La vita è una qualità dell’intero sistema.»
(Pier Luigi Luisi)

Slide 20 — Parte seconda, conseguenze

Slide 21 — Panoramica

«Ecco dov’è la differenza essenziale tra organico e meccanico: è la natura di crescita, e non di mera costruzione, delle forme naturali. Le cose che sono costruite, come le case, i mobili e le macchine, sono un insieme di parti assemblate, oppure si tratta di elementi a cui viene data una forma dall’esterno verso l’interno, come nel caso delle sculture. Le cose che crescono si danno da sé la loro forma dall’interno verso l’esterno, non costituiscono un assemblaggio di parti originariamente distinte, in quanto si dividono autonomamente in parti, elaborando la loro struttura sulla base di un intero che si organizza in parti, procedendo dal semplice al complesso.»
(Alan Watts. Parlando di zen, p. 71)

«La conoscenza sociale e relazionale (concetto di intersoggettività) prodotta sempre da un Noi, viene ulteriormente elaborata (e condivisa) nell’incontro/confronto con l’altro, qualunque sia la situazione/contesto. Gli attori sociali, producendo conoscenza, non si limitano ad adattarsi all’ambiente (sociale e/o organizzativo), bensì contribuiscono a modificarlo e co-generarlo.»
(Piero Dominici. Dentro la società interconnessa, p. 119)

«Ai tempi antichi dell’arte

i costruttori cesellavano con la massima cura

ogni particolare minuto e invisibile

perché gli dèi sono dappertutto»
(Henry Wadesworth Longfellow)

«È tuttavia possibile che il rimedio per i mali della finalità cosciente si trovi nell’individuo. C’è quella che Freud chiamava la strada maestra verso l’inconscio; egli si riferiva ai sogni, ma io ritengo che si dovrebbero mettere insieme e i sogni e la creatività dell’arte, o la percezione dell’arte, e la poesia e le cose di questo genere. E insieme ci metterei anche il meglio della religione. Sono, tutte queste, attività in cui l’individuo intero è impegnato. L’artista può avere lo scopo conscio di vedere il suo quadro, e fors’anche lo scopo di dipingerlo; ma nel dipingerlo egli deve per forza allentare quell’arroganza a favore di un’esperienza creativa in cui la sua mente cosciente ha solo una piccola parte.

Si potrebbe dire che nella creazione artistica l’uomo deve sentire se stesso — tutto il suo io — come un modello cibernetico.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, p. 478)

«Gregory si era via via reso conto che l’unità della natura da lui asserita in Mente e Natura era comprensibile forse solo attraverso il genere di metafore cui ci ha abituato la religione, e capì anzi di essere ormai prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro
(Mary Catherine Bateson. Dove gli angeli esitano, p. 12)

«…ora, dopo tutte le discussioni sulla mente e la tautologia e le differenze immanenti e così via, comincio ad essere pronto per le sinfonie e gli albatros.»
(Gregory Bateson. Mente e Natura, p. 277)

«Bateson sosteneva che la magia è una forma decaduta di religiosità. Nel suo pensiero il sacro era una forma di profonda connessione con i propri simili, le altre creature, il mondo, il tutto. […] Le domande su cosa siamo, su come stare in rapporto con sé stessi, con gli altri, forse si traducono e si perdono nei gesti quotidiani del consumo: piccole pratiche ‘magiche’, da cui si cercano risposte avendo smarrito il senso della ‘sacra unità’ della vita…»
(Serena Dinelli. Racconti in mare aperto, p. 160)

Slide 22 — Processi decisionali

Slide 23 — Processi decisionali — Razionalità

«L’essere umano che lotta per la razionalità e costretto nei limiti della sua conoscenza ha sviluppato alcune procedure operative che superano in parte queste difficoltà. Queste procedure consistono nell’assumere che possa isolare dal resto del mondo un sistema chiuso contenente un numero limitato di variabili e una gamma limitata di conseguenze.»
(Herbert Simon. Administrative Behavior)

«Ogni volta che c’è un errore semplice dove la maggior parte degli inesperti cadono, c’è sempre una versione leggermente più sofisticata dello stesso problema in cui cadono gli esperti»
(Amos Tversky)

«Non si può fare a meno di trattare le informazioni limitate che si hanno come se fossero le uniche esistenti sulla piazza. Si elabora la migliore narrazione possibile a partire dai dati disponibili e, se essa è buona, ci si crede. Paradossalmente è più facile elaborare una storia coerente quando si sa poco e ci sono meno tessere da far quadrare nel puzzle. La nostra consolatoria fiducia che il mondo sia dotato di senso poggia su un fondamento sicuro: la nostra capacità pressoché illimitata di ignorare la nostra stessa ignoranza.»
(Daniel Kahneman. Pensieri lenti e veloci, p. 221)

Slide 24 — Processi decisionali — Errore

«E’ convinzione diffusa che l’utilizzo della logica formale sia di per sé in grado di condurci] alla soluzione migliore tra quelle possibili, per qualsiasi problema. Un aspetto importante di questa concezione razionalistica è che bisogna escludere le emozioni, per ottenere i migliori risultati: l’elaborazione razionale non deve essere impacciata da passioni. […]

Il nostro cervello sovente può decidere bene in minuti o in frazioni di minuto, a seconda del quadro temporale che stabiliamo come appropriato per gli obiettivi che vogliamo conseguire; se così è, allora non è soltanto con la ragione pura che esso deve eseguire il suo mirabile compito. Occorre un’altra prospettiva.»
(Antonio Damasio. L’errore di Cartesio, pp. 242, 244)

«Il pensare razionale e ancor più il calcolo (anche razionale) possono operare solamente mediante l’astrazione. E l’astrazione è proprio questo: astrazione, separazione di quella parte della realtà che non si sottopone all’analisi o al calcolo. Ciò che non è razionale o ciò che non è calcolabile viene automaticamente eliminato dall’ambito di queste due operazioni. Ma queste parti della realtà non sono come le “quantités nègligeables” del calcolo infinitesimale. Non possiamo più capire ciò che non è intero»
(Raimon Panikkar. L’esperienza filosofica dell’India, p. 94.)

«…nelle scienze sperimentali si sostituisce al mondo delle sensazioni un mondo fittizio in cui le grandezze abbiano un valore esattamente determinabile, [così] nel calcolo delle probabilità sostituisco al mio stato d’animo vago e inafferrabile quello di un individuo fittizio che non conoscesse incertezze nel giudicare le gradazioni della propria fiducia.»
(Bruno De Finetti. L’invenzione della verità, p. 38)

«…i sistemi organizzativi devono continuamente fare i conti con una condizione di RAZIONALITÀ LIMITATA sulla quale (spesso) si registra poca consapevolezza anche rispetto ad una serie di “variabili” assolutamente determinanti:complessità dell’ambiente di riferimento e dell’ecosistema, incapacità dell’attore sociale di raccogliere, elaborare e memorizzare tutte le informazioni necessarie, impossibilità di prevedere fino in fondo le strategie degli altri, conoscenza sempre parziale della “catena mezzi-fini”, distinzione non chiara tra “mezzi” e “fini”, conoscenza limitata delle alternative, ruolo delle convinzioni preesistenti nelle scelte/decisioni — l’analisi complessiva richiede costi eccessivi, impossibilità di conoscere tutte le conseguenze delle scelte (problema di ragionevolezza di tempi e costi), distorsioni nei feedback, le decisioni sono quasi sempre del “gruppo” e sono correlate a processi di cooperazione/competizione/conflitto, presenza di molteplici livelli di ambiguità. Ciò significa che le dimensioni della percezione e dell’intuizione, oltre (evidentemente) a quella relazionale e di gruppo, sono davvero quelle più decisive e, allo stesso tempo, imprevedibili nelle dinamiche evolutive dei sistemi organizzativi. Oltretutto, il piano delle strutture e dei sistemi è strettamente correlato a quello delle Persone e dello spazio comunicativo (sociale, sistemico-relazionale e interpersonale), dal quale, peraltro, è anche profondamente condizionato.»
(Piero Dominici. Le organizzazioni complesse tra “vecchi” miti organizzativi e razionalità limitata. http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/04/18/le-organizzazioni-complesse-tra-vecchi-miti-organizzativi-e-razionalita-limitata/)

«Le euristiche sono regole pratiche per calcolare determinati tipi di numeri o per risolvere certi tipi di problemi. Sebbene le euristiche psicologiche per la soluzione di problemi siano normalmente sviluppate nell’ambito della discussione sulla razionalità limitata come risposta a limiti cognitivi, esse possano venir interpretate altrettanto facilmente come versioni di un comportamento basato su regole che segue una logica diversa da quella della conseguenza.»
(James G. March. Prendere decisioni, p. 23)

«Noi non cercheremo di salvare la verità ad ogni costo, cioè a costo della verità.»
(Edgar Morin. Il Metodo 3, p. 6)

Slide 25 Processi decisionali — Corpo e mente

«Ciò che l’uomo desidera conoscere è quello (ossia il mondo esterno). Ma il mezzo con cui conosce è questo (ossia se stesso). Come fa a conoscere quello? Solo perfezionando questo
(Kuan Tzu in Bradford P. Keeney. L’estetica del cambiamento, p. 215)

«È il tentativo di separare l’intelletto dall’emozione che è mostruoso, e secondo me è altrettanto mostruoso (e pericoloso) tentare di separare la mente esterna da quella interna, o la mente dal corpo. […] Non dobbiamo essere sviati dal fatto che i ragionamenti del cuore (o dell’ipotalamo) sono accompagnati da sensazioni di gioia o di dolore. Questi ‘ragionamenti’ riguardano questioni che sono vitali per i mammiferi, cioè questioni di relazione, e intendo dire amore, odio, rispetto, dipendenza, ammirazione, adempimento, autorità, e così via. Esse sono fondamentali nella vita di qualunque mammifero, e non vedo perché questi calcoli non si dovrebbero chiamare ‘pensiero’, benché certo le unità di calcolo per le relazioni siano diverse dalle unità che usiamo per i calcoli sulle cose isolabili.»
(Gregory Bateson. Verso un’ecologia della mente, p. 505)

«… riesce particolarmente pregiudizievole la tendenza a sopravvalutare — spesso, addirittura in modo esclusivo — la ragione che, a mio avviso, è invece utilissima solo a patto di venir considerata come un complemento atto a perfezionare tutte le altre facoltà istintive intuitive psicologiche (ma non -guai! — a surrogarle).»
(Bruno De Finetti. Dall’Introduzione al corso CIME -Centro Internazionale di Economia Matematica — Varenna, 1959 http://www.brunodefinetti.it/Spigolature.htm)

«…ogni corpo, considerato con precisione, è in rapporto con tutti gli altri. e quindi un corpo, e a maggior ragione più corpi non sono mai completamente isolati. È solo la nostra incapacità di abbracciare unitariamente tutta la realtà che ci costringe a prendere in esame un piccolo numero di corpi e a fare provvisoriamente astrazione dagli altri.»
(Ernst Mach. La meccanica nel suo sviluppo storico-critico, p. 272)

«La decisione è una proprietà fondamentale del sistema nervoso fondata su meccanismi di simulazione interna del corpo e del mondo che si sono fatti più complessi di pari passo con l’evoluzione.»
(Alain Berthoz)

«…il cervello non si accontenta […] di acquisire informazioni per prendere delle decisioni, ma impone al mondo le sue regole di interpretazione: prendiamo dal mondo solo le informazioni che ci interessano e inoltre le trasformiamo a priori facendo intervenire esperienza personale e memoria. A questa fonte di varietà si lega il fatto che per decidere andiamo a cogliere solo alcune informazioni legate alla nostra esperienza e, soprattutto, al nostro obbiettivo.
(Alain Berthoz. Se a decidere non è solo il cervello. http://oxygen.enel.com/se-a-decidere-non-e-solo-il-cervello/)

“Sono così giunto a considerare sia la ricerca scientifica che il processo di costruzione di una teoria come strumenti utili per dare un ordine interno all’esperienza significativa. La ricerca è lo sforzo preesistente e disciplinato volto a trarre senso ed ordine dai fenomeni dell’esperienza soggettiva. […] Insomma, le due esigenze, quella fenomenologica e quella sperimentale, invece di escludersi o di risolversi in un compromesso confuso si rafforzano reciprocamente. Né rifiuto della scienza né rifiuto dell’esperienza immediata. È una nuova concezione della scienza che mira a ritrovare le origini nel vissuto degli uomini che la elaborano»
(Carl Rogers, 1961)

La sicurezza soggettiva di un giudizio non è una valutazione razionale della probabilità che quel giudizio sia corretto. La sicurezza è una sensazione che riflette la coerenza delle informazioni e la facilità cognitiva con cui esse sono elaborate. È saggio prendere sul serio le ammissioni di incertezza, mentre quando qualcuno afferma di essere assolutamente sicuro del suo giudizio sappiamo solo che ha elaborato nella sua mente una storia coerente che non è assolutamente detto sia vera.
(Daniel Kahneman. Pensieri lenti e veloci)

«I sentimenti sono informazioni: essi rivelano a ciascuna mente la condizione di vita all’interno dell’organismo, una condizione espressa lungo un intervallo che va da valori positivi a valori negativi. Un’omeostasi insufficiente è espressa da sentimenti ampiamente negativi; i sentimenti positivi esprimono invece livelli appropriati di omeostasi, e schiudono agli organismi opportunità vantaggiose. Sentimenti e omeostasi sono legati in modo stretto e coerente. I sentimenti sono le esperienze soggettive dello stato — vale a dire dell’omeostasi — in ogni creatura in possesso di una mente e di un punto di vista cosciente. Possiamo considerare i sentimenti come i rappresentanti mentali dell’omeostasi.»
(Antonio Damasio. Lo strano ordine delle cose, p. 37)

«E progressivamente, nell’insegnamento secondario, che si potrà mettere in luce l’opposizione tra la razionalizzazione, sistema logico di spiegazione ma privo di fondamento empirico, e la razionalità, che si sforza di unire la coerenza all’esperienza; e si tratteranno, nell’insegnamento superiore, i limiti della logica e si argomenterà la necessità di una razionalità non solo critica ma autocritica.»
(Edgar Morin. La testa ben fatta, p. 51)

Slide 26 — Salute

Slide 27 — Salute — Manifesto

(Laboratorio di Ecologia della Salute — Manifesto 2018)

http://www.aiems.eu/files/les_-_manifesto_versione_definitiva.pdf

«La radice sanscrita della parola “salute” significa “totalità” (sarvam). La salute è la totalità del reale: io non sono solo individuo»
(Raimon Panikkar, La nuova innocenza, vol. 3, p. 48.)

«Ogni vita è molti giorni, giorno dopo giorno. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladri, spiriti, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, cugini. Ma sempre incontriamo noi stessi»
(James Joyce, Ulysses)

«La morte in quanto fine della vita terrena va ricondotta non al peccato ma alla vita, è una conseguenza diretta e necessaria del darsi della vita, di questa vita naturale, così meravigliosa ma anche così fragile, che si afferma solo negando se stessa. Lo si vede già nel singolo organismo umano, dove la crescita cellulare è possibile solo mediante il fenomeno dell’apoptosi o morte cellulare, attraverso il quale le cellule che prima erano nate ora si danno la morte per lasciare il posto ad altre cellule, le quali nasceranno per poi a loro volta morire, e così di seguito nella costruzione di questo processo che chiamiamo vivere ma che sarebbe altrettanto corretto chiamare morire. Lo mostra anche la catena alimentare, che produce vita solo mediante la morte di altri esseri viventi, a partire dall’erba dei prati uccisa dal brucare delle pecore, fino all’uomo che per nutrire se stesso e i suoi figli elimina, e non può fare altrimenti, piante e animali.»
(Vito Mancuso. L’anima e il suo destino)

«E, naturalmente, la morte ha questo lato positivo: per quanto un uomo sia buono, se resta in circolazione per troppo tempo diventa un pernicioso inconveniente.»
(Gregory Bateson. Mente e Natura, p. 274)

«Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri.»
(Simone Weil. Sulla scienza, p. 218.)

«L’idea che il terapeuta debba concentrare l’attenzione sullo sviluppo dell’ «individuo sano» è di per sé un tentativo di massimizzare una sola variabile: la salute individuale. Ma al di là di un certo limite la salute diventa insalubre per un altro ordine di processo.»
(Bradford P. Keeney. L’estetica del cambiamento, p. 153)

«La Vita generale, universale, zōé, dovrebbe essere distinta da bios, come vita individuale — esattamente all’opposto rispetto all’uso corrente nella scienza moderna (biologia), ma in accordo con il suo uso in “biografia”. La Vita è ciò che riempie tutto ciò che è. L’uomo vive “nella” vita, partecipa nella vita — e la vita, come dicono i Veda, non muore, ché sarebbe una contraddizione o, come afferma un altro testo “entro la morte c’è la vita”. Chi fa l’esperienza della Vita non ha paura della morte. Muore soltanto l’individuo. “Vita eterna non” non significa bios atemporale, ma piuttosto zōé, vita illimitata, piena precisamente di temporalità.»
(Raimon Panikkar. La realtà cosmoteandrica. Dio-Uomo-Mondo, pp. 200–201.)

«La salute è nelle connessioni tra il corpo e l’ecologia, tra le persone, tra le famiglie, all’interno della comunità. Rompi quelle connessioni e la possibilità di vitalità è su un conto alla rovescia per vari sistemi di disfacimento, malattia, disgregazione culturale, degrado ecologico …»
(Nora Bateson)

«In parole povere, la regione della dissomiglianza chiamata vita, al livello di semplici cellule con o senza un nucleo — o di grandi organismi pluricellulari, come noi esseri umani, può essere definita da questi due tratti: la capacità di regolare la propria vita conservando strutture e operazioni interne il più a lungo possibile, e la possibilità di riprodurre sé stessa e avere come obiettivo il perpetuarsi. E come se, in modo straordinario, ciascuno di noi, ciascuna cellula in noi e ogni altra cellula facessimo parte di un unico, gigantesco organismo dagli infiniti tentacoli, l’unico e il solo organismo che ha avuto inizio 3,8 miliardi di anni fa e che è ancora in marcia.»
(Antonio Damasio. Lo strano ordine delle cose, p. 54)

Slide 28 — Conclusioni

Slide 29 — Conclusioni — Riepilogo e considerazioni

«Il valore della conoscenza scientifica, così, non dipende dalla “verità” nel significato dato dai filosofi, ma solo dalla “viabilità”. La nozione di verità, richiederebbe una corrispondenza, cioè, una condivisione di specifici particolari e di aspetti dell’immagine e di ciò che intende rappresentare; la nozione di viabilità (che si riferisce ad azioni e modi di pensare) richiede soltanto compatibilità [……] Comunque, il concetto di viabilità implica che ci siano o ci saranno ostacoli e limiti che interferiscono con, e ostruiscono, le modalità dell’organismo di ottenere gli obiettivi scelti. È sempre possibile che una realtà ontica si manifesti impedendo alcune delle nostre azioni e frustrando alcuni nostri sforzi. Ma anche se succedesse così, questa realtà ontica si manifesterebbe solo nei fallimenti del nostro agire e/o pensare»
(Ernst von Glasersfeld, 1998, pag.104 in: Sergio Boria. Curare ripartendo dal territorio: verso una medicina di famiglia sistemica)

“La conoscenza non viene ricevuta passivamente né attraverso i sensi né grazie alla comunicazione; la conoscenza viene attivamente costruita dal soggetto ‘conoscente. La funzione della conoscenza è adattativa, nel senso biologico del termine, e tende verso la viabilità; la conoscenza serve all’organizzazione del mondo esperienziale del soggetto, non alla scoperta di una realtà ontologicamente oggettiva.”
(Ernst von Glasersfeld. In Umberta Telfener. Sistemica, voci e percorsi nella complessità)

«Inoltre è evidente che ogni suddivisione ordinatrice della realtà richiede un’idealizzazione, poiché la realtà ci circonda innanzitutto come una connessione che scorre in modo autonomo e continuo, dalla quale solo mediante l’intervento del nostro pensiero — che proprio in questo senso idealizza — noi isoliamo determinati processi, fenomeni, leggi. In definitiva, però, bisogna sempre tener presente che la realtà della quale possiamo parlare non è mai la realtà “in sé”, ma è una realtà filtrata dalla nostra conoscenza o persino, in molti casi, da noi configurata. Se a quest’ultima formulazione si obietta che dopotutto c’è un mondo oggettivo, completamente indipendente da noi e dal nostro pensiero, che procede o può procedere senza il nostro apporto e al quale in realtà ci riferiamo con la ricerca, a quest’obiezione a prima vista cosi ovvia si deve opporre il fatto che già la parola «c‘è» appartiene al linguaggio umano e non può quindi significare qualcosa che non sia in relazione alla nostra capacità conoscitiva. Per noi «c’è» appunto solo il mondo nel quale l’espressione «c’è» ha un senso.»
(Werner Heisenberg. Indeterminazione e realtà, p. 106 )