L’importanza del femminismo di Obama per la nostra “pussy generation”

Barack Obama, 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Foto via: Wikimedia

Il 5 agosto 2016 dovrebbe essere ricordata come una data storica: oggi, per la prima volta in assoluto, un presidente degli Stati Uniti d’America si è dichiarato pubblicamente femminista.

Mi riferisco, ovviamente, all’articolo pubblicato da Barack Obama su Glamour, in cui il presidente ripercorre i traguardi raggiunti dalle donne negli ultimi decenni e, soprattutto, lancia un monito contro tutte le differenze di genere. Obama, cresciuto dalla madre e dalla nonna, ricorda l’importanza fondamentale che le donne hanno avuto nella sua vita e, verso la fine dell’articolo, elenca una lunga serie di atteggiamenti che la società dovrebbe smettere di adottare per arrivare ad una vera parità di genere: smettere di educare le ragazze ad essere miti e i ragazzi ad essere risoluti (a tal proposito, leggete anche questo), smettere di punire le donne per la propria sessualità ed elogiare gli uomini per la loro, smettere di tollerare le molestie alle donne considerandole “routine”, smettere di insegnare ai ragazzi di sentirsi minacciati dal successo delle donne.

Questi sono solo alcuni dei moniti di Obama che, nonostante di per sé non aggiungano nulla a quanto le battaglie femministe hanno già rivendicato, sono di fondamentale importanza, specialmente considerando i tempi che corrono.

Facciamo un salto indietro: ieri, in un’intervista a Esquire, Clint Eastwood ha detto che voterà per Trump, perché tutti si stanno stancando del politically correct e — secondo l’attore e regista — siamo una generazione di fighette (pussy generation).

Nell’intervista integrale Eastwood è anche critico con il candidato repubblicano (vi invito a leggerla), ma io vorrei soffermarmi su questo: pussy generation è un commento sessista. 
Potete riderci su, fare ironia sulla facile indignazione, ma la verità è che pussy vuol dire figa e utilizzarlo nel senso dispregiativo (fighetta) implica evidentemente una forma mentis per cui l’uomo deve dimostrarsi più forte della donna che, di conseguenza, viene utilizzata come termine di paragone per sottolineare la debolezza del maschio.

E questo, che vi piaccia o no, è sessismo.

Ma la verità è che siamo abituati da troppo tempo a convivere con il sessismo e le altre forme di discriminazione e non prestiamo neanche attenzione alla violenza del linguaggio. Perché di un bambino di 10 anni che urla Take that bitch down! (Distruggi quella puttana!) a Trump (riferendosi ovviamente a Clinton) stupisce l’irriverenza, ma non la condizione che ha portato quel bambino ad insultare un candidato presidente non per qualsiasi altro aspetto della sua persona, ma per il suo genere; bitch.

D’altronde, è interessante notare come venga percepito il termine politically correct: leggendo i commenti di qualsiasi sito di informazione troverete sicuramente qualche utente che si dice stanco di tutto questo politically correct, utilizzando questa premessa come lasciapassare per qualsiasi insulto razzista, sessista o omofobo. Il siamo stanchi del politically correct è il nuovo non sono razzista ma.

Il problema è che viene preso per politically correct il parlare rispettando davvero tutte le differenze: a tal proposito, vorrei far notare che considerare il rispetto come una sorta di sforzo, come una maschera da indossare prima di parlare in pubblico, implica non credere davvero nella parità di diritti. 
Sembra quasi un invito: basta con il politically correct, mostriamoci tutti senza filtri, marci come siamo: razzisti, sessisti, omofobi.

Ma non fraintendetemi, capisco benissimo quanto sia difficile sradicare nel quotidiano millenni di pregiudizi, magari partendo proprio dal linguaggio.

Nella suddetta intervista, Clint Eastwood afferma:

Vediamo persone accusare altre persone di essere razziste per ogni genere di cosa. Quando sono cresciuto io, quelle cose non erano chiamate razzismo.
Un giovane Clint Eastwood, nei bei tempi in cui sfottere per il suo credo religiose la madre di un soldato morto non era ancora razzista. Foto via: Wikimedia

Il problema è evidente: pensiamo di aver già superato determinate questioni, di aver già risolto ogni problema di razzismo, di sessismo, di omofobia. Ma la verità è che non è affatto così. 
Perché la società cambi e per lasciare un mondo migliore alle future generazioni dobbiamo convincerci davvero di quel che predichiamo e non indossarlo come maschera per essere accettati. 
Dobbiamo poter mangiare le nostre idee.

Concludo ritornando all’intervista di Obama: abbiamo visto tutti abbastanza House of Cards per comprendere quanto di calcolato ci possa essere in quelle parole, ma questo non ne pregiudica la validità. Obama specifica quanto sia importante che siano gli uomini a combattere il sessismo e, parlando delle proprie figlie, dice che:

è importante che il loro padre sia un femminista, perché adesso è quel che si aspetteranno da tutti gli uomini.

Ecco, io non sono un padre e non sono neanche presidente degli Stati Uniti d’America, ma anch’io mi professo pubblicamente femminista, nella speranza che questo possa spingere qualcuno ad aspettarsi sempre più uomini che supportino davvero la parità di genere.