L’ossessione degli half-spaces

Catenaccio
Aug 28, 2017 · 4 min read

In tempi abbastanza recenti è entrata massicciamente nella discussione tra addetti ai lavori ed appassionati questa nuova dizione che marca esattamente dove dovrebbe (o vorrebbe) essere la contemporaneità calcistica. Ma è davvero così nuova ed innovativa come idea? In realtà i cosiddetti “spazi di mezzo” ci sono da sempre ma in un’era dominata dalle statistiche avanzate è emerso quanto potessero incidere. Sostanzialmente ci si è accorti che in queste porzioni di campo - tra la zona laterale e centrale - sono le zone che portano a massimizzare le possibilità di goal, creando in genere dilemmi in marcatura e, auspicabilmente, pessime chiusure difensive. Nel passato non poteva esistere questa enfasi perchè il campo era più “largo” o per meglio dire i giocatori coprivano distanze inferiori alle attuali (per dare un ordine di grandezza un giocatore negli anni ’50 percorreva circa 5–6 km a partita ora siamo arrivati a 10–11 km con picchi di 12 e oltre) e c’era molta più possibilità di sfruttare gli spazi con squadre magari spezzate in due. Ma con il continuo aumento d’attenzione alla preparazione (atletica, tattica e alimentare) era una situazione che non poteva protrarsi all’infinito. Possiamo prendere come spartiacque simbolico un cambiamento tattico nato per caso, Spalletti a fine 2005 a causa degli infortuni dovette varare una formazione inedita e un modulo relativamente nuovo: il 4–2–3–1 con Totti unica punta (ci furono in precedenza altri esempi come la Francia campione del mondo nel ’98 o il Real Madrid di Del Bosque ma - pur con alcune novità che avremmo visto in seguito - avevano idee di fondo completamente diverse e non con lo stesso impatto innovativo, ci sarebbe da citare un esempio ancora precedente cioè Juan Lillo ma questa é un’altra storia). Un certo cambiamento era già nell’aria ma solo dopo questa mossa dell’allenatore giallorosso se ne prese definitivamente atto, il campo si stava “restringendo” e non era possibile continuare ad avere più giocatori che non partecipassero alla fase difensiva. Il centravanti non solo cambiò la sua costituzione, dovendo diventare molto più mobile e partecipativo alla manovra, ma si ridusse numericamente, ormai il doppio attaccante in voga per tutti gli anni ’90 venne meno e si aprì una fase -tutt’ora aperta- dove presero il sopravvento esterni, sempre più disponibili al rientro difensivo, e giocatori più associativi. Impensabile immaginare che dal 2008 in poi i principali scorer sarebbero stati C. Ronaldo e Messi rispettivamente un’ala (ai tempi) e un trequartista. Subirono mutamenti anche i terzini, costretti ad essere sempre più completi e presenti offensivamente, e i centrocampisti sempre più virati verso un dinamismo esasperato, mezzali box to box (il paradosso di questa situazione, avere reso sempre più difficile trovare registi - ancora necessari- di alto livello visto l’eccessivo focus sul dinamismo e la resistenza). Torniamo però agli esterni alti e ai giocatori associativi che sono i veri protagonisti degli half-spaces, il 4–2–3–1 diventa il modulo di riferimento (insieme al 4–3–3 che perde il suo status di modulo spiccatamente offensivo) con esterni che tendono ad accentrarsi e dialogare sia con i compagni di trequarti che con il centravanti, situazione similare pur con le dovute differenze per il 4–3–3 con sempre gli esterni che s’accentrano con in aggiunta il coinvolgimento attivo delle mezzali.

Con queste premesse la logica sacrificata è l’ampiezza, con la parte esterna del campo semideserta e abitata praticamente soltanto dai terzini a cui è interamente delegato questo compito soprattutto quando si tratta del lato debole. Il sovraccarico del lato forte, dove si svolge l’azione, o comunque l’accentuata tendenza a stare stretti per sfruttare gli half-spaces rende paradossalmente l’utilizzo massiccio degli stessi meno efficace perchè permette alla difesa di rimanere più compatta. Non è un caso che per Guardiola l’ampiezza sia fondamentale per tenere larga (e spostare) la difesa avversaria e solo in un secondo momento sfruttare gli spazi di mezzo.

Un’altra conseguenza diretta è la stigmatizzazione dei cross, ora è evidente che statistiche alla mano questo modo di attaccare, oltre ad essere démodé, sia poco efficiente (ci sarebbe da specificare pure in che situazione ad esempio transizione o a difesa schierata, c’è modo e modo ma sorvoliamo) e da un certo punto di vista lo è sempre stato ma eliminare completamente dal proprio gioco questo aspetto non significa necessariamente diventare più efficienti, al contrario si diventa troppo prevedibili e, come detto sopra, condensarsi troppo nella parte centrale del campo non è detto sia l’ideale. Un esempio plastico di come i cross possano funzionare è la partita di ritorno degli ottavi di finale della champions 2016 Bayern Monaco-Juventus, dove i bavaresi non riuscendo ad affondare con le solite combinazioni guardiolesche, dovettero affidarsi massicciamente ai cross per rimettere in piedi la partita e vincere passando il turno, alla fine dei tempi supplementari il numero dei cross fu 39 numero molto elevato (di cui la maggioranza nel secondo tempo di grande pressione). Non è certamente una situazione auspicabile ma perfino quando si è in difficoltà possono diventare un’arma decisiva.

Infine il Real Madrid, squadra che segna il maggior numero di goal con i cross a testimonianza di come si possa dominare sfruttando ampiezza e HS senza finire in inutili fissazioni. Nel calcio spagnolo, non solo a Madrid, è rimasta intatta una certa parte tradizionale del calcio che ha messo al riparo da derive estreme senza per questo rinunciare alle novità fornendo la base ideale per il successo delle squadre spagnole. Le innovazioni non possono diventare nuovi integralismi ma venir testate e a volte venir scartate da soluzioni vecchie ma ancora superiori.

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Catenaccio
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