Design collettivo e antidisciplina
Daniele Bucci
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Come designer non posso che essere in accordo, non di meno come testimone vigile e osservatore scrupoloso all’interno delle aziende manifatturiere. La questione di come organizziamo le nostre conoscenze, oggi è cruciale più che mai. Sopratutto in relazione alle circostanze storiche che stiamo attraversando.

Il design difatti, non è più (o almeno non è solo) la disciplina che rende nuovi prodotti e tecnologie più attraenti e desiderabili. O colui che aumenta il valore percepito dei brand. Oggi il Design è un attento e profondo conoscitore dei meccanismi e dei bisogni umani, anche nelle contraddizioni e le ipocrisie. Sfida le convenzioni che pongono mura e resistenze. Per questo oggi il Design all’interno delle aziende (soprattutto le multinazionali) è un protagonista tattico.

Il Design è diventata l’arte di aprire e chiudere i contenitori del sapere. L’arte di creare un ventaglio di opzioni su come trasformare in qualcosa di reale una conoscenza. Delle conoscenze, il loro intricato intreccio. Allora qui siamo al “sistema creativo” la sua padronanza, la sua distribuzione e la sua accessibilità. Qui diventa qualcosa di più di un progetto o la sua metodologia. Può essere il driver per una riforma culturale e quindi sociale.

Allora ha ragione quel professore, quando dice: “quel progetto non potrà evolversi per sempre e prima o poi dovrà concludersi”. Siamo nel bel mezzo di una trasformazione epocale (molti vedono solo la crisi) un momento di caos, che ridisegna le regole di tutti i giochi. Il passaggio della produzione di valore, da industriale a digitale. Due enormi sistemi culturali, politici ed economici, che si scontrano, si compenetrano e s’incornano. Un nuovo assetto sta nascendo a forza. Patetico qualsiasi tentativo d’imbrigliare la forza travolgente della cultura. Isaiah Berlin (in netta contestazione con questa forma odierna di determinismo) parlava di “inevitabilità storica”.

In conclusione, in questa questione, il designer è sul fronte. In prima linea, a correre per la mediazione appunto: “facilitatore dei processi cognitivi” di uno specifico tipo di cambiamento, reporter oggettivo della situazione. Assistente (perché conoscitore) di questa evoluzione dell’uomo verso un altro uomo. Testimone-guida degli sviluppi e delle nuove derive sociali.

La rivoluzione industriale (fino alle guerre) è stato lo scenario in cui gli intellettuali, erano i guardiani delle ideologie, della cultura alta, dei saperi e delle conoscenze. Essi erano impegnati (socialmente riconosciuti) a custodire e tutelare il sistema culturale. Non allo stesso modo, i designer sono i “custodi” di quell’anti-disciplina, o meglio, dell’avanguardia pura. Lo scenario è la finanziarizzazione che riveste i mercati, la globalizzazione costituita dal progresso tecnologico. Non più attenti a suggerire gli effetti, e non più neanche incentrati solo all’opera finale. Quanto più, impegnati ad insistere sul –procedimento che ha portato all’opera-

Eco analizzava profeticamente sulla cultura, che man mano che le conoscenze di consumo si affermano (il Kitsch) gli artisti (oggi i designer) sentono sempre una vocazione diversa.

La dialettica tra avanguardia e Kitsch è un rapporto perpetuo tra proposte innovatrici e adattamenti omologatori. “Da sempre collegamento tra arte e ingegneria” l’avanguardia (il design) nella sua funzione di scoperta ed invenzione genera e apre nuovi stilemi. Scopre nuovi codici, nuove realtà, nuove economie. Continuiamo a custodire la ruota e farla girare con ritmo.