La nostra Europa

L’Europa è stata teatro degli orrori più profondi. L’Europa, come abbiamo più volte sostenuto negli ultimi mesi, ha bisogno di essere rilanciata, di recuperare il senso della sua unione e dei suoi valori fondanti. Il tema della piena occupazione, della rigidità di bilancio, del rilancio degli investimenti, così come quello della condivisione di un grande progetto sull’immigrazione, sono questioni urgenti che vanno poste all’ordine del giorno di una discussione franca e leale. Rimane urgente l’obiettivo di togliere la spesa investimenti dal Fiscal Compact. E di rivedere, come il Governo Renzi ha proposto, i parametri di calcolo di valori — come l’output gap — che poi influenzano gli obiettivi.

Tuttavia sarebbe sbagliato non riconoscere che su molte questioni, dalle scelte ambientali, agli obiettivi sulla scolarizzazione, alle questioni della partecipazione, della formazione o del welfare, l’Europa rappresenti per noi un punto di riferimento e un potenziale grande alleato. Sul piano culturale noi siamo una comunità pienamente intrisa degli stessi valori e degli stessi obiettivi che hanno disegnato e disegnano ancora le politiche europee. Certo, un’Europa che non guarda con attenzione al Mediterraneo non può affrontare con lungimiranza i grandi temi migratori e le aspettative dei popoli emergenti e quindi le sfide per conservare e rafforzare il bene più prezioso ottenuto dal disegno europeo: la pace.

Il Mediterraneo è un pilastro dell’Europa, un pilastro storico e culturale. Uno spazio di pace e di incontro a cui oggi ci si riferisce semplicemente come ad un luogo di morte e di difesa. Non possiamo, su queste situazioni, rincorrere i populismi. Dobbiamo discutere anche con asprezza in Europa, ma non possiamo indebolirne la sua forza nella percezione dei cittadini, per nessun motivo al mondo. Sia per ragioni di affinità culturali, sia per ragioni di opportunità. In un mondo globalizzato solo la scala europea può consentirci un ruolo nello scenario internazionale. Meno di venti anni fa i cittadini italiani hanno accettato di pagare una tassa di scopo per entrare in Europa: abbiamo dissipato in così poco tempo un senso civico tanto profondo? Non dobbiamo e non possiamo cavalcare l’anti-europeismo: per rispetto ai nostri padri, ai nostri valori e al futuro dei nostri figli.

Dobbiamo contribuire a ravvivare e ricostruire quella speranza, modificando le storture che per un eccesso di burocrazia e tecnicismo si sono create in Europa. E a proposito di burocrazia dobbiamo fare i conti con noi stessi e con le nostre contraddizioni. Se stiamo in Europa dobbiamo starci con le regole europee. Se sovrapponiamo alle regole europee quelle italiane creiamo un ginepraio impossibile da decifrare e un contesto assolutamente non competitivo per le nostre imprese.

Se siamo in Europa usiamo solo le regole europee. Per le nostre imprese, giustamente preoccupate da operazioni di dumping sociale di alcuni Paesi dell’allargamento, in realtà dovremmo rivendicare più Europa, perché solo con regole comuni sul mercato del lavoro o sulla fiscalità riusciremmo a garantire eque condizioni di competitività alle nostre imprese nei mercati europei. Dobbiamo allora valutare se non sia necessario, per uscire da questa situazione ambigua, riprendere decisamente il percorso che ci ha caratterizzato fin dalle scelte dell’Ulivo e chiedere di accelerare i percorsi che ci portano ad avere un’Europa comune su molte più materie: a partire dalla difesa in un mutato contesto internazionale dei rapporti tra USA e Russia, alla omogeneità fiscale, alla regolazione dei rapporti di lavoro. La questione europea può essere certamente una cifra culturale distintiva di un Partito democratico pienamente inserito nella grande famiglia socialista europea.