
La tecnologia ai tempi di La la land
Secondo la prof.ssa Marina D’Amato, sociologia a Roma Tre, ieri al Data Driven Innovation, ogni volta che l’uomo si trova davanti a un’innovazione straordinaria, a un cambiamento radicale nel modo di vivere prodotto da una nuova tecnologia, questo reagisce con un’altrettanta forte “risposta sensitiva”.
Se ho ben compreso il suo discorso, in queste fasi si genera un “bisogno collettivo di credere nelle sensazioni”.
L’esempio della prof.ssa su La La Land: ci circondiamo di tecnologia ma poi andiamo al cinema per emozionarci grazie all'amore di due che cantano e ballano.
Interpreto: in attesa che la transizione passi, che il nuovo si assesti e si integri col vecchio, rifuggiamo nelle emozioni.
Magari ci infatuiamo dei robot e loro di noi. Ma quando questi “sentono” che non amiamo loro ma il riflesso che di noi mettiamo in loro, quando va bene ci lasciano, come Samantha nel film Her, quando va male ci ammazzano come Hal in 2001 Odiessa nello spazio. Quando va bene ti disintossichi da PokemonGo, quando va male quel video erotico fatto con leggerezza diventa pesante.
Insomma “est modus in rebus”. Ma quest’equilibrio tra analogico e digitale ancora non l’abbiamo trovato e agli squilibri reagiamo aumentando i sentimenti.
Proviamo a sbattere i piedi perché forse ne esce un tip tap che non c’era mai piaciuto prima quanto ora.
E così, ci immergiamo nel chiasso dei social cercando “That someone in the crowd” perché “Could be the one you need to know”.
Col volto bianco al chiaror di smartphone andiamo a caccia di quel panorama “tailor-made for two”.
Condividiamo storie temporanee sperando di averne in cambio e per sempre “A voice that says, I’ll be here / And you’ll be alright”.
Ci vestiamo di sensori succhia dati ma i sogni non li cediamo, per quanto “Foolish, as they may seem”.
Il presente è quello che è, il futuro vallo a capire ma il passato ce lo ricorda benissimo Facebook. E un selfie non si nega mai perché “Someone in the crowd could take you flying off the ground / If you’re the someone ready to be found”
Una gif, un audio, un video in 4K, gli effetti e i filtri, le app e i widget, i droni e le stampanti 3D ma “There’s so much that I can’t see / Who knows? / I felt it from the first embrace I shared with you”.
E quando il primo ostacolo all’accesso ad Internet non sono gli OTT ma la metro B1 di Roma, ci ricordiamo che “she used to come home and tell us stories about being abroad”.
E anche se le machine si parlano più di quanto ci parliamo noi, brindiamo lo stesso: “Here’s to the mess we make”
Aggiorniamo tutte le app, ricarichiamo tutte le pagine “And even when the answer’s no”, eppur ci muoviamo:
“Without a nickel to my name
Hopped a bus, here I came
Could be brave or just insane
We’ll have to see”
E quando scarichiamo Qurami ma la fila è comunque tanta, Waze ma il traffico congestionato, Moovit ma il bus ciaone, Car2Go ma la prima macchina libera è a Narnia, Uber ma rischi la sassaiola dei tassisti: “when they let you down”, ce la facciamo a piedi perché “The morning rolls around…
