I ricchi in tv che impoveriscono la Rai

Dal 12 settembre su RaiDue, potremo assistere al Docu-Reality “Giovani e Ricchi”, firmato dal regista Alberto D’Onofrio.

L’idea arriva dall’hashtag #richkids che, in particolare su Instagram, esalta l’ostentazione cafona della ricchezza da parte dei giovani rampolli di tutto il mondo, imbottiti di mancette milionarie che servono ad esibire le proprie scorrerie mondane tra auto di lusso, vacanze a cinque stelle, shopping spudorati e gadget a cinque zeri.

Solo due giorni fa ero a Camogli per assistere all’intervento di apertura del Festival della Comunicazione da parte di Monica Maggioni, la nuova Presidente Rai che ha tenuto una bellissima lecture sul rapporto tra Internet e Televisione. E io le ho creduto.

Ho creduto che finalmente il servizio pubblico sta imparando la lezione della cultura digitale. Sta imparando a rispettare un pubblico che diventa sempre più critico e sensibile. Che davanti allo schermo ci sono i target per vendere la pubblicità, ma ci sono anche i cittadini, gli individui che vogliono approfondire le notizie, intrattenersi con intelligenza, svicolare dal rumore di sottofondo che spesso la rete produce e che le trasmissioni televisive possono aiutare a comprendere meglio.

Ho creduto che forse il nostro canone può riscattarsi dal pregiudizio vessatorio per guadagnare una nuova percezione, quella di una tassa che serve ad arricchire il nostro immaginario. Insieme alla dottoressa Maggioni, la nostra Tv pubblica è guidata da un signore che si chiama Antonio Campo Dall’Orto, uno che ha fatto MTV, uno che conosce il mestiere, sa come svecchiare un media anacronistico come la televisione, raggiungere nuovi interlocutori, appassionare milioni di persone davanti allo schermo.

E invece no. Arriva “Giovani e Ricchi”, e non siamo su Real Time, non siamo infrattati su qualche canale del bouquet satellitare. Siamo sul secondo canale della nostra (?) televisione pubblica. E qualcuno si sintonizzerà per assistere al racconto di quattro ricchi italiani di 24 anni che esibiranno i loro guardaroba, i bolidi che guidano, centinaia di scarpe, orologi, gioielli e altre amenità.

I protagonisti di questa nuova trasmissione hanno 24 anni. E a me sarebbe piaciuto che qualcuno durante una qualsiasi riunione di produzione avesse sollevato uno straccio di dubbio sull’opportunità di una trasmissione come questa in un momento in cui i coetanei dei fantastici quattro nostrani si confrontano con il tasso di disoccupazione giovanile più alto di sempre, con le incertezze pensionistiche, un futuro improbabile e la precarietà che attanaglia il loro esistere.

Non è una colpa essere ricchi. Non è una colpa ostentare il proprio benessere sui social network. La libertà è una cosa diversa dal buon gusto. Non possiamo impedire ai ricchi di essere morti di fama (cit.). E in rete possiamo scegliere chi seguire, cosa guardare, come costruire un feed sano. Certo che in tv abbiamo il telecomando e lo stesso libero arbitrio. Ma questo non è il punto.

Il punto, secondo me, è che la Rai ha perso un’ottima occasione per dimostrarci che la televisione può educare, costruire modelli positivi, bonificare l’orribile immaginario che ci circonda, arricchirci, anzichè impoverirci con la ricchezza degli altri.

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