Il titolo gratuito.

«Visto che il nome non piace, visto che le campagne non piacciono, abbiamo tempo fino al prossimo anno per farci aiutare dai creativi – possibilmente a titolo gratuito – perché dobbiamo far quadrare il bilancio».

Buongiorno Ministro, se avesse bruciato la pizza nel forno, andrebbe nel ristorante sotto casa a chiedere di rimediare gratis per procurarsi la sua cena?

So che le è difficile credermi perché i suoi precedenti con i miei colleghi che l’hanno aiutata nel mettere a punto la comunicazione del Fertility Day non brillano per professionalità, ma ci tenevo a informarla che quello del creativo è un mestiere a tutti gli effetti. E come tale dovrebbe essere riconosciuto anche in termini economici. Immagino che questa affermazione possa risultare bizzarra, in fondo ce la mettiamo tutta per far sembrare il contrario. Perché molti di noi hanno scelto un mestiere che diverte. Che ci permette di giocare. Di non prenderci troppo sul serio. Di vestirci come cretini e di legittimare la mondanità come impegno di lavoro. Ma lavoriamo anche. Lavoriamo tanto e duramente per confezionare quei messaggi di marca che in qualche modo partecipano ai racconti economici e sociali che appartengono alla collettività.

Vero che i più giovani di noi spesso iniziano ad affiancare i più grandicelli accettando di lavorare qualche mese con un piccolo rimborso spese. Vero che tra noi alcuni sfruttano la fascinazione del mestiere per strumentalizzare gli stage ché «far quadrare il bilancio» è spesso un alibi disonesto per far tornare il proprio interesse. Vero che dentro molte delle aziende per cui lavoriamo i nostri principali interlocutori sono gli uffici acquisti, che comprano la creatività come si compra la cancelleria e noi abbiamo lasciato che questo accadesse. Vero che molti di noi, spesso i più giovani di cui sopra, per aiutarsi e darsi un minimo di visibilità si sono tuffati a capofitto in quelle piattaforme digitali affollate di aspiranti creativi, dove le idee si pescano a strascico a fronte di un gettone di partecipazione che ha il sapore della questua.

Vero che è colpa nostra, Ministro. Ma la prego di dare valore alle idee.

Anche e soprattutto perché non abbiamo saputo difenderle. Perché la recessione, internet, quegli stronzi dei millennials che non ci guardano, l’evoluzione della specie, il ritorno dei Maya e la zanzara tigre hanno creato le condizioni ideali per pagare sempre meno il nostro lavoro. La creatività è quella cosa che s’impara in una manciata di pagine insieme alla mindfulness, alle diete facili e alla felicità da manuale. E adesso risulta difficile pensare che dietro una buona idea possa esserci dello studio, della cultura, dell’analisi e il lavoro di diverse persone, alcune delle quali non appartengono alla classe creativa, ma senza le quali nulla di quello che facciamo potrebbe andare in scena.

Proprio come nel ristorante sotto casa sua, Ministro, ha visto che non c’è solo il pizzaiolo?

Spesso dietro molte delle nostre idee ci sono i pensieri di altri. Ci sono i planner, per esempio, i data scientist. Uix. Psicologi. Ricercatori. Account e altre figure così. Meno strambe, forse, ma creative tanto quanto.

Quello che facciamo, caro Ministro, merita di ritrovare quella dignità che noi stessi abbiamo contribuito a smarrire lungo questi anni complicatissimi. La dignità del lavoro. Che non possiamo affidare al caporalato di turno, peggio se arriva dalle istituzioni.

Cordiali saluti.