La distanza è nelle parole

Uno dei principi del Manifesto di Parole Ostili

Ieri, martedì 15 maggio 2017, 30.000 studenti si sono collegati da tutta Italia in diretta streaming con Milano, per partecipare alla presentazione del Manifesto di Parole Ostili.

Durante la mattinata migliaia di messaggi pieni di entusiasmo sono arrivati su WhatsApp dai ragazzi di ogni regione, l’hashtag #ParoleOstili è stato al primo posto per buona parte della giornata su Twitter e oltre 1000 scuole in tutta la penisola si sono confrontate e hanno condiviso i dieci principi della Comunicazione non Ostile.

Ero in sala, ho collaborato alla realizzazione del video che promuove questa splendida iniziativa, potrebbe essere che il mio scrivere sia condizionato dall’essere parte in causa, ma davvero faccio fatica adesso a non esprimere il mio disagio nell’apprendere oggi che a trecento ragazzi è stato impedito di seguire il collegamento da Trieste. Il tutto perché il linguaggio colorito del conduttore della mattinata, Paolo Ruffini, avrebbe turbato gli insegnanti e un rappresentante istituzionale della Regione Friuli Venezia Giulia sarebbe intervenuto per sospendere la diretta streaming proprio nella città in cui questa iniziativa ha preso le mosse lo scorso febbraio.

Non sono un fan di Paolo Ruffini, ma trovo che stigmatizzare il suo turpiloquio per creare “il caso” sia il sintomo della distanza incolmabile che separa i nostri ragazzi dal mondo delle istituzioni.

Censurare il collegamento e impedire ai giovani triestini di unirsi ai coetanei di tutta Italia per qualche cazzo di troppo è davvero la reprimenda anacronistica di chi sembra non essere particolarmente vicino alla complessa realtà — anche linguistica — di questa generazione.

In un recente appuntamento del Censis il sociologo Giuseppe De Rita ha parlato di imbagascimento della nostra lingua, colpevolizzando la rete come brodo di coltura di cotanta volgarità. Un illustre sociologo, un autorevole Istituto di ricerca e i giovani analizzati dietro i vetrini della speculazione scientifica, con tanto di morale giudicante per guadagnare le riprese giornalistiche del giorno dopo. E tra queste mi ha colpito il pezzo del Direttore dell’Agi, Riccardo Luna, il quale ha commentato citando il concerto del giorno prima al quale era toccato di andare con la figlia, che si è aperto con la canzone “facciamo musica del cazzo” e si è chiuso con un brano intitolato “il mondo è pieno di stronzi”. Non importa qui chi cantasse, ci basti sapere che il palazzetto dello sport era stracolmo di ragazze e ragazzi, alcuni accompagnati dai genitori, e sono sicuro che parte di questi si saranno anche tappati le orecchie per non sentire queste orribili (?) parolacce. Proprio come ha simpaticamente affermato la Ministra Valeria Fedeli che ha chiuso la mattinata dichiarando che Ruffini è stato «bravo» anche se, quando diceva parolacce, «io mi tappavo le orecchie».

Peccato che solo pochissimi giornali abbiano riportato l’annuncio della stessa Ministra che ieri ha trasformato il Manifesto di Parole Ostili in una Circolare Ministeriale per tutte le scuole d’Italia, affinché si provi a bonificare l’ostilità della comunicazione in rete attraverso l’insegnamento e la riflessione sulle buone pratiche e i comportamenti virtuosi che questi dieci principi iniziano a diffondere.

Ho apprezzato l’intervento della Ministra che spronava i suoi “dipendenti”, la classe docente delle nostre scuole, all’ascolto di questi ragazzi, per poterli comprendere, avvicinare, sentirli risuonare con un patto educativo che abbiamo smarrito con il tempo. I più dando la colpa a internet, ai social network, ai telefonini e ai videogiochi. Come se le minigonne di jeans fossero state colpevolizzate per la rivoluzione sessuale degli anni settanta.

Ogni rivoluzione ha i suoi device culturali. Il travolgimento in atto passa attraverso la comunicazione digitale che è fatta anche di parole. Soprattutto di parole. E ho paura degli adulti che impediscono la comunicazione, in nome di un risentimento istituzionale che rinuncia al dialogo e al confronto.

Credo che spegnere il collegamento da Trieste ieri sia stato l’atto di violenza di chi non sa come andare incontro al cambiamento epocale che stiamo attraversando. Abbiamo un partito politico che ha fatto breccia con la poetica del vaffanculo. Proprio ieri un quotidiano nazionale era in prima pagina con “Renzi e la Boschi non scopano” e sempre ieri nel nostro Parlamento la discussione sulla nuova legge sul cyber bullismo andava deserta ed erano presenti solo quattro parlamentari.

Ecco, da una parte c’è Ruffini che cerca nelle parolacce la sua chiave empatica per arrivare a platee ricolme di ragazzini, dall’altra c’è l’indifferenza sorda degli adulti che spengono le telecamere, come se bastasse tapparsi le orecchie per non sentire il frastuono di una rivoluzione che non sappiamo come affrontare.